L’impero

L’impero

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Bruno Dumont, con L’Empire (L’impero) in concorso alla Berlinale 2024, torna alla Côte d’Opale, grande contenitore del suo cinema e del cinema di genere, sviluppando ora una storia fantascientifica alla Guerre stellari, un pastiche visivo dove il cielo nuvoloso del nord della Francia si popola di astronavi, dove le basi spaziali ibridano l’architettura della Morte nera con le guglie delle cattedrali gotiche. E in fondo una grande summa di tutto il suo cinema.

Dumont colpisce ancora

La Côte d’Opale, nel nord della Francia. In un tranquillo e pittoresco villaggio di pescatori, finalmente accade qualcosa: è nato un bambino speciale. Un bambino così unico e peculiare da scatenare una guerra segreta tra forze extraterrestri del bene e del male. [sinossi]

Uno dei primi film che fecero conoscere Bruno Dumont è L’umanità, che fece scalpore per l’esibizione disturbante del sesso del cadavere di una bambina stuprata. Una grande voragine a forma di vulva compare nell’ultimo film del regista francese, L’Empire (L’impero), in concorso alla Berlinale 2024. Un’immagine vaginale che diventa il principio generatore del cinema del cineasta, che negli anni ha saputo innovare quanto rimestare elementi dei suoi film precedenti. L’impero in questo senso sembra porsi come summa della sua filmografia. Oltre all’immagine sopracitata tornano gli amplessi selvaggi e scatenati ripresi in campo lunghissimo (già il film comincia con una donna nuda vista da lontano), in paesaggi naturali, come in Twentynine Palms, e nel finale compaiono delle mucche a riportarci a P’tit Quinquin. Tornano anche i due scalcinati investigatori di periferia di quella serie, il tenente Carpentier e il comandante Van der Weyden, i quali sono alle prese stavolta con un evento molto più grande di quelli che hanno affrontato finora.

Torniamo alla Côte d’Opale, tanto cara al regista che l’ha scelta come luogo in cui vivere, quel territorio di confine tra terra e mare, dove i due elementi confliggono e si compenetrano, dove lembi di terra si insinuano nell’acqua, un confine anche geografico sulla Manica, che guarda verso le bianche scogliere di Dover. La regione costiera dai colori opalini che ha ispirato pittori come Corot. Ma anche un luogo che porta la testimonianza di conflitti del passato, con i residui di bunker o delle fortificazioni del Vallo Atlantico. La Côte d’Opale, con le sue comunità marginali di pescatori, con la sua umanità deforme e disagiata, diventa il territorio che ospita il cinema di genere di Dumont, che, dopo le detective story, prosegue con la fantascienza, già sviluppata nella serie Coincoin et les Z’inhumains.

Il cielo plumbeo del nord della Francia si popola di astronavi che sorvolano quel territorio salmastro, diventa il teatro di un conflitto apocalittico tra bene e male, tra due armate extraterrestri. Bruno Dumont si ispira espressamente a Guerre stellari, la trilogia originale, già richiamata nel titolo. Le spade laser, usate per nuovi strumenti di violazione dei corpi, e le astronavi o le basi spaziali che si rifanno all’estetica, ormai vintage, della Industrial Light & Magic prima maniera. Ancorché, in L’impero, verosimilmente realizzate in digitale, sembrano quelle polverose, meccaniche, in acciaio e bulloni, a volte sgangherate, navicelle, come il Millenium Falcon, o come quelle della serie originale di Battlestar Galactica, e come ovviamente la Morte Nera. Costruite con un’infinità di dettagli superficiali, tali da poter essere scrutate e contemplate lentamente al loro avvicinarsi e al loro passaggio. Dumont gioca anche, ironizzando, sulla noia che può generare una di queste tipiche sequenze, in cui la mdp sorvola sull’astronave, con la stessa ironia usata da Mel Brooks in Balle spaziali, film che più che mai è accostabile a L’impero. Dumont però non si accontenta e, in quei grovigli di forme delle sue Morte Nera, piazza anche delle guglie di cattedrali gotiche, elementi architettonici tipici delle grandi edificazioni sacre europee, oppure dei palazzi ripresi dalle regge settecentesche, creando delle figure pastiche, escheriane, simbolo della commistione continua con cui si gioca tutto il film. La commistione è anche un meticciato tra possessioni di terrestri, inseminazioni intergalattiche e nascita di un messia. Con L’impero Bruno Dumont corona il sogno da sempre accarezzato, già nel progetto rimasto irrealizzato di un film americano, The End, con Tom Cruise o Brad Pitt, di abbracciare il cinema industriale hollywoodiano e quello d’autore europeo.

Info
L’impero sul sito della Berlinale.

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