The Dreamers – I sognatori

The Dreamers – I sognatori

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In occasione dei vent’anni dalla sua uscita, torna restaurato nelle sale The Dreamers, penultimo lungometraggio di Bernardo Bertolucci e sostanziale summa del suo pensiero e del suo cinema. Un’ode malinconica e disillusa, consapevole delle contraddizioni e della sconfitta ma non per questo meno sognante nell’ostinarsi a inseguire l’utopia, alla cinefilia e al Sessantotto, alla sessualità come educazione alla Rivoluzione culturale, alla citazione come vero e proprio atlante sentimentale, al potere espressivo e formativo della celluloide. Ma anche a una partecipazione collettiva, politica e sociale, che già nel 2003 non esisteva più da decenni, e che invece per riaccendersi avrebbe forse solo bisogno di una scintilla di speranza. Un film al tempo largamente frainteso e ancora oggi sottovalutato, eppure assurto sin da subito a culto, insostituibile trampolino di lancio per le carriere attoriali di Eva Green, Louis Garrel e Micheal Pitt e motivo per il quale un’intera generazione di cinefili continua ancora oggi a sedersi nelle primissime file delle sale, a «ricevere le immagini per primi».

Ce n’est que le début, continuons le combat

Parigi, primavera del 1968. Il giovane studente americano Matthew arriva nella capitale per studiare il francese e diventa un abituale spettatore della Cinématèque. Durante le proteste degli studenti per la rimozione di Henry Langlois dalla direzione, Matthew incontra la magnetica Isabelle, che lo presenta al fratello gemello Théo introducendolo nel loro mondo di citazioni cinematografiche, di discussioni maoiste e di intimità ai limiti dell’ossessione. Quando i genitori di Théo e Isabelle si allontaneranno da casa per motivi di lavoro, i gemelli inviteranno Matthew a stare qualche tempo da loro, in un rapporto che si fa sempre più stretto fra penitenze erotiche e innamoramenti, attrazioni e prime volte, sentimenti crescenti e gelosie morbose, bottiglie di vino e corpi che dormono avvinghiati. Ma all’improvviso un mattone rompe la finestra: in strada è esploso il Maggio francese… [sinossi]
«La mer
Qu’on voit danser
Le long des golfes clairs
A des reflets d’argent
La mer
Des reflets changeants
Sous la pluie»
Charles Trenet, La Mer

Non è certo un caso che abbracci i due momenti forse più emblematici di un’intera generazione, l’arco narrativo messo in scena da Bernardo Bertolucci in The Dreamers. Da una parte, con tanto di commovente cameo di Jean-Pierre Léaud che rilegge nella sua mezza età la stessa arringa alla folla che lo immortala giovanissimo nelle immagini d’archivio, il 16 febbraio 1968, con le veementi manifestazioni dei giovani cinefili parigini incatenati di fronte alla Cinématèque per protestare contro il licenziamento “ministeriale” del fondatore Henri Langlois e la conseguente carica della polizia che ferì, fra gli altri, Truffaut e Godard. Dall’altra il successivo 3 maggio, ottantatré giorni dopo, con lo scoppio vero e proprio del Sessantotto, dei moti di piazza, delle lotte, delle barricate in strada, ma soprattutto di un nuovo modo di pensare, parlare, amare, (r)esistere, ribellarsi, essere liberi. Di distaccarsi dalle precedenti generazioni, per scegliere, consapevolmente o meno, di partecipare alla messa in atto di una vera e propria rivoluzione culturale, etica, politica, di vita, e quindi cinematografica. Perché il cinema, la vita e la politica sono la stessa cosa, facce dello stesso prisma, tasselli del medesimo mosaico, parti perfettamente complementari della stessa utopia per cui ieri, oggi e domani combattere fino a trasformarla in realtà. Proprio come nel verso più famoso mai scritto dal padre – borghese e poeta, forse una proiezione di Attilio Bertolucci – dei gemelli protagonisti Isabelle e Théo, «Una petizione è una poesia e una poesia è una petizione». Una sintesi perfetta, intrisa del dettame godardiano secondo il quale è ora di smetterla di fare film che parlano di politica, è ora di fare film in modo politico. Tanto che, espressamente di politica, ai protagonisti di The Dreamers serve parlare relativamente poco, chiusi nel loro appartamento altolocato un po’ come i cinque ragazzi che Godard aveva immaginato ne La Chinoise, sotto la cui locandina affissa al muro magari declamare il libretto rosso. Giusto il tempo di scambiarsi i differenti punti di vista europei e americani sul Vietnam e sulla possibilità o meno di disertare, in un discorso che arriva quasi per caso partendo da un confronto fra Eric Clapton e Jimi Hendrix, e giusto il tempo di interrogarsi sulle contraddizioni di una borghesia che si professa maoista, ma che anziché scendere in strada e partecipare a una potenziale rivoluzione sembra non volersi rendere conto di ciò che sta accadendo fuori dalle finestre finché non sarà il Maggio Francese, come una montagna che va da Maometto, a irrompere in salotto con l’infrangersi improvviso di una finestra rotta da un sasso. Per il resto è più che sufficiente parlare di cinema, per essere politici. È più che sufficiente amarlo, giocare a citarlo, esperirne il senso e le emozioni, confrontarsi sui finali di Chaplin e Keaton. Viverlo, dalla corsa al Louvre in cui battere il record di Bande à Part all’accettare Matthew come «One of us» fra i Freaks, dall’omicidio sotto l’ombra di una croce del primo Scarface con cui sbloccare definitivamente ogni imbarazzo e diventare grandi fino a Mouchette che rotola più volte giù dalla collina quando tutto sembra finito e invece esattamente al contrario deve ancora cominciare. Ma non avrebbe senso ridurre a mero elenco i (moltissimi) riferimenti cinefili (e in generale culturali, dai libri ai poster fino alle colonne sonore, passando per i dischi di Janis Joplin e di Charles Trenet, o per la scultura della Venere di Milo) che Bertolucci espressamente prende in prestito dalla storia per cucirli sull’immaginario citazionista dei suoi protagonisti. Quello che conta è l’insegnamento costante che il cinema e la cinefilia rappresentano per loro, e in generale per la generazione sessantottina, quella della Cinématèque, quella che ha scardinato una società alla ricerca di una controcultura, quella di cui è stato parte lo stesso intellettuale e autore emiliano scomparso poco più di cinque anni fa. Quello che conta è l’influenza che le visioni in una sala hanno (avuto) sul loro modo di pensare, di rapportarsi e di sognare, e quindi sul loro non poter fare a meno di fare politica, in ogni istante, in ogni parola, in ogni gesto, in ogni decisione, in ogni sospiro. Come se lo schermo fosse un atlante sentimentale con cui imparare a scoprire, a capire e soprattutto a sentire il mondo, e la generazione Nouvelle Vague quella destinata per prima, ma non per ultima, a introiettarne le pagine.

È per questo che la ventenne Isabelle, quando Matthew le chiederà se lei e il fratello gemello Théo siano nati a Parigi, inizierà a citare Jean Seberg in Fino all’ultimo respiro rispondendo «Sono venuta alla luce sugli Champs-Elysées nel 1959, gridando New York Herald Tribune». Come a dire che non contavano, in quel momento e nel percepibile ribollire di un qualcosa di storico, l’anno preciso e il vero luogo di nascita. Contava solo – poco importa se in quel preciso momento si avessero quindici o trent’anni – essere parte di quella generazione, identificarsi fino a incarnare personalmente quella Nuova Onda di mentalità e di costumi nata proprio con quelle riprese clandestine di Jean-Luc Godard in mezzo al traffico cittadino, e ormai sempre più diffusa e inarrestabile sullo schermo, nelle case, nelle strade, nel modo di vivere, nelle case popolari così come nei salotti dell’aristocrazia. In una quotidianità diversa e più vera che in passato, più intima, più sincera, più sfacciata, più moderna, più complessa, a cui Bertolucci nei primi anni Duemila, pienamente consapevole di come il Sessantotto avesse cambiato molti aspetti della società ma anche di come avesse nel frattempo perduto per strada quella scintilla di ribellione per tornare alle contraddizioni bobo di sempre, guarda con sincero amore e amara nostalgia, ma anche con più di un briciolo di speranza nel futuro e nella capacità delle nuove generazioni di tornare (per lo meno in Francia, dove effettivamente fra gilet jaunes, banlieue, studenti e lavoratori negli ultimi vent’anni non sono mancate sollevazioni) a una reale partecipazione attiva e popolare. Del resto è proprio lo stesso autore parmigiano, per molti versi, il primo e più consapevole fra i sognatori di The Dreamers, estrapolato dalle pagine di The Holy Innocents, romanzo dello scrittore scozzese Gilbert Adair, eppure personalissimo, quasi autobiografico nel suo ostinarsi a inseguire l’utopia, il senso più profondo della narrazione e delle immagini, l’atto stesso di fare film per cambiare il mondo. Attraverso una vera e propria educazione cinefila, politica e sentimentale alla vita che, passando per i capolavori che più hanno affascinato e formato il Bertolucci spettatore, ritorna in qualche modo a tutta la sua carriera, al suo pensiero e alla sua opera. All’ambiguità politica ed esistenziale di Prima della Rivoluzione, di Strategia del ragno e de Il conformista, ai bruschi cambiamenti nella società che avvengono attorno ai personaggi di Novecento e de L’ultimo imperatore, e necessariamente ai corpi, alla perdita della verginità, a un rapporto fra gemelli morboso fino alla vendetta e alla gelosia (ma non all’incesto) e a un triangolo di seduzione, erotismo e dominazione (del resto, dal Truffaut di Jules e Jim all’Eustache di La maman et la putain, passando per il già citato Godard di Bande à Part, nulla più di un ménage à trois può stravolgere i rapporti umani trasformando la finzione cinematografica della Nouvelle Vague in vero e proprio discorso politico e sociale) che Bertolucci decide di lasciare però ben più ambiguo e sfumato rispetto all’esplicita svolta omosex del libro di Adair. Anche perché non è più il sesso scandaloso e ribelle di Ultimo tango a Parigi, la passione che, su pressione di Théo a capire i reciproci desideri e a rompere il ghiaccio, deflagra fra Matthew e Isabelle. Semmai, in quello che è un triplo romanzo di formazione, è un aspetto più prossimo a quello fondamentale nella crescita di Io ballo da sola, il necessario grimaldello con cui sbloccare sensazioni, percezioni, attrazioni e impulsi, di gioia e di tormento, fino alla definitiva perdita di quei freni inibitori che segnavano la distanza incolmabile dei giovani dai loro genitori e dalle ipocrisie delle generazioni precedenti. Un sesso romantico e innocente, che però è esattamente come la citazione di ciò che si è visto e amato, di ciò che da uno schermo è ormai entrato a far parte del pensiero e dell’immaginario: non solo un semplice gioco – via via sempre più erotico e controverso – fra fratelli e amici, ma un vero e proprio percorso educativo, culturale e di pensiero, e prima o poi inevitabilmente un punto di rottura. Una rivoluzione nella vita, con cui riuscire progressivamente ad affrontare tutte le sue ambiguità e tutte le sue contraddizioni, con cui evolvere e magari ribaltare i rapporti, con cui scardinare e (ri)scoprire l’umanità e i sentimenti. Una parte nodale e indispensabile di un altrettanto necessario momento di sospensione, della perdita delle coordinate temporali, di un ritiro formativo in cui scoprire e scoprirsi, per poi rendersi conto quasi all’improvviso che (anche) il mondo là fuori sta repentinamente cambiando e che non si può più stare a guardare: bisogna necessariamente scendere in strada, dans la rue, e fare una scelta: o un bacio o una molotov, o un abbraccio o un addio. Senza più possibili vie di mezzo.

Eppure Bertolucci non cade mai nel manicheismo, non cerca mai risposte univoche. Al contrario, problematizza, non smette mai di interrogarsi, non perde mai d’occhio ciò che è più ambiguo e contraddittorio nei personaggi e nell’evoluzione dei loro rapporti personali e come trio. Dalle incoerenze fra il pensiero e la (non) azione al legame tossico di interdipendenza e dominazione-remissività fra gemelli ex-siamesi che non possono e non vogliono realmente separarsi, dal perfetto idillio del trio che divide in parti uguali l’unica banana commestibile alle penitenze in caso di risposta sbagliata che alzano costantemente la posta in palio, dai giochi insieme nella vasca da bagno fino alle ripicche ricattatorie con cui Théo punisce Isabelle per avere preso per la prima volta in vita sua una decisione autonoma. Una complessità che è una parte fondamentale del discorso, cinematografico e politico, di The Dreamers e del suo autore. È per questo che, in un affresco del Sessantotto parigino, il Sessantotto vero e proprio può permettersi di entrare praticamente solo dalla finestra, o al massimo da una televisione accesa nella vetrina di un negozio. Perché ogni altro elemento, volente o nolente, già lo incarna, lo rievoca, ne fa inevitabilmente parte anche quando ne fugge, perché non si può fuggire da ciò che è ormai inarrestabile come un’onda. Si può solo scegliere se diventare attori, a costo di accettare il compromesso della violenza, o continuare a essere solo spettatori, a costo magari di dover rinunciare anche all’amore. Tradendo in ogni caso i propri principi, magari, fra chi avrebbe preferito il carcere a un’arma e adesso invece è in prima fila dietro alle barricate, e chi al contrario se non fosse stato studente sarebbe partito per una guerra a cui era contrario in Vietnam e ora non riesce a combattere insieme agli studenti per ciò che condivide, né tanto meno si capacita della fine improvvisa di un’armonia così forte. Passando per il sincero shock di un padre e di una madre, che provano ad allargare le vedute ma di fronte all’incomprensibile non possono che andare via in silenzio. Quello che non finirà sono le immagini, del passato, del presente e del futuro. Per lo meno fino a quando qualcuno avrà ancora voglia di proiettarle e qualcun altro avrà ancora voglia di guardarle, e quindi di fare politica. «Ero uno degli insaziabili, quelli che si siedono vicinissimi allo schermo», dice del resto sin da subito la voce fuori campo dello studente americano Matthew, giunto a Parigi per imparare il francese e invece sin da subito ipnotizzato dalla Cinématèque, dalla sua programmazione onnivora e dalla passione irrefrenabile dei suoi più assidui frequentatori, seriali mangiatori di pellicole. «Perché ci mettevamo così vicino? Forse perché volevamo ricevere le immagini per primi, quando erano ancora nuove, ancora fresche. Prima che fuggissero in fondo, scavalcando fila dopo fila, spettatore dopo spettatore, finché sfinite, ormai usate, grandi come un francobollo non fossero ritornate nella cabina di proiezione». Forse la frase che più di tutte ha trasformato sin da subito The Dreamers, come molto spesso accaduto a Bernardo Bertolucci fortemente frainteso al tempo dell’uscita da buona parte della critica più istituzionale e ancora oggi da troppi sottovalutato e ridotto alle sue scene di nudo, in un cult istantaneo pronto a ergersi fra le principali ossessioni cinefile di almeno altrettanti più e meno giovani, che ormai da vent’anni lo hanno preso in parola al punto di continuare ancora oggi, non solo in occasione della scelta di Cineteca di Bologna di restaurare e ridistribuire in sala il film in occasione dell’anniversario, ma ad ogni singolo accesso al cinema, a sedere rigorosamente nelle primissime file delle sale. Folgorati ai tempi della prima visione dalla spaventosa eleganza formale della messa in scena di Bertolucci, dalle ombre sui palazzi, dagli specchi incrociati di fronte alla vasca da bagno, dalle steadycam che nuotano sinuose lungo i labirintici corridoi dell’appartamento, dalle inquadrature che accarezzano delicatamente i corpi dei giovani attori che amano, guardano, citano, pensano e crescono, e perfino del momento del tutto fuori programma di una ciocca di capelli di Eva Green che prende fuoco avvicinandosi a una candela, lasciato nel montaggio definitivo per rendere giustizia alla straordinaria spontaneità degli attori in grado di spegnere il piccolo incendio e andare avanti nella scena senza scomporsi. Del resto, se The Dreamers deve molto al suo cast eccellente e straordinariamente affiatato, pure il cast deve moltissimo al film di Bertolucci, con l’allora esordiente Eva Green lanciata per la porta principale nel mondo del cinema con un ruolo bilingue e delicatissimo, con Louis Garrel che per spiccare il volo aveva bisogno di togliersi l’etichetta di “figlio di Philippe” (anche se non è difficile immaginare come, in un film così apertamente cinefilo e simbolico, per Bertolucci fosse probabilmente stuzzicante l’idea di stratificare ulteriormente il discorso lavorando con il rampollo di un grande autore francese), e con la svolta radicale nella carriera di Micheal Pitt, scelto dopo il rifiuto di Leonardo DiCaprio già impegnato con Scorsese sul set di The Aviator, che invece aveva già lavorato in ruoli minori con Gus Van Sant, Larry Clarke e Barbet Schroeder ma non aveva ancora avuto modo di imporsi come protagonista. Il risultato è stata un’alchimia perfetta e probabilmente irripetibile, per un film fatto di cinefilia d’assalto e di memoria intima di un Sessantotto che, nel 2003 e ancora di più nel 2024, giace lontano nell’immaginario di quei giovani che dovrebbero prenderne ispirazione e che invece lo hanno sostanzialmente rimosso. Ed è probabilmente proprio questo il motivo per cui The Dreamers esiste. Un tentativo ben più che riuscito – anzi ci piace pensare con il senno di poi fondamentale per avere avvicinato Gen.X, Millennials e Gen.Z a un certo cinema e a una certa concezione di cinema, e quindi a una certa politica e a una certa concezione di politica – di far tornare la celluloide al medesimo ruolo educativo, culturale, formativo ma non didascalico, e anzi dolce, erotico e struggente nel raccontare e mettere in scena una storia, che ricoprì in occasione della programmazione della Cinématèque per la Parigi ribollente di fine anni Sessanta. Un film con cui far capire e trasmettere ai giovani (del 2003, del 2024, del futuro) il Sessantotto e (la passione per) la settima arte, che come si diceva sono alla fin fine la stessa cosa, guidando intere generazioni verso quello stesso schermo, verso quello stesso avvicendarsi di fotogrammi, verso quegli stessi autori adorati e citati, verso quelle stesse istanze. Verso quello stesso amore, tanto per le persone quanto per le immagini, di chi fra una poltrona in sala e un picchetto in strada era perfettamente consapevole di stare facendo la sua piccola rivoluzione. Un’indispensabile scuola cinefila, e quindi politica, e quindi alla vita, messa in atto proprio mentre se ne racconta un’altra identica, fra un moto di piazza e un marker di fine rullo che lampeggia in alto a destra.

Info
Il trailer di The Dreamers – I sognatori.

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