Raid on the Lethal Zone

Raid on the Lethal Zone

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Irrompe anche quest’anno al Far East Film Festival il ciclone Herman Yau che inonda l’edizione 2024 con ben tre film. Tra questi c’è Raid on the Lethal Zone, un connubio di disaster movie e di action contro i narcotrafficanti. Un film spettacolare, nel livello e con l’impronta del Maestro hongkongese, mentre la retorica patriottica incentrata sull’eroismo degli agenti doganali conferma l’assunto che anche i film nazionalisti possono essere dei grandi film.

È l’economia di mercato, bellezza

1998: la regione sud-occidentale cinese, intorno alla fittizia città di Meng, viene martoriata da un’alluvione. I narcotrafficanti colgono subito l’opportunità e organizzano spedizioni di droga nei sacchi di sabbia che non vengono ispezionati. Quando un paio di criminali si arrende e confessa in una stazione di polizia, il team antidroga viene a conoscenza di quell’operazione. Il battaglione 8077 della polizia di frontiera è spedito in azione in supporto degli agenti antidroga. Come se non bastasse c’è anche una banda di ladri, rifugiatisi nei boschi, che ha gli occhi puntati sul contrabbando. [sinossi]

Irrompe anche quest’anno al Far East Film Festival il ciclone Herman Yau che inonda l’edizione 26 con ben tre film, Moscow Mission, Customs Frontline e Raid on the Lethal Zone. Quest’ultimo è un mix di generi, dal disaster movie all’action delle squadre antidroga. Sono degli abili e astuti narcotrafficanti, capitanati dal boss Wang, artefici di quell’ibridazione. Sfruttano un enorme disastro ambientale, un’alluvione che manda sott’acqua una città, Meng, e i suoi dintorni, utilizzando dei finti camion della protezione civile con sacchi di sabbia, così come delle finte ambulanze con dei finti feriti, per nascondervi in realtà la droga, sapendo che non verranno mai perquisiti per non ostacolare i soccorsi, e che la situazione d’emergenza non può che distrarre le autorità. Sono già pronti e attrezzati quando succede la calamità. La band è vista all’inizio con il boss che impartisce ordini mentre è intento a prepararsi dei deliziosi manicaretti. L’arte della cucina cinese, quell’estetica profusa nei piatti: il capobanda è come uno chef che orchestra il traffico di eroina così come prepara una zuppa cinese. Sarà il pentito a raccontare alla poliziotta i segreti della band e i motivi della sua efficienza, il fatto di essere sempre in vantaggio sulle forze dell’ordine. Basta pagare gli informatori il triplo di quello che paga loro la polizia. È l’economia di mercato.

Raid on the Lethal Zone è ambientato nella Cina del 1998, un anno dopo l’handover di Hong Kong, un momento significativo anche per il cinema. Se la ex-colonia è stata assimilata nella madre patria, il sistema capitalistico, in cui primeggiava la tigre asiatica, ha assimilato l’intera Cina della Repubblica Popolare che ha imbracciato uno sviluppo economico vertiginoso. Il film mostra peraltro la fragilità idrogeologica del paese e il pericolo rappresentato dalle dighe, quando proprio una grande diga, quella delle Tre Gole, è stata esibita come simbolo del nuovo corso e dello sviluppo energetico del paese. Herman Yau realizza un film che si colloca temporalmente in questo spartiacque, dove le regole etiche e la legalità soccombono di fronte al potere del mercato. E per contro è un film straordinariamente patriottico cinese, dove si esalta l’eroismo dei battaglioni della polizia di frontiera, il loro spirito di abnegazione e il loro sacrificio nella difesa della collettività. Gli eroi sono anche visti nella loro vita privata, con le loro famiglie o le loro fidanzate, oltre che nelle parti militaresche. È davvero toccante la scena dei militari che consegnano ai famigliari la divisa del loro commilitone morto investito da un’auto, nel clima di impazzimento generale che segue il disastro ambientale. Herman Yau sa giocare alla perfezione con i meccanismi spettatoriali, riesce a essere convincente e commovente nell’esaltare l’eroismo di quei soldati secondo il motto «Non si nasce coraggiosi ma si sceglie di non aver paura» messo in epigrafe al film. Sui titoli di coda si susseguono ritratti e nomi dei caduti, come se fossero veri. E ciò conferma l’assunto che i film patriottici possono essere benissimo dei grandi film.

Herman Yau si conferma come un leone del cinema di Hong, di quella gloriosa tradizione di action, di film adrenalinici. Riesce a mantenere sempre la sospensione dell’incredulità, come a essere nazionalisticamente convincente, e tutto ciò in un film sfacciatamente analogico, dove il ricorso al digitale è ridottissimo, probabilmente ad alcune sequenze di frane che trascinano via gli alberi, alla grande esondazione dalla diga e al canotto trascinato dalla corrente impazzita. Le immagini dell’inondazione sono da servizio di un tg. E riesce a confezionare sequenze memorabili. Su tutte la grande battaglia tra centauri in motocicletta e narcotrafficanti sulle camionette, in velocità sulla strada. E poi i duelli che cominciano con gli incroci di pistole puntate, o i bambini sulla mina (anche se non si capisce bene perché ci siano delle mine) salvati da militari con situazioni da No Man’s Land. E infine la grande battaglia finale, tra la gang di narcotrafficanti e i militari del battaglione speciale che confluisce in un duello di scontri automobilistici tra un soldato e il boss, complicato dall’improvvisa inondazione delle strade. Una grande battaglia non può non avere tante vittime anche tra i buoni, tante vite spezzate, tanti genitori e fidanzate che piangeranno i propri cari defunti, come li rimpiangerà il pubblico tutto. Se è sfortunato quel paese che ha bisogno di eroi, fortunato è comunque quel paese dove c’è il cinema di Herman Yau.

Info
Sul sito del FEFF la scheda di Raid on the Lethal Zone.

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