Un altro ferragosto

Un altro ferragosto

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Ventotto anni dopo Ferie d’agosto, i protagonisti di quella turbolenta estate tornano in Un altro ferragosto: sia la famiglia Mazzalupi che il clan che ruota attorno a Sandro Molino hanno avuto i loro lutti, e cercano strenuamente di (r)esistere. Rimettendo piede a Ventotene Paolo Virzì e Francesco Bruni firmano un amaro fermo immagine dell’Italia contemporanea, intonando allo stesso tempo il de profundis alla sinistra. Una commedia dolorosa e commovente, affidata a un ottimo lavoro corale del cast.

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Ventisette anni dopo la loro estate insieme, i Molino e i Mazzalupi tornano a Ventotene per motivi diversi. Sandro è ormai morente e il figlio ventiseienne Alberto, imprenditore digitale sposato con un fotomodello, decide di invitare gli amici del padre a trascorrere un’ultima estate tutti insieme. Ma negli stessi giorni la cittadina ospita anche le nozze di Sabry Mazzalupi, diventata celebrità del web, che portano a Ventotene non solo la famiglia della donna, ma anche giornalisti, curiosi e arrampicatori sociali. [sinossi]

Un altro ferragosto è dedicato alla memoria di Ennio, Piero, Oumar, Evelina, e Mario, vale a dire Ennio Fantastichini, Piero Natoli, Oumar Ba, Evelina Gori, e Mario Scarpetta. Tutti loro erano in Ferie d’agosto, e ora non sono più se non in quell’eternità dell’immagine che permette di vederli ancora vivi, giovani, il potere del cinema di raggelare il tempo, bloccandolo in un presente da cui non si può e forse non si vuole mai davvero fuggire. Un tempo falsato, come quello che nella sua mente vive di quando in quando Sandro Molino, il capotribù di ciò che resta della sinistra italiana, che un tempo poteva ancorarsi ad Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ursula Hirschmann, Sandro Pertini, e ora è costretta a discettare durante la cena dei detriti lasciati da rottamatori d’occasione. Molino sta morendo, ha una malattia inoperabile che pregiudica le sue qualità cognitive, eppure in mezzo ai ciottoli pittati per l’accoglienza dei turisti sembra ancora lucidissimo, lui che è l’ultimo a vedere in Ventotene non un luogo turistico ma un parco naturale della memoria antifascista. Dopo quasi trent’anni i Molino e i Mazzalupi tornano a Ventotene, e con loro Paolo Virzì e Francesco Bruni, che non lavoravano insieme da un decennio (Il capitale umano, che trassero dalle pagine di Stephen Amidon; per trovare una loro sceneggiatura originale firmata a quattro mani si deve fare un ulteriore passo indietro fino a La prima cosa bella) e si ritrovano a maneggiare i fantasmi del loro passato. I fantasmi umani, quelli che in scena possono tornare solo grazie all’artificio del montaggio (o a qualche fotografia disseminata sui comodini), e i fantasmi di un cinema che non c’è più, e che forse non ci sarà mai più. Si tratta ovviamente di una pura casualità, ma il fatto che Un altro ferragosto raggiunga le sale a pochi giorni di distanza dalla morte di Paolo Taviani ammanta il film di un valore presago. “È una strage”, commenta sbigottita Paola Tiziana Cruciani/Luciana Mazzalupi quando i figli le ricordano che anche suo cognato Marcello, proprio come l’amato marito Ruggero, non c’è più. E la strage è anche quella cui sta progressivamente andando incontro la cultura cinematografica italiana, una strage inevitabile. Forse.

Se un trentennio fa Ferie d’agosto poteva ancora muoversi compiutamente e completamente nel “campo largo” (a proposito di definizioni politiche che, al pari di radical-chic, farebbero correre un brivido di disgusto lungo la schiena di Molino) della commedia all’italiana, rintracciando le traiettorie di un’epoca già allora abbastanza lontana, oggi l’impressione è che il pubblico possa essere quasi del tutto impreparato alla visione di Un altro ferragosto, anche perché la mesta melanconia che attraversava quel film si è fatta cupa disperazione, come non vi fosse più appiglio, non si potesse più rintracciare un rivolo di speranza in questa flottiglia umana disadorna e ciclotimica, annientata da se stessa e in se stessa. Non è più vero, rubando le parole a Montale, che bastano pochi stocchi d’erbaspada penduli da un ciglione sul delirio del mare; i Molino hanno perso l’utopia, tramutata com’è in un’abitudine di potere che s’è fatta logora, e stanca. Molino va alla morte con il pensiero a un passato che non si è costruito come si doveva, e così distaccato dal presente non sa prefigurare più un futuro. Non sa vivere, come nel deliquio proprio i confinati di Ventotene gli suggeriscono. Saprà morire? Intanto nel circondario di quest’isolotto dell’arcipelago ponziano ci sono falangi di altri morti che tornano a cercare sprazzi di sole in una vita dominata dall’inverno. Virzì e Bruni, con il contributo durante la scrittura del fratello del regista, Carlo, hanno ancora le penne affilate, e sanno come servire battute sapide, freddure, eppure come ogni vero commediante degni di tal nome non hanno alcun timore a spingere la loro creatura in territori oscuri, quasi che la marcetta buffa dovesse muoversi di quando in quando al passo della danza macabra. Un altro ferragosto non è quello che sta per arrivare, ma è l’ennesimo trascorso, passato senza che in quest’umanità (e in questo Paese) qualcosa cambi davvero; alla sinistra sul letto di morte che non sa più neanche riconoscere i propri parenti fa da contraltare la becera opulenza di una destra turbocapitalista, sguaiatamente fiera della propria inveterata ignoranza.

Torna dunque il dissidio tra Molino e Mazzalupi, ma se tre decenni or sono la dialettica tra le parti si sviluppava attorno a qualcosa di vivo – l’ingegnere extracomunitario ferito per un colpo di pistola sparato da Ruggero Mazzalupi – ora è solo la memoria di ciò che Ventotene avrebbe dovuto simboleggiare a creare un divario tra le parti. Un Manifesto ideale, mai divenuto realtà, smentito da un’Europa unitasi solo a parole seguendo quei principi, è il divisorio che separa due ceppi umani allo stesso modo disperati, soli. Figli che non parlano coi padri, amori che non sanno più trovare i modi per riconoscersi, lutti che nessuno ha mai pensato di affrontare davvero, in profondità. Con una brillante intuizione il movimento di macchina che dal mare porta verso Ventotene su cui si apre Un altro ferragosto è accompagnato da un vero e proprio remix delle battute più riconoscibili di Ferie d’agosto. Perché in una certa qual misura questo film è la versione remiscelata del capostipite, e da un punto di vista strutturale ne segue il tracciato non per sottolineare le distonie ma per tentare di cullare personaggi che stanno affrontando la notte, e neanche se ne rendono conto. In questo scenario desolante si vivificano alcune delle figure più importanti di Ferie d’agosto, ed è interessante che di nuovo più dei Molino siano i Mazzalupi a essere osservati, e guardati con συμπἀθεια. Il film ha dopotutto al centro Sabrina, la figlia di Luciana e Ruggero che ha avuto successo come influencer e ora sta per sposarsi sull’isola con un tizio, tal Cesare, che ben poco sembra interessarsi davvero a lei. Proprio per questo Marisa, la zia della ragazza, vorrebbe sabotare la cerimonia, sperando nell’aiuto del suo nuovo compagno Pierluigi Nardi Masciulli, ereditante che però i figli stanno cercando di far interdire (perfetto per il ruolo un Christian De Sica che possiede naturalmente i tempi del tragicomico). Il matrimonio da un lato, l’estremo commiato dall’altro. La festa in cui tutti devono divertirsi da un lato, la dolce mestizia – con non pochi disagi personali – dall’altro.

L’impressione è che l’altro ferragosto possa in qualche modo essere l’ultimo, e se il film del 1996 fungeva anche da coming-of-age (per Sabrina e Ivan), oggi si può solo accettare la vita per quella che è e tentare di andare avanti senza illusioni, senza utopie da realizzare, senza svolazzi poetici. Non c’è più spazio per i desiderata intimi dei personaggi che adornavano una delle sequenze memorabili di Ferie d’agosto, ed è sorprendente come nel lavoro al montaggio Virzì non si faccia mancare una dose di brutalità nello “sbarazzarsi” di alcuni personaggi, quasi a voler sottolineare come non ci sia più spazio per il lirismo per un Paese che oramai da trent’anni e più – dalla caduta del Muro, si potrebbe dire – non ci sta capendo proprio più niente. Nel bisticcio estivo tra Mazzalupi e Molino viene meno la dialettica, perché l’era social ha affossato anche quest’ultimo dinosauro novecentesco, e resta solo l’abbarbicarsi a posizioni che quasi non si sanno più nemmeno difendere. Il fascismo come la pasta e fagioli, sgraffignando l’immagine a un lapsus dell’oramai esausto Sandro Molino (ora costretto a sua volta ai post sui social, visto che L’Unità non c’è più – o per meglio dire c’è ancora, ma non è più), è diventata l’abitudine di un mondo neo-barbaro che Un altro ferragosto disegna per ciò che è: un incubo irredimibile, e da cui non sembra esistere sveglia. Ci si diverte, soprattutto nella prima ora, durante la visione, ma poi sopraggiunge la malinconia, il senso di sconfitta (il monologo concesso a Emanuela Fanelli durante la discussione dopo la proiezione di un film – con tanto di citazione di Adriano Aprà – è esemplificativo sotto questo punto di vista), e la disperazione per una vita vissuta, e che ora arriva alla fine. Senza più una guerra partigiana ad attendere chi ha la fortuna di uscire dal confino, ma solo la prassi quotidiana. E allora non si può che desiderare il mare, quel mare che è orizzonte di mondi non più da scoprire, e che forse non si raggiungeranno mai. “Se solo fossimo fuggiti insieme”, piange un eccellente Gigio Alberti/Roberto sulla spalla di Sabrina Ferilli, forse mai così brava. L’ipotetica come disperato tentativo dell’utopia. L’Italia, in una frase.

Info
Il trailer di Un altro ferragosto.

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