Il colore viola
di Blitz Bazawule
Blitz Bazawule, conosciuto anche come “Blitz the Ambassador”, riporta in scena la storia delle sorelle Celie e Nettie, ma il suo Il colore viola oltre che dal romanzo di Alice Walker prende spunto dal musical omonimo del 2005; l’aspetto musicale, che nel film di Steven Spielberg si muoveva sottopelle, deflagra dunque qui in tutta la sua possanza, senza però che Bazawule sia in grado di elevarsi mai dalla superficie. La regia predilige un inesausto “inno alla gioia”, preferendo sorvolare su tutto ciò che di sordido cela la vicenda narrata e dunque paradossalmente spingere un atto di riappropriazione culturale in direzione di un immaginario molto più mainstream, anestetizzato, “hollywoodiano”.
Miss Celie’s Blues
1909, Georgia, Stati Uniti d’America, l’adolescente afroamericana orfana di madre Celie vive con la sorella Nettie e il padre Alfonso, uomo alcolizzato e violento verso le figlie. Il padre ha svariati rapporti incestuosi con Celie, abusandone sessualmente, sino a metterla incinta due volte. Quando Celie partorisce il secondogenito, Alfonso le porta via il bambino, come accaduto con la prima figlia. Dopo il parto costringe Celine sposare un contadino locale, padre di tre figli, Albert “Mister” Johnson, anch’egli violento e con problemi di alcolismo. Nello stesso periodo Alfonso cerca di molestare Nettie, tuttavia lei fugge e si trasferisce nella fattoria della sorella e Mister, finché quest’ultimo non l’esilia quando respinge il tentativo di un rapporto sessuale con lui. Nettie promette di scrivere a Celie ogni giorno prima di partire, per mantenere un contatto tra sorelle... [sinossi]
Si ritorna dunque nella Georgia dei primi decenni del Novecento, lì dove nascono e vivono le orfane di madre Celie e Nettie, costrette in casa con un padre violento, lascivo, alcolizzato, irredimibile. Si torna ai fasti di una Hollywood dall’enfasi epica che riprende e per ovvio posizionamento si contrappone alla grandeur d’antan di Via col vento. Si torna a Il colore viola, con l’immagine che germina dalle pagine del romanzo di Alice Walker. Un’operazione produttiva di cui si parlava da tempo, e che trova la sua definizione nella regia del quarantunenne Blitz Bazawule, ghanese di nascita ma statunitense di formazione che ama firmarsi con il nome d’arte “Blitz the Ambassador” (anche Blitz è uno pseudonimo, visto che all’anagrafe l’uomo è registrato con un assai più canonico Samuel). In realtà Bazawule si adopera a un triplice adattamento: se la base è data dalle pagine della socialista Walker – qui proditoriamente anestetizzate di modo da non offendere nessuno e soprattutto da non dare adito a reali posizioni politiche, come si cercherà di evidenziare più avanti nel corso della breve disamina – lo sviluppo guarda in direzione del musical omonimo che spopolò a Broadway e dintorni a partire dal 2005. Così facendo com’è evidente Bazawule ha l’occasione di smarcarsi dal peso del confronto con il film che nel 1985 venne portato a termine da Steven Spielberg (che pure qui torna nelle vesti di produttore); pur non rientrando tra le opere imperdibili del grande cineasta statunitense, Il colore viola nella versione di trentanove anni fa contiene al proprio interno una potenza che per quanto solo parzialmente espressa sbriciolerebbe in un batter d’occhio l’adattamento di Bazawule.
Al di là di tutto questo, è ovviamente interessante notare come uno dei classici della letteratura afrodiscendente avesse trovato “ospitalità” all’epoca nella Hollywood degli Studios grazie alla volontà autoriale di un discendente del ceppo ebraico di Odessa, come se le diaspore si parlassero, e dunque le condizioni di “eterni stranieri” potessero trovare un dialogo fertile attraverso l’immagine in movimento, l’arte straniera per eccellenza perché si basa sul principio di spostamento, di movimento seppur apparente. Affidando a Bazawule il compito di rinverdire i fasti della saga di Celie e Nettie, sorelle separate che crescono e si fortificano nella violenza e attraverso essa, Hollywood persegue un principio di riappropriazione culturale che per quanto lodevole finisce invece in maniera quasi paradossale per depotenziare il film, e i suoi ramificati sottotesti. Si parta dalla forma immediatamente evidente di questo “nuovo” Il colore viola, ossia a dire il fatto di muoversi di brano musicale in brano musicale; là dove Spielberg era riuscito, grazie a una messa in scena scintillante, così palese da apparire addirittura innaturale, a far scaturire la nativa musicalità armonica di una popolazione che vive e visse il blues nelle proprie vene, disperdendone le stille nel sangue gocciolante sulle spine delle piante di cotone, Bazawule non sa emanciparsi dal genere, e dunque lo affronta nella sua scoperchiata coreografia. La sua regia si lancia quindi in frontali esibizioni di canto e danza collettivi, corrusche dimostrazioni di un riallaccio all’age d’ôr di Hollywood: ma mentre solo un paio d’anni fa sempre Spielberg trasformava la rivisitazione di West Side Story in un saggio emotivo sulla nostalgia, l’agone per la vita che diventa elegia della morte, Bazawule si ferma a una riproposizione dell’immaginario black ricorrendo agli stilemi della produzione caucasica, in un cortocircuito logico che poco sarebbe piaciuto allo Spike Lee ancora duro e puro di Aule turbolente. Di quale riappropriazione culturale si sta parlando, in effetti?
Più la musica prende corpo in scena più durante la visione de Il colore viola si ha la netta percezione di un’opera che si è fermata scientemente in superficie, onde evitare qualsiasi spigolo, qualsiasi piega non perfetta, qualsivoglia reale riflessione sull’immaginario colonizzato e il suo senso. Bazawule tramuta ogni elemento doloroso della narrazione – e il film, seguendo in maniera fedele il testo di Walker, ne ha un buon numero da spendere durante la visione – in un continuo, inesausto, fragoroso “inno alla gioia”, a rivendicare la capacità di resistenza delle popolazioni che arrivarono in ceppi dall’Africa e vennero schiavizzate. Quei secoli di prigionia, di trattamento delittuoso e iniquo, hanno generato – così pare suggerire il regista, che lavora lo script di Marcus Gardley – nella sua gente un’innata gioia, la capacità di curare anche le ferite più sanguinanti in una voglia spasmodica di vivere, di sorridere, di rialzarsi. Per sottolineare questo punto Bazawule preferisce sorvolare su tutto ciò che di sordido cela la vicenda narrata, e così facendo una volta di più (dopo la scelta di rifare il musical nella sua accezione classica) opta per collocare il proprio sguardo a un’altezza spudoratamente mainstream. Così, per quanto si possa ammirare un costrutto musicale interessante – in cui trova spazio anche quel Miss Celie’s Blues scritto da Quincey Jones per il film di Spielberg –, Il colore viola si delinea come operazione produttiva anodina, semplificante e superficiale, in cui l’immagine si fa continuamente retorica, e la violenza viene espunta, ridotta a pura memoria, chiusa nella bambagia come un cinema tronfio, ma non trionfante.
Info
Il colore viola, il trailer.
- Genere: drammatico, musical
- Titolo originale: The Color Purple
- Paese/Anno: USA | 2023
- Regia: Blitz Bazawule
- Sceneggiatura: Marcus Gardley
- Fotografia: Dan Laustsen
- Montaggio: Jon Poll
- Interpreti: Aunjanue Ellis, Ciara, Colman Domingo, Corey Hawkins, Danielle Brooks, David Alan Grier, Deon Cole, Elizabeth Marvel, Fantasia Barrino, H.E.R., Halle Bailey, Jon Batiste, Louis Gossett Jr., Phylicia Pearl Mpasi, Stephen Hill, Tamela Mann, Taraji P. Henson, Whoopi Goldberg
- Colonna sonora: Kris Bowers
- Produzione: Amblin Entertainment, Domain Entertainment, OW Films, Quincy Jones Productions, SGS Pictures
- Distribuzione: Warner Bros.
- Durata: 141'
- Data di uscita: 08/02/2024




West Side Story
Il colore viola