Neil Young: Heart of Gold
di Jonathan Demme
Ritornare con la mente a Neil Young: Heart of Gold significa riannodare i fili del tempo attraverso la musica di uno dei giganti del rock statunitense, ma anche passando per lo sguardo di Jonathan Demme, quello sguardo che a quasi sette anni dalla sua scomparsa manca in modo doloroso.
This Land is My Land
Intimo ritratto musicale del leggendario cantautore Neil Young. La musica offre una prospettiva ricca ed emotiva sul rapporto di Young con la famiglia e gli amici, la mortalità e il passare del tempo. [sinossi]
Tra tutti i cantautori rock dell’America a cavallo della contestazione degli anni Sessanta, Neil Young può essere considerato senz’ombra di dubbio il più cinematografico con Robert Zimmerman aka Bob Dylan, insieme al quale ha calcato il palco di The Last Waltz di Martin Scorsese: più dei compagni di avventure Crosby, Stills e Nash, più anche dell’eremita Leonard Cohen (canadese come Young). Neil Young ha attraversato gli ultimi decenni di cinema in maniera a dir poco schizoide, partecipando alle pellicole come compositore (nel misconosciuto cult Where the Buffalo Roam di Art Linson, in Out of Blue di Dennis Hopper e soprattutto nello straordinario western lisergico di Jim Jarmusch Dead Man), come attore (Made in Heaven e Love at Large di Alan Rudolph, ’68 di Steven Kovacs), e improvvisandosi anche regista, sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia dei suoi film/concerto e del musical politico Greendale, passato non senza scalpore sugli schermi americani nel 2003.
Ovviamente la gran parte del materiale visivo che lo riguarda, comunque, lo vede vestire in scena i panni di se stesso, del cantautore critico verso la società statunitense eppure profondamente legato alla cultura del Paese, all’uomo di campagna che preferisce la pace polverosa della sua farm alla rutilante frenesia metropolitana di New York e Los Angeles. Questo è Neil Young, e questo è sempre stato: lo si ricordava in questo modo già all’epoca di Celebration at Big Sur, film concerto perso oramai nella notte dei tempi dove i rocker hippie alzavano peana a quello spicchio di California già portato agli onori dell’arte da Jack Kerouac e Henry Miller, e lo si può ritrovare invecchiato ma coerente in Neil Young: Heart of Gold del mai abbastanza compianto Jonathan Demme. In mezzo a questi due titoli ci sono trentacinque anni e almeno altre due tappe da ricordare: la prima è il documentario autogestito Rust Never Sleeps e la seconda è Year of the Horse, documentario nel quale Young è fotografato in tutta la sua furia rock da Jim Jarmusch. Da quella tournée del 1996 insieme ai fedeli Crazy Horse a Neil Young: Heart of Gold passano giusto dieci anni; Jonathan Demme ce lo fa ritrovare a Nashville, Tennessee, la patria indiscussa del country e del western, luogo in cui si compì forse il rito cinematografico statunitense più potente di ogni tempo insieme a Quarto potere, vale a dire Nashville di Robert Altman. Neil Young appare invecchiato, ha smesso gli abiti del rock incendiario e si mostra spoglio, disadorno, privo di orpelli. Insieme alla chitarra elettrica ha lasciato nel camerino anche le invettive contro Bush, contro il bigottismo di un’America che non gli piace e non gli è mai piaciuta, contro una società che procede senza soste verso l’autodistruzione.
Colpito da un aneurisma che dovrà cercare di combattere a New York, Young decide di congedarsi da quella che veramente considera “la mia gente”. E lo fa con un concerto sontuoso, che mescola i fiati da Big Band di New Orleans alle ruvide sei corde dei Monti Appalachi, il languore della steel guitar a un’orchestra d’archi. Ma ciò che veramente conta, e che Demme rimarca con insistenza, è proprio la figura del cantante solo al centro della scena. Nonostante a più riprese Young e i membri della band dimostrino una complicità totale e un interscambio di ruoli non abituale nel baraccone della musica contemporanea, è l’autore di Helpless e Cortez the Killer l’unico vero oggetto dello sguardo del regista. Anche quando la macchina da presa si sofferma sull’insieme è Young a essere messo a fuoco: su di lui, sul suo volto scavato e consapevole, terminano tutte le panoramiche e tutte le carrellate, e i primi piani dei suoi musicisti fungono esclusivamente come campo/controcampo del cantautore dal timbro vocale inconfondibile e immutato. Non firma un film rivoluzionario rispetto alla prassi delle performance musicali, Demme, e probabilmente non gli è mai passato per il cervello di adoperarsi affinché questo accadesse. E che non si scambi questa pudicizia registica per una mancanza di creatività: Demme ha dimostrato in modo palese nel passato di saper gestire con una padronanza pressoché totale gli elementi di base dei documentari rock, ed è sufficiente riandare con la memoria al film sui Talking Heads Stop Making Sense per liberarsi da qualsiasi dubbio in proposito. La messa in scena di Demme, così tipica nella sua estetica, dimostra invece quanto il cineasta statunitense abbia saputo cogliere con precisione la peculiarità del Neil Young del 2006. Dopotutto Demme è sempre stato un regista perfettamente in grado di leggere il proprio tempo, di guardare alla complessità senza mai dimenticare la facilità di fruizione, e di interrogarsi sul contemporaneo con uno sguardo mai prono. Anche per questo la sua assenza (il prossimo aprile rintoccheranno i sette anni dalla sua scomparsa) pesa come un macigno, ed è insostenibile al pensiero.
La scenografia scarna scelta per il concerto e che vorrebbe rimandare alla mente un’ipotesi di vita campestre, quelle luci virate verso l’arancione che sembrano rievocare i tramonti nella pianura sterminata, non avrebbero potuto avere una regia diversa. Così come l’ex-membro dei Buffalo Springfield si mostra qui come il figlio di un’America semplice, rurale, libera e lontana dalle sirene del capitalismo, Demme si adopera per far sì che la sua regia non diventi mai invasiva ed esuberante. Year of the Horse immortalava gli anni della furia, Neil Young: Heart of Gold permette di entrare in contatto con quelli della pacificazione. Una pacificazione che riguarda se stesso e i suoi cari – la moglie Pegi Morton con cui sarà sposato per trentasei anni (lei poi morirà nel 2019) a cantare con lui sul palco, il ricordo del padre scomparso di recente e l’omaggio alla giovane figlia –, più che altro. Dopo un’ora e tre quarti ci si rende infatti conto di essere entrati nel mondo di Neil Young in punta di piedi, ma è anche palese come lui non sia uscito da se stesso mai: tutto ciò che riguarda l’esterno, il mondo, la politica, l’economia, non ha trovato asilo. Neil Young: Heart of Gold è un ritratto in forma di canzone, niente di più e niente di meno.
E quando tutto il clamore è finito, quando il teatro è oramai vuoto e la band è nei camerini Neil Young imbraccia per l’ultima volta la sua chitarra e canta The Old Laughing Lad. Quindi ripone nella custodia lo strumento, si alza e si allontana. Come gli eroi dei western di una volta.
P.S. Lo sguardo di Demme e la musica di Young si incroceranno ancora in Neil Young Trunk Show (2009) e Neil Young Journeys (2012).
Info
Neil Young: Heart of Gold, il trailer.
- Genere: documentario, musicale
- Titolo originale: Neil Young: Heart of Gold
- Paese/Anno: USA | 2006
- Regia: Jonathan Demme
- Fotografia: Ellen Kuras
- Montaggio: Andy Keir
- Interpreti: Anthony Crawford, Emmylou Harris, Neil Young, Pegi Young
- Colonna sonora: Neil Young
- Produzione: Clinica Estetico, Playtone, Shakey Pictures
- Durata: 103'




Out of the Blue
Qualcosa di travolgente
Gimme Danger
Crazy Mama
Dove eravamo rimasti
Fear of Falling
Enzo Avitabile Music Life
I’m Carolyn Parker
Rachel sta per sposarsi
The Agronomist