Il punto di rugiada
di Marco Risi
La convivenza difficile tra le due generazioni che è forse più difficile e problematico rappresentare al cinema, i ragazzi e gli anziani, è al centro dell’ultima fatica registica di Marco Risi, Il punto di rugiada. Presentato fuori competizione al Torino Film Festival 2023.
In memoria di Dino
Carlo, un ragazzo viziato e sregolato, una notte provoca da ubriaco un grave incidente d’auto per il quale viene condannato a scontare un anno di lavori socialmente utili in una casa di riposo. Insieme a lui a Villa Bianca arriva anche Manuel, un giovane spacciatore colto in flagrante. Luisa, infermiera che lavora da anni nella struttura, guiderà i due ragazzi in un mondo dove condivisione, conforto e accoglienza cambieranno per sempre il loro sguardo sulla vita. [sinossi]
Cineasta da sempre eclettico e pronto a gettarsi in progetti diversi, come del resto il padre Dino, Marco Risi ha attraversato quarant’anni di cinema italiano passando per varie fasi: dagli inizi con Jerry Calà (Vado a vivere da solo, Un ragazzo e una ragazza) al cinema d’impegno civile (Il muro di gomma, Il branco, Fortapàsc), al grottesco (L’ultimo capodanno), fino a transitare per il tardo cinepanettone (Natale a 5 stelle) e le fiction televisive dedicate al terremoto de L’Aquila e al Bernardo Provenzano interpretato da Michele Placido. Con quest’ultimo Il punto di rugiada si torna dalle parti del trittico che più gli diede lustro e notorietà tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, dove metteva in scena ragazzi giovani in contesti a loro ostili: parliamo di Soldati – 365 all’alba, dove un giovane Claudio Amendola entrava in aspro conflitto con il graduato Massimo Dapporto sotto la naja, e Mery per sempre / Ragazzi fuori, spaccati di vita metropolitana a Palermo tra carcere minorile e difficoltà esistenziali. Qui tutto è più rilassato e meno drammatico, ma il principio rimane e Carlo (Alessandro Fella) e Manuel (Roberto Gudese) devono scontare un anno di riabilitazione ai servizi sociali per motivi diversi. Vengono assegnati a Villa Bianca, una casa di riposo situata in un vecchio villone periferico, e iniziano a far parte dello staff della struttura, tra turni di pulizia, di cucina o soltanto di compagnia agli anziani ospiti. L’insofferenza dei due è inizialmente profonda ma, come sempre accade in storie di questo genere, presto il punto di contatto tra generazioni verrà trovato e Carlo in special modo arriverà a passare nella struttura anche le feste natalizie, in fuga da una famiglia altoborghese che gli fornisce il denaro ma ne ignora completamente i reali bisogni.
Il punto di forza del film è rappresentato dalla nutrita fauna di caratteri degli ospiti che abitano Villa Bianca, interpretati da vecchie glorie del nostro cinema come Erika Blanc, Eros Pagni, Luigi Diberti, Elena Cotta, Maurizio Micheli, Massimo De Francovich. Proprio quest’ultimo (che si ricorda, oltre che come “nonno di troppo” nella terza stagione di Boris, alle prese con illungo monologo “ronconiano” da Karl Krauss riportato integralmente al culmine de Gli ultimi giorni dell’umanità di enrico ghezzi e Alessandro Gagliardo), nel ruolo di Dino, stanco della vita e lucidamente impegnato a porvi fine, sembra ricalcato sul grande padre del regista e sul suo amico/rivale Mario Monicelli, a rappresentare quella generazione di uomini vitali e cinici che affrontarono con problematicità, e nel caso di Monicelli con coraggio non comune, il decadimento fisico e la morte. L’argomento del trapasso è affrontato, a partire dall’incipit dove vediamo delle mani che preparano un cappio fino al tragico finale che rappresenta un colpo di scena di cui è meglio non svelare nulla, con poco sussiego e molto disincanto, com’era proprio delle generazioni passate, segnate dall’imprimatur di una tragica guerra, prima lontana e poi dentro casa. Il rude colonnello di Eros Pagni segnato da un trauma infertogli dal figlio (Valerio Binasco), il vecchio entertainer di Maurizio Micheli che sembra ricalcato sul suo personaggio di Rimini, Rimini di Sergio Corbucci, quando seduceva l’inconsolabile vedova (di Adriano Pappalardo, che poco dopo riemergerà dalle acque e comunicherà di aver subito violente sodomie da marinai turchi) Laura Antonelli con Champagne di Peppino Di Capri, mentre qui canta Riderà di Little Tony in una festa di Capodanno, sono loro e tutti gli altri i punti focali di un film che perde però la scommessa del ponte tra generazioni. La sceneggiatura di Riccardo De Torrebruna e Francesco Frangipane non riesce a trattare bene, o in maniera credibile, la componente giovane del nutrito cast, giovani che rimangono alieni al contesto e prorompono spesso in frasi fatte o scontate banalità. La forza del cinema “dei padri” era anche nella solidità delle sceneggiature calibrate al millesimo da Suso Cecchi D’Amico o Age&Scarpelli, ed è quella filiazione che sembra ormai perduta irrimediabilmente.
Attraverso quattro stagioni e un anno circa, esattamente il tempo di “detenzione” di Carlo (Vanzina? Il gioco è questo, del resto l’altro protagonista si chiama Manuel come uno dei figli di Vittorio De Sica), si dipaneranno e poi appianeranno contrasti, riuscendo anche a indovinare qualche bel momento di delicata poesia, come l’uscita nel giardino sotto la neve, piena di ingenua e leggiadra allegria. C’è poi da dire, non entrando nello specifico come già detto poco sopra, che ancora una volta in un “dramedy” italiano, a pochissima distanza da C’è ancora domani di Paola Cortellesi e Cento domeniche di Antonio Albanese, un colpo di scena finale fa entrare un argomento di cronaca all’interno della narrazione, qui affidato alle classiche scritte riassuntive su schermo che generalmente arrivano prima dei titoli di coda. Pur avvenendo in film girati parallelamente e quindi non suscettibili di reciproca influenza, ci sembra una tendenza del nostro cinema da tenere sott’occhio in vista di analisi più approfondite. In conclusione, un film che avremmo voluto amare di più e che è comunque ricolmo di arzilli e amabili vecchietti portatori di saggezza, riflessione e malinconia, interpretati da glorie del nostro cinema (forse) all’ultimo valzer, in una coinvolgente commistione tra persona e personaggio. Però il pressappochismo con cui si tratteggiano le nuove generazioni non può che irritare e fermare la valutazione su una piena sufficienza, che non impedisce però di consigliarne la visione, specie se una spolverata di bianco ha già invaso i capelli.
Info
Il punto di rugiada sul sito del Torino Film Festival.
- Genere: commedia
- Titolo originale: Il punto di rugiada
- Paese/Anno: Italia | 2023
- Regia: Marco Risi
- Sceneggiatura: Francesco Frangipane, Marco Risi, Riccardo Di Torrebruna
- Fotografia: Michele Paradisi
- Montaggio: Luigi Mearelli
- Interpreti: Alessandro Fella, Elena Cotta, Eros Pagni, Lucia Rossi, Luigi Diberti, Massimo De Francovich, Roberto Gudese, Valerio Binasco
- Colonna sonora: Leandro Piccioni
- Produzione: Fandango, Rai Cinema
- Distribuzione: Fandango
- Durata: 112'
- Data di uscita: 18/01/2024



Torino 2023
Torino 2023 – Presentazione
Il muro di gomma
Natale a 5 stelle
Tre tocchi
Cha Cha Cha
Fortapàsc
Fortapàsc