La valle dell’Eden

La valle dell’Eden

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Simbolo di un cinema di rottura, di ribellione ma al tempo stesso di riconciliazione, di ricerca di una pace e serenità in una terra (e un’ideologia) dilaniata, La valle dell’Eden è ancora oggi un esempio eclatante non solo dell’intensità attoriale di Dean ma anche di un tipo di melodramma atipico che parla di scontro generazionale. Elia Kazan sembra quasi volersi scusare con un mondo che sa di aver “tradito”, e la sua figura e quella del protagonista Caleb sono assai più vicine di quanto possa sembrare a prima vista. Tra i classici riproposti nella rassegna Magnifiche ossessioni – Capolavori del mélo hollywoodiano 1951-1959.

La terra promessa

Nella California del 1917, Caleb è un giovane tormentato. Vive il rapporto con il padre in maniera conflittuale e odia il fratello per essere il prediletto. Ma quando scopre che sua madre, diversamente da quanto gli era stato raccontato, è ancora viva, qualcosa cambia, prova a riavvicinarsi al padre dopo un affare andato a male, prova a dare il suo contributo, nella sua maniera. Ma i conflitti saranno destinati a esplodere in tutta la loro drammaticità, proprio quando gli Stati Uniti entrano in guerra.

Sembra quasi inevitabile che La valle dell’Eden di Elia Kazan, tratto dal romanzo di John Steinbeck e realizzato quando ormai Kazan aveva già rovinato la carriera e la vita di alcuni suoi colleghi segnalandoli al Comitato McCarthy, si apra con la sequenza in cui Caleb scopre che la madre è ancora viva. Un ritorno dai morti, un aprire gli occhi. La madre è viva e gestisce un locale malfamato a Monterey. È in quel momento che Caleb, detto Cab, oltrepassa una linea d’ombra che lo porta dal nido familiare improntato a Dio e al cristianesimo curato dal padre Adam a una dimensione più terrena, fatta di dolore, di sofferenza, di strazio e lacerazioni. E lì, Caleb vi si immerge. Nulla potrà essere come prima. Questa netta demarcazione trasforma Caleb in un reietto, un incompreso, considerato già “strano” e un po’ matto dalla comunità. Una differenziazione che viene rimarcata dal rapporto con il fratello Aron, il prediletto di Adam, quello posato, disponibile, equilibrato. E anche più votato alla famiglia tradizionale, tanto da essere innamorato di Abra con la quale intende sposarsi. La solitudine di Caleb, il suo statuto di emarginato è sottolineata dalla sua vicinanza quelle fasce sociali discriminate: messicani, afroamericani e, soprattutto, l’amico di famiglia Gustav Albrecht che, all’indomani dell’ingresso degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale, diventa il bersaglio dell’odio sociale in virtù della sua origine tedesca. Caleb sta dalla parte degli incompresi e dei giusti. E per questo è considerato un derelitto. Ma è questa insofferenza di Caleb verso il perbenismo futile e posticcio a sottolinearne l’inadeguatezza sociale. Caleb diventa così il simbolo di una generazione inadatta a riconoscersi nei valori di una società moralista e giustizialista. Inevitabilmente, la prima frattura avviene con il padre. In quanto padre, in quanto uomo di fede, imprenditore rispettato. Caleb rifiuta tutte le categorie sociali in cui il padre è incasellato. Non a caso, i conflitti fra i due sono spesso ripresi da Kazan in maniera obliqua: la mdp perde il suo equilibrio orizzontale, l’immagine si piega rispetto all’asse. Quell’equilibrio esistenziale, insomma, scompare.

Adam, nel corso del film, subisce un tracollo finanziario per via di un investimento sbagliato e rischioso. Il fallimento rivela a Caleb un uomo fragile. E in quel fallimento, Caleb ci si ritrova. Nel fallimento, Caleb trova una traccia, una via per riavvicinarsi ad Adam. Quando Adam sfiora la dimensione di reietto, insomma, i due si riavvicinano. A frantumare questo ritrovato e precario equilibrio ci pensa la verità. Perché all’ennesimo litigio, quando il padre rifiuta i soldi che Caleb ha accumulato per lui, quella vita fittizia, fatta di false felicità, svanisce. Aron scopre chi è davvero sua madre e perde le certezze di una vita, decidendo di arruolarsi come volontario per il fronte. Abra capisce di essere innamorata di Caleb e della sua autenticità. Adam ha un ictus che lo costringe a letto. Il caos riempie la vita dei personaggi che costituiscono l’ossatura umana del film, ma è proprio in questo caos, là dove l’orlo della disperazione si fa sempre più persistente, che Caleb ritrova se stesso e il padre. Quando gli equilibri sono saltati, quando quella frattura generazionale trova un senso storico e sociale ma anche esistenziali, è come se Caleb e Aron si scambiassero di ruolo e finalmente il primo riesce a trovare una riconciliazione con il padre Adam. Kazan, con La valle dell’Eden, ribadisce l’urgenza del suo cinema, un cinema che traghetta Hollywood verso la New Hollywood, che racconta i malumori di una generazione, che ha il coraggio di affrontare le tensioni sociali senza il timore di subire gravi conseguenze. Ed è come se Kazan tornasse a ricercare un proprio modo per riappacificarsi con il mondo cinematografico che ha tradito: Kazan e Caleb sono molto più prossimi di quanto si pensi. Lo spaesamento di Caleb, ottenuto attraverso una straordinaria performance nervosa di James Dean, è lo stesso di Kazan in un contesto artistico e professionale che sente di aver deluso. Ma La valle dell’Eden è anche un esempio eclatante di come il melodramma statunitense sia stato in grado di captare umori e frizioni sociali più di quanto normalmente venga riconosciuto (e di cui Douglas Sirk è l’esempio più lampante).

Info
La valle dell’Eden, il trailer.

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