Au hasard Balthazar

Au hasard Balthazar

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Au hasard Balthazar, ispirato da L’idiota di Dostoevskij, è il settimo lungometraggio per Robert Bresson, da annoverare tra i suoi tanti capolavori. L’umanità, con i suoi vizi e le sue mediocrità, è vista con lo sguardo puro di un asinello, vittima sacrificale dei vari gruppi che incontra.

L’umanità vista da un asinello

Balthazar è un asino che viene adottato da un ragazzino, Jacques, con le sue sorelle. Trascorre però gran parte del suo tempo con Marie, il cui padre poi lo venderà a una panetteria dove lavora Gérard, un poco di buono che lo maltratta per poi cederlo a sua volta ad Arnold, un alcolizzato. L’asino lavora così in un circo, in cui risolve operazioni matematiche e successivamente gira la ruota di un pozzo. Alla fine Balthazar viene rubato da Gérard, che lo vuole usare per il trasporto di merci di contrabbando. Gli agenti della dogana iniziano a sparare contro il ragazzo ed il suo amico. Questi scappano, Balthazar viene ferito e si lascia andare a terra per morire in mezzo a un gregge di pecore. [sinossi]

Un raglio interrompe una soave musica eseguita al pianoforte, che poi riprende finito il verso dell’animale. Un inizio programmatico, lo squarcio sonoro di uno stridio disperato, assimilabile a un urlo di dolore, nei titoli di testa sopra l’immagine di una parete rocciosa, per Au hasard Balthazar, il capolavoro, uno dei tanti, di Robert Bresson. Il film rappresenta una visione dell’umanità da parte di un asinello, che passa di proprietà in proprietà, maltrattato un po’ da tutti, quando non picchiato o torturato, in un arretrato villaggio di campagna, sui Pirenei. Bresson ha avuto l’ispirazione per questo film da un brano di L’idiota di Fëdor Dostoevskij messo in bocca al principe Miskin: «L’ambiente straniero mi uccideva. Ricordo che mi svegliai del tutto da questa tenebra una sera a Basilea, al mio arrivo in Svizzera, e mi svegliò il ragliare di un asino sul mercato cittadino. Quell’asino mi colpì enormemente e, chi sa perché, mi piacque in modo straordinario e, nello stesso tempo, a un tratto tutto parve schiarirmisi nel cervello».

Au hasard Balthazar si apre e si chiude su un prato di montagna, in pendenza, nel paesaggio dei Pirenei. Le due scene iscrivono la parabola di vita dell’asinello, che sarà battezzato, con rito cristiano, con il nome biblico di Balthazar, e la sua discesa nella società umana da quell’empireo mondo di pastori dove risuonano le campanelle delle pecore. Sono due bambini di una famiglia borghese a volerlo prendere come animale da compagnia, convincendo il titubante padre. L’animale sarà testimone del declino di quella vita spensierata adolescenziale, con l’esperienza dei primi amori ma anche quella della morte, di una delle sorelline. Quella di Balthazar è una caduta dall’Eden, uno sprofondamento nell’abiezione umana. Viene ferrato (dopo il battesimo il secondo rito di ingresso nel mondo, stavolta in qualità di ingranaggio produttivo) e quindi destinato a servire ed essere sfruttato, con fatica, via via da un padrone diverso. Ogni suo passaggio di proprietà permette a Bresson di fornire uno spaccato dei vizi dell’umanità. Ci sono situazioni diverse, come quando viene esibito come attrazione da un circo, nel ruolo del classico mulo che fa le operazioni aritmetiche. Ancora uno sfruttamento che però lo connota come essere in qualche modo senziente («È intelligente», dicono, potrebbero anche definirlo un genio, e lo presenteranno come la più grande mente del secolo), e che lo assurge sempre di più al ruolo di innocenza che viene sottoposta a martirio.

Balthazar rappresenta anche una dimensione tecnologica antica. Il suo raglio è il canto del cigno di quel sistema produttivo vecchio come l’umanità, che si fonda sulla forza animale. Le bestie da soma, da fatica, al traino di carrozze o di macine da far girare al comando di una frusta. Un mondo che è tramontato nel Novecento, con l’introduzione dei combustibili fossili. Il film mostra spesso esempi di questo progresso: i trattori, le macchine, le motociclette della gang di teppisti, i quali usano proprio dell’olio combustibile per un loro atto vandalico, far scivolare e sbandare le macchine in una strada di campagna. In una scena vedremo anche Balthazar destreggiarsi a fatica in mezzo al traffico automobilistico. Un ultimo rigurgito di un sistema energetico: nel mondo di campagna ritratto da Bresson un asino è comunque ancora appetibile come forza lavoro. Anche se, lamenta il padre di Marie, li rende ridicoli. Lui stesso era stato accusato dal proprietario dei terreni di non coltivarli con metodi moderni. In parallelo all’asinello, il film segue il personaggio di Marie, una ragazza la cui vita andrà in frantumi dopo la spensierata infanzia, sodale dell’animale tanto da agghindarlo di fiori sul capo, unico personaggio che non lo vede come mezzo per fare soldi. Il suo legame spirituale con Balthazar si intreccia con gli uomini della sua vita. C’è Jacques con cui da bambina si era fidanzata per gioco. Il ragazzo, per bene e benestante, rappresenterebbe l’uscita dalla sua misera vita, anche garantendo l’estinzione del debito che intercorre tra le due famiglie, ma lei non lo ama. E poi c’è Gérard, teppista e delinquente, con cui la ragazza ha un rapporto malato e autolesionista. Balthazar si frappone fra loro già durante una prima schermaglia. E il ragazzo è uno dei più crudeli verso l’asinello, che picchia e sevizia, anche quando gli serve, per trasportare pagnotte come merci trafugate. Uno spregio per transizione verso Marie. Balthazar è presente con il suo sguardo puro e innocente, anche quando la ragazza viene umiliata dal mugnaio. Con l’uscita di scena di Marie e la morte di suo padre, con l’estrema unzione di un curato di campagna, la parabola di Balthazar nella società umana può dirsi conclusa. Farà in tempo a portare le ceneri dell’uomo in un corteo funebre e a immolarsi nell’ultima follia di Gérard, mentre la madre di Marie lo ha definito quale un santo.

Info
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