Faye

Classica produzione targata HBO, in collaborazione con la spielberghiana Amblin Entertainment, Faye non riesce a staccarsi dal tipico canovaccio dei documentari sugli attori, in questo caso la divina Faye Dunaway. Sequenze dei film più noti, materiale di repertorio, interviste e via discorrendo. Presentato a Cannes Classics di Cannes 2024, il film di Laurent Bouzereau si aggiunge alla lunga schiera di documentari che guardano troppo alla televisione e poco al cinema.

Mammina cara

Il primo documentario sull’icona del cinema Faye Dunaway. L’attrice vincitrice dell’Oscar parla apertamente dei trionfi e delle sfide della sua illustre carriera, con ruoli rivoluzionari in GangsterStory, Chinatown e Quinto potere, riflettendo anche sul film che considera un passo falso fondamentale per la sua carriera, Mammina cara. Attraverso queste riflessioni, esplora coraggiosamente le sue scoperte personali: i suoi problemi di salute mentale e il disturbo bipolare, la sua storia familiare e il modo in cui l’intensità dei personaggi che interpreta ha ancora un impatto su chi è oggi. Oltre a Faye, il film include interviste con suo figlio Liam, nonché con colleghi e amici come Sharon Stone, Mickey Rourke e James Gray… [sinossi – festival-cannes.com/]

Di Faye, documentario diretto da Laurent Bouzereau e presentato ovviamente a Cannes Classics, ci resterà soprattutto la presentazione, con l’entrata da star navigata in sala Varda di Faye Dunaway, tra le icone della New Hollywood, nonché affezionata frequentatrice del festival e della Croisette. Il film, indubbiamente impreziosito dalle sequenze dei titoli più noti interpretati dalla Dunaway (basterebbe il finale di Gangster Story, aka Bonnie and Clyde), non supera però la forma base dei documentari HBO, con una buona confezione, gustoso materiale d’archivio ma anche tante, troppe teste parlanti, testimonianze che spingono in avanti una narrazione fin troppo lineare, incapace di soffermarsi davvero sugli aspetti più interessanti e soprattutto di trovare stimolanti chiavi di lettura della settima arte, delle performance delle Dunaway, dell’industria cinematografica.

Nel viaggio in parallelo tra la vita e la carriera, tra le stelle e le stalle, tra la fama e i noti problemi psichiatrici, il documentario di Bouzereau, che nel 2020 aveva diretto Natalie Wood: What Remains Behind, preferisce andare sul sicuro, affastellando nomi importanti che non hanno poi molto da dire (Sharon Stone, Mickey Rourke, persino James Gray), se non ribadire le notevoli qualità attoriali della Dunaway, ammorbidendo la nomea di attrice difficile da gestire. Non a caso, si parte da una riflessione sulla capacità della star di calarsi in qualsiasi ruolo, caratteristica più o meno comune a qualsiasi attore talentuoso. Si dirà che la Dunaway riusciva a farlo meglio di altre e di altri, ma in Faye manca anche una seria analisi delle sue performance, ci si accontenta – spesso anche nel pur interessante materiale d’archivio – del lato celebrativo. Da questo punto di vista, meglio lo scandaglio della vita privata, dei problemi legati al bipolarismo, anche se la narrazione orchestrata da Bouzereau tende a restare sempre in superficie, mai oltre l’ovvio e il noto.

Emblematica, in tal senso, la parte dedicata a Mammina cara (Mommie Dearest, 1981), con le recriminazione della Stone nei confronti della regia di Frank Perry e il mancato affondo sul parallelo estetico, biografico, cinematografico con Joan Crawford. Qualche accenno, qualche parentesi aperta, per poi passare al film successivo, all’intervista dell’epoca, al vestito, al premio, allo splendore. Non si lavora mai davvero sulle immagini, sulla macchina cinema. A mancare è uno sguardo più ampio e l’idea e la volontà di prendere le distanze dalla canonica struttura televisiva, per cercare di avvicinarsi davvero al cinema, alle forme più teoriche del documentario. Tra l’altro, siamo distanti dalla ricchezza di materiale di Val, ma anche dalla capacità narrativa di Cary Grant – Dietro lo specchio, per non parlare dei lavori di Julien Faraut (L’impero della perfezione, Les sorcières de l’Orient). Resta la luce immensa della Dunaway che, senza dubbio, non è poco.

Info
La scheda di Faye sul sito del Festival di Cannes.

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