Without Air
di Katalin Moldovai
Esordio assoluto al lungometraggio per Katalin Moldovai, cineasta magiara nata e cresciuta nella minoranza locale ungherese di Romania, Without Air prende spunto da un reale fatto di cronaca per anatomizzare il conservatorismo omofobo e destrorso che serpeggia sempre più diffuso e multiforme nei Paesi dell’ex-blocco sovietico, e per metterne in scena i suoi effetti più distruttivi e dittatoriali tanto sull’insegnamento quanto sugli studenti, di fatto privati di stimoli creativi e di libertà di pensare. Una spirale di pressioni, ricatti, pregiudizi, paura e sempre maggiori ingiustizie, forse un po’ troppo ripetitiva e non priva di qualche stereotipo manicheo ma tutto sommato solida nel suo sviluppo, che giunge ora nel Concorso Lungometraggi del 35mo Trieste Film Festival dopo la prima a Toronto e la vittoria a Varsavia.
O capitana, mia capitana
Ana, un’insegnante di letteratura, si trova sotto accusa per aver suggerito ai suoi studenti diciassettenni la visione del film di Agnieszka Holland Poeti dall’inferno (1995) per inquadrare l’opera e la vita di Rimbaud. Il film contiene riferimenti all’omosessualità, che un genitore disapprova. La docente deve giustificare la sua scelta e questo provoca un’assurda reazione a catena. La preside della scuola, Eva, si defila e le conseguenze sui rapporti di lavoro a scuola si fanno sentire. Lo scandalo che ne consegue ha ripercussioni imprevedibili sulle vite di Ana e di Viktor, il figlio dell’uomo che ha sporto denuncia. Mentre il caso finisce in varie inchieste giudiziarie e riemergono ossessioni post-socialiste, l’aria intorno ad Ana e Viktor viene progressivamente a mancare. [sinossi – TSFF35]
«Mio fratello è figlio unico
Perché non ha mai trovato il coraggio d’operarsi al fegato
E non ha mai pagato per fare l’amore
E non ha mai vinto un premio aziendale
E non ha mai viaggiato in seconda classe
Sul rapido Taranto-Ancona
E non ha mai criticato un film
Senza prima, prima vederlo»
Rino Gaetano, Mio fratello è figlio unico
È impossibile approcciarsi a Without Air (Elfogy a levegő il titolo originale) senza pensare al corpus di leggi, bocciate dalla campagna referendaria confermativa interna e apertamente osteggiate dalla UE con un’aperta denuncia (colpevolmente non controfirmata dall’Italia, e non siamo del tutto sicuri che questo sia davvero un altro discorso…) alla Corte di Giustizia Europea, ma lo stesso portate avanti da Viktor Orbán «per proteggere le nuove generazioni» non si capisce bene da cosa, che l’Ungheria ultrasovranista e sempre più destrorsa sta promulgando negli ultimi anni per istituzionalizzare e anzi in qualche modo imporre un’omotransfobia di Stato, vietando espressamente la «propaganda omosessuale» e depenalizzando qualsiasi forma di bullismo nei confronti della comunità LGBTQIA+. Eppure viene da molto più lontano, l’ondata reazionaria e intollerante che la regista e sceneggiatrice quarantunenne Katalin Moldovai, nata e cresciuta nella minoranza magiara in Romania, denuncia e mette in scena nel suo esordio al lungometraggio, presentato in concorso al 35mo Trieste Film Festival pochi mesi dopo la prima assoluta di Toronto e il premio ottenuto come migliore opera prima (o seconda) al Festival di Varsavia. Tanto che la prima versione dello script di Without Air risale addirittura al 2019, oltre due anni prima delle disposizioni statutarie del governo, e non è certo un caso che la piccola storia ignobile, per chiamarla come Francesco Guccini, che il film erge a paradigma di una drammatica tendenza sociale evidentemente ben più diffusa e ramificata delle punte emerse del suo iceberg, sia messa in scena in una contemporaneità il più possibile fuori dal tempo, con computer e cellulari sulla scrivania ma senza bisogno di date certe, e anzi girata simulando l’Ungheria postsovietica in un minuscolo villaggio in territorio rumeno rimasto sostanzialmente identico a com’era trent’anni fa. Come a dire che non c’è nulla di sconvolgente nelle storture più evidenti e spudorate di oggi, ma anzi nient’altro sono che semplici conseguenze evolutive di una marea nera salita lenta e inesorabile nel corso degli anni, magari sottovalutata ma impossibile da evitare già molto prima della sua recente esondazione. Un male atavico, che il film vuole scandagliare partendo da una vicenda per molti versi surreale e invece realmente accaduta e quanto mai simbolica, in cui l’insegnante più stimata da studenti e colleghi nell’intero corpo docenti di un rinomato liceo, capace di fare letteralmente innamorare i ragazzi della letteratura e del teatro con le sue lezioni piene di stimoli, di approfondimenti non necessariamente curricolari e di libertà di espressione, viene denunciata da un padre tanto influente quanto impermeabile a ogni tentativo dialettico per aver consigliato alla classe di diciassettenni, come approfondimento nemmeno obbligatorio di Arthur Rimbaud, la visione casalinga di Total Eclipse (in versione italiana Poeti dall’inferno, film a essere cattivi abbastanza mediocre ma ovviamente non è questo il punto), girato nel 1995 da Agnieszka Holland e incentrato (anche) sulla controversa relazione omosessuale del poeta francese, interpretato da un giovanissimo Leonardo DiCaprio, con il più anziano collega Paul Verlaine. Una tematica, ritenuta pericolosa e inaccettabile in una scuola che stando alle parole del genitore «dovrebbe trasmettere i giusti valori capendo la differenza fra cosa è normale e cosa è anormale», della quale secondo lui non si dovrebbe nemmeno parlare ma solo negarne perfino la possibilità e l’esistenza, e che fa da scintilla di innesco per una vera e propria battaglia, ideologica e di nervi ancor più che strettamente legale, di principio e nell’interesse della didattica ancor più che per difendersi, che contrappone due visioni opposte di pedagogia e di educazione, di (auto)censura e di cultura, di pregiudizio e di approfondimento, di indottrinamento e di indipendenza, di etica e di pensiero, di stimolo alla creatività e di tutela dei minori dal potenziale «pericolo» che sotto l’influenza dell’arte e di una rappresentazione emancipata possano «essere traviati» e scartare dai binari preconfezionati, per scoprirsi e diventare – lavorativamente, sessualmente, identitariamente – loro stessi.
Una storia sbagliata, per dirla questa volta con Fabrizio De André, che Katalin Moldovai ha letto tempo fa su un giornale locale rumeno, per poi decidere di rielaborarla con evidente sguardo tanto al Peter Weir de L’attimo fuggente – non certo casuale in tal senso, nella didattica non convenzionale e atta a stimolare la sensibilità, la creatività e il pensiero degli studenti dell’insegnante protagonista, la centralità della poesia; ma a ben vedere anche la tradizione secolare (e quindi quasi per estensione retriva e antiprogressista, per lo meno nelle aspettative dei ricchi genitori) di un Liceo d’élite era già un elemento cardine del film del 1989, come pure lo erano il teatro come punto di rottura nei rapporti con un padre intransigente e lo scatolone con cui svuotare l’armadietto mentre gli studenti trovano il modo di dimostrare il proprio affetto, la propria gratitudine e le proprie lacrime – quanto al Radu Jude del ben più recente Bad luck banging or loony porn, dal quale Without Air sembra voler riproporre le indagini e i veri e propri “processi” umilianti a cui la docente, fra commissioni esterne, colleghi-kapò, istituzioni scolastiche voltagabbana, comitati etici che nemmeno aprono il faldone della memoria difensiva e genitori che rifiutano di ascoltarla mentre non si schiodano dagli slogan più ottusi, è costretta a sottoporsi per tentare di difendere il proprio lavoro, il proprio ruolo di educatrice e soprattutto le finalità del suo apprezzato metodo. Eppure, al di là degli omaggi più e meno urlati ai (magnifici) film “scolastici” di Weir e Jude e degli elementi presi in prestito per rielaborarli in una nuova insegnante alle prese con una nuova vicenda, o forse proprio per tentare di evitare confronti che sarebbero alla lunga diventati scomodi con lavori ormai storicizzati e di livello oggettivamente difficilmente da replicare, non sta nella lirica e (necessariamente) nella tragedia irreparabile dei Poeti Estinti di Weir l’obiettivo cinematografico che Without Air si propone di raggiungere, così come il suo punto non è in alcun modo l’ironia sorniona e intelligentissima di Radu Jude, del tutto assente in questo dramma che invece si fa progressivamente sempre più cupo. Al massimo c’è qualche simbolismo disseminato qua e là, c’è qualche ambigua sfumatura che stratifica i limiti del campo e della vita, c’è un registratore con cui riaprire il cuore tornando a momenti e ispirazioni in ogni caso irripetibili, c’è qualche istante di sospensione in cui tentare di ascoltare se stessi e di identificarsi negli altri, e c’è l’invito a ragionare indipendentemente lavorando per associazioni di idee e per creatività. Così come c’è un quaderno di poesie lasciato su un tavolo, c’è un telefono che squilla proprio quando non si può rispondere, e c’è una stazione ferroviaria sullo sfondo. Ma, per quanto riguarda la scansione narrativa e lo stile, sembrano semmai essere i pedinamenti “militanti” e l’assoluto realismo dei fratelli Dardenne il principale riferimento di Katalin Moldovai (viene a tratti in mente Due giorni, una notte nel costante ritorno allo stesso punto trovando una serie di muri di gomma inscalfibili, che alle sacrosante rivendicazioni dell’insegnante ribattono sempre con gli stessi due o tre punti senza nemmeno rendersi conto della loro insensatezza e delle ripetute contraddizioni in cui incappano), o ancora il dramma sociopolitico à la Ken Loach, che anche nelle spirali più soffocanti mai abbandona i suoi personaggi, ma li segue in ogni vessazione se necessario anche fino all’inferno. Conta solo relativamente, quindi, che nella parabola messa in scena da Katalin Moldovai non ci siano particolari guizzi registici, o che non sia difficile trovare più d’una ridondanza e un po’ di prevedibilità narrativa. Così come conta solo relativamente che non manchi qualche stereotipo di troppo (in testa il padre omofobo che pretende che il figlio Viktor giochi proprio a calcio anziché frequentare attività meno smaccatamente “da macho”, ma anche la spiccata sensibilità poetica e forse un po’ effeminata del ragazzo che compone sonetti sul suo senso di vuoto ma non riesce a parlare seriamente con il genitore), o che il chiaro parteggiare per le ragioni della docente (lo stesso dell’unico professore pronto a dimettersi e a lasciare la scuola in solidarietà con la collega, dopo averla difesa in un’arringa appassionata quanto inutile) possa sfociare in qualche inevitabile manicheismo nella caratterizzazione dei personaggi anche principali (basterebbe pensare alla doppia via di fuga offerta alla protagonista e ogni volta ostinatamente rifiutata per tentare di far valere le proprie ragioni, da una parte una non-punizione solo di facciata con cui accontentare il genitore senza reali conseguenze per lei e per il suo lavoro, e dall’altra la possibilità di andare via, con un’occupazione già pronta ad aspettarla in un ristorante, per raggiungere il compagno medico di stanza in UK).
Ciò che conta è seguire minuziosamente tutti i gradi di giudizio e tutti i soprusi subiti dall’insegnante, anatomizzando fino alle sue più estreme conseguenze il conservatorismo dilagante nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia con tutte le sue derive più omofobe e reazionarie, con tutti i suoi divieti, con tutte le sue ingiustificate paure verso ciò che è diverso e libero. Un microcosmo che diventa sempre più ostile attorno alla protagonista, fatto di chi la tradisce e di chi viene obbligato a farlo con ricatti, paure e costrizioni di ogni tipo (le colleghe mandate a spiare e rendere impossibile la sua lezione, l’insufficienza in biologia interrogando su un argomento non ancora affrontato l’alunna che aveva osato parlare bene di lei, o ancora gli interrogatori e i questionari-trabocchetto imposti agli studenti con cui trovare materiale per “incastrarla”), fatto di amiche che chiedono di incontrarsi in segreto e di letame digitale ciecamente lanciatole addosso dalla stampa e dai social, fatto di insensate gelosie e di crudeli vendette, mentre la macchina da presa rimane (quasi) sempre vicina alla Ana Bauch magnificamente interpretata in sottrazione da una Ágnes Krasznahorkai semplicemente straordinaria, capace di spegnere progressivamente, scena dopo scena, la luce in fondo ai propri occhi. Del resto Without Air inizia e finisce proprio con l’invito a chiuderli, gli occhi. E poi a riaprirli, ma solo dopo essersi presi il tempo per guardare dentro se stessi ed esplorare la propria immaginazione, il proprio inconscio, il proprio potenziale talento, le proprie (in)sicurezze. E poi ancora il proprio intimo, il proprio futuro, il proprio destino, la propria sensibilità. Di sicuro un qualcosa che gli altri, quelli pronti ad accusare, a giudicare colpevole e magari, quando la protagonista rifiuterà per principio la pena minima e transitoria dell’ammonizione e presenterà ricorso a costo di alzare un polverone, a sospendere la più capace fra gli insegnanti senza nemmeno essersi disturbati a guardare il film incriminato, non possono o non vogliono nemmeno provare a vedere. Preferendo fermarsi al proprio naso, alle proprie ataviche paure, o se si vuole agli strascichi della dittatura di ieri che ancora si ripetono identici, se non peggiori, nei meccanismi del mondo capitalista e ultraliberista di oggi. Un mondo nel quale è pieno interesse dell’apparato di Potere creare un falso problema da dare in pasto al popolo per distrarlo dai problemi reali (si veda il riferimento al cambiamento climatico, che rimbalza da una radio all’altra senza che nessuno realmente la ascolti mentre il governo ungherese semplicemente ne nega l’esistenza e spinge semmai ad affilare i forconi contro le minoranze sessuali), e nel quale ancora dominano la paura, la censura, l’imposizione di dettami che non si possono mettere in discussione nemmeno quando evidentemente sbagliati. Un mondo in cui anche la più affezionata e benevola fra le presidi, inizialmente alleata al punto di mentire in difesa della sua stimatissima insegnante per tentare di far archiviare la denuncia senza passare per un’inchiesta, terrorizzata dalla spada di Damocle di una pressione o di uno scandalo che avrebbero potuto far saltare il finanziamento con cui ristrutturare la palestra della scuola non si farà problemi a diventare la sua più acerrima nemica, fino a sostenere l’accusa di fronte alla commissione etica rinfacciandole falsamente come errori e violazioni dei programmi ministeriali ogni sua qualità più apprezzata da colleghi e studenti. Pronta a trasformare la propria migliore docente in un capro espiatorio con cui anteporre gli interessi economici e politici della scuola alla verità, alla giustizia, all’umanità, ma anche semplicemente all’istruzione dei ragazzi, privandoli proprio degli elementi che facevano loro amare le lezioni e che sembravano finalmente riempire il loro senso di vuoto, così fondamentali nella loro formazione come individui adulti e pensanti, così centrali nel loro percorso di vita. Quello che una scuola, questo sì, dovrebbe garantire e mai sacrificare. Se non altro per poter arrivare prima o poi a una generazione di genitori migliori. Diversi, aperti, capaci di comprendere e di fidarsi, ben felici che un figlio sia messo in condizione di poter imparare, inseguire e coltivare le proprie personali ispirazioni. Perché non è certo un film, il male da cui bisogna proteggerli. È la realtà in cui stanno crescendo, in casa e nelle strade, fino al palazzo del Parlamento.
Info
Without Air sul sito di Trieste 2024.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Elfogy a levegő
- Paese/Anno: Romania, Ungheria | 2023
- Regia: Katalin Moldovai
- Sceneggiatura: Katalin Moldovai, Zita Palóczi
- Fotografia: András Táborosi
- Montaggio: Orsolya Soltész
- Interpreti: Anna Szász, Ágnes Krasznahorkai, Ágnes Lőrincz, Áron Dimény, Soma Sándor, Tünde Skovrán, Zsolt Bölönyi
- Colonna sonora: Tibor Cári
- Produzione: Magma Cinema, Salamandra Film, Spot Film
- Durata: 105'



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