Shikun

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Presentato in Berlinale Special, Shikun è il nuovo lavoro di Amos Gitai che offre una rappresentazione della società israeliana negli spazi claustrofobici dei lunghi e bianchi corridoi di un grande edificio fatiscente, dove sfilano rappresentanti di varie categorie sociali e culturali del Paese, in una costruzione da teatro dell’assurdo che descrive una omologazione strisciante rifacendosi a Il rinoceronte di Ionesco.

I rinoceronti non sono quello che sembrano

Uno spaccato della eterogenea società israeliana offerto da un edificio multiuso, lo shikun. Persone di lingue, origini e generazioni diverse si incontrano e, si confrontano con lo stato attuale delle cose. Alcuni iniziano a trasformarsi in rinoceronti, mentre altri resistono. [sinossi]

Irène Jacob cammina nel ballatoio bianco di un grande edificio di urbanista residenziale atomistica. In direzione opposta si muove una moltitudine di persone, alcune con le tipiche trecce degli ebrei ortodossi. Questa scena iniziale si ripeterà simmetricamente: ancora la grande attrice procede in senso contrario alla massa ma i sensi di marcia sono invertiti rispetto alla scena precedente. Le due immagini rappresentano la metafora ridotta all’osso dell’ultimo film di Amos Gitai, Shikun (il film ha anche il titolo internazionale It’s Not Over), presentato alla Berlinale 2024, sezione Berlinale Special. Il regista israeliano fornisce uno spaccato impietoso della società del suo paese nella dimensione spaziale claustrofobica di corridoi e ballatoi di un grande edificio, uno shikun, così è definito, della tipica tendenza all’urbanistica popolare metamerica, quella dei palazzoni alveare con innumerevoli piccole unità abitative famigliari che si ripetono uguali, come praticamente all’infinito. La società cui il regista si riferisce è ovviamente quella prima dei fatti tragici del 7 ottobre, che vedeva un forte scivolamento nell’autoritarismo del governo di Netanyahu che, per esempio, cercava di riformare il sistema giudiziario asservendo la magistratura al potere politico. Situazione che vedeva peraltro insorgere la società civile in tutto il paese.

La mdp di Gitai scivola leggiadra e attraversa quei corridoi, contemplando i diversi gruppi di personaggi, soffermandosi ogni volta su uno di questi, con lunghissimi piani sequenza, come delle arche russe sul mondo israeliano. Ci sono gli imprenditori edili che pianificano nuovi palazzi, in un’espansione edilizia che ovviamente è massima tra le colonie nei territori palestinesi, ci sono gli ebrei ortodossi, ci sono le classi di lingua ebraica dove ci sono alunni di recente immigrazione, provenienti da India o Bielorussia, c’è l’uomo anziano che parla dei villaggi che ha distrutto in guerra giustificandosi per aver dovuto eseguire degli ordini. Ci sono bande di musicisti ma anche esponenti della originale cultura yiddish come quella signora che cura una libreria di antichi e preziosi volumi. Una cultura ebraica antica sopravvissuta all’olocausto e all’antisemitismo. Irène Jacob si muove in quegli spazi angusti con leggerezza, a volte danzando. Il suo è un ruolo di coro greco, rimanendo a un livello di estraneità sottolineata dalla lingua francese. Alcuni personaggi si travestono, o vengono vestiti, da rinoceronti, portando sul capo il tipico corno dell’animale. Gitai mette in scena in quell’edificio un teatro dell’assurdo rifacendosi espressamente alla nota pièce di Ionesco, metafora di una tendenza dilagante all’omologazione, denuncia dello stato di tensione verso la società totalitaristica. Quei rinoceronti del teatro dell’assurdo che nel cinema hanno trovato rispondenza nei cloni coltivati in baccelli di L’invasione degli ultracorpi o negli alieni di Essi vivono.

Shikun è una nuova espressione della visione da architetto di Amos Gitai, nonché della sua concezione del paese ebraico come casa, che già aveva le sue fondamenta nel corto Shikun del 1977, e in Bayit del 1980. Il grande lecorbusiano edificio mostra dei cedimenti. In certi punti è sporco, con i saccji di rifiuti, e in alcuni corridoi cade acqua dal soffitto. È la grande metafora del film, di quella che avrebbe dovuto essere la grandeur di una nazione, espressione di una antica quanto storicamente vessata cultura, nata come fenice dalle ceneri dell’olocausto, che ora si mostra in tutta la sua fatiscenza. Shikun è un compendio del cinema di Gitai e della sua visione del proprio Paese, concepito ovviamente prima del 7 ottobre, ma che è capace di comprendere anche la deriva politica israeliana dopo quei tragici fatti.

Info
Shikun sul sito della Berlinale.

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