The Girl with the Needle
di Magnus von Horn
In concorso al Festival di Cannes, Pigen med nålen (The Girl with the Needle) dello svedese Magnus von Horn mostra un’ambizione sfrenata che non sembra essere però retta da uno sguardo citazionista ma fragile, e a tratti perfino voyeuristico, in cui né la Storia né la storia ne escono valorizzate.
Il mostro di Copenhagen
Sul finire della Prima guerra mondiale, Karoline lavora in una fabbrica tessile di Copenhagen e ha una fugace relazione con il ricchissimo proprietario: si ritroverà incinta, ma l’unica conseguenza per lei sarà perdere il lavoro. Sola e senza un soldo, la ragazza incrocia una donna matura, Dagmar, che le suggerisce di portare a termine la gravidanza e consegnarle poi il neonato che verrà dato in adozione. [sinossi]
L’incipit promette fuoco e fiamme, ma il cerino si spegne in fretta: The Girl with the Needle, terzo lungometraggio dello svedese Magnus von Horn, si apre infatti con un orrorifico montaggio di volti, sovrimpressioni di facce, di occhi e nasi e bocche deformati, facendo riferimento (inevitabilmente) sempre al “solito” Persona di Ingmar Bergman, ma anche all’espressionismo tedesco e in particolare a Murnau (L’ultima risata). Dopo il prologo incubale, il film “aggancia” anche una sequenza intrigante: Karoline (Vic Carmen Sonne, già vista in The Kingdom Exodus di Lars von Trier) viene rocambolescamente sbattuta fuori di casa dal proprietario per non aver pagato mesi di affitto. La fluidità di un longtake frenetico cui fa seguito un montaggio nervoso e concitato sembrano coerenti ai ghigni e alle mostruosità precedenti, ma da quando Karoline perde il tetto tutto si adagia nell’alveo di un racconto piuttosto prevedibile e assai poco stratificato. Siamo a Copenhagen sul finire della Prima guerra mondiale e la giovane protagonista è una ventenne indipendente che ha dovuto imparare come si sta al mondo con un marito in guerra e lavorando per poche Corone. Operaia in un’importante fabbrica tessile diretta da industriali di nobile ascendenza, la ragazza viene corteggiata addirittura dal padrone che, però, non può poi assolutamente prenderla in moglie a causa dell’abisso censuario che li divide: Karoline è addirittura incinta e, licenziata e abbandonata dal suo “bello”, vorrebbe abortire. Per farlo decide di recarsi in un lavatorio pubblico dove, immersa nell’acqua, potrebbe infilzarsi la vagina con un lunghissimo ferro da maglia: non riuscirà nell’intento, ma incontrerà Dagmar (Trine Dyrholm, attrice cara a Thomas Vinterberg e Nico nel film di Susanna Nicchiarelli), donna assai più matura, che le suggerisce di portare a termine la gravidanza e tornare poi da lei, che saprà come dare in affidamento il nascituro a una famiglia agiata che si possa prendere cura della creatura. La Danimarca del 1918 non è un Paese di giustizia e prosperità dunque i tanti figli (spesso illegittimi) di cui i più poveri vogio sbarazzarsi possono servire a famiglie abbienti che, magari, non riescono ad averli: c’è chi ha tanti bimbi e chi non ne ha, come dice Dagmar che, su questi “traffici”, ha allestito un bel giro di affari che le consente di vivere bene.
Sulla carta, temi e riflessioni implicati in The Girl with the Needle sono numerosi e affascinanti (e potrebbero efficacemente parlare “al presente”), ma von Horn sceglie una narrazione paratattica senza costruire momenti d’intensità emotiva o approfondire nessuno dei personaggi, facendo leva quindi soprattutto sul mostrare varie sgradevolezze (dal tentativo di aborto della protagonista al volto devastato di suo marito che a un certo punto – dato disperso o morto – torna dal fronte) e su una fotografia in bianco e nero (di Michal Dymek) che, come dichiarato fin da principio, vorrebbe restituire nuance del cinema tedesco e non solo. Ma, ben lungi dall’echeggiare Fritz Lang (M – Il mostro di Düsseldorf) o Freaks di Todd Browning, la scelta del b/n appare alla fine patintata ed estetizzante, tesa alla perenne ricerca dell’inquadratura bella (cosa che, di per sé, vuol dir poco). A sottolineare l’impressione di un’occasione mancata, va rilevato poi che il film è ispirato a una storia vera che però non è quella di Karoline, ma di Dagmar Overby, la più prolifica serial killer della storia danese, condannata a morte (la pena fu poi commutata in carcere a vita) per aver ucciso almeno nove neonati accertati (la donna confessò un numero decisamente maggiore di omicidi). Ovviamente von Horn (anche sceneggiatore) poteva realizzare un lavoro di grande spessore anche prendendo il punto di vista di una delle vittime di Overby, ossia una di quelle madri ingannate dall’infanticida che non consegnava proprio per niente gli infanti alla buona borghesia di Copenhagen ma li uccideva in fasce, convinta che questo mondo sia così infernale da non valer la pena neppure di esistere. Un’altra traccia a dir poco interessante, questa, che nel film viene affidata a un paio di “spiegoni” messi in bocca a Trine Dyrholm: uno di questi, enunciato proprio in tribunale davante alla corte di giustizia, vorrebbe forse ricordare qualcosa di Monsier Verdoux di Chaplin ma chiaramente il verdetto non pende in favore di von Horn. La psicologia di Karoline è, d’altro canto, fin troppo esile tanto che la vicenda del film si potrebbe brutalmente ridurre alla storia di una giovane operaia che, messa incinta dal proprio “capo”, si ritrova senza impiego, pressoché in mezzo alla strada, con un marito che torna dalla guerra con solo metà faccia. La giovane tenta di reagire con perenne volitività a tutta questa sequenza di sciagur e alla fine si renderà conto di non aver sempre fatto scelte saggie tanto da arrivare ad abbracciare una rinnovata morale. La scrittura del personaggio principale però non è sufficientemente sfumata e ficcante dunque la pur brava Vic Carmen Sonne è condannata a fare più o meno sempre le stesse facce; mentre Dagmar, la “strega” della possibile fiaba, colei che soffoca la vita sul nascere, è una co-protagonista lasciata sullo sfondo che entra nel film, oltretutto, quasi a metà di un racconto la cui prima parte si rivela abbastanza estenuante. The Girl with the Needle non scava così né nelle motivazioni misantropiche e delittuose di Dagmar ma neppure nell’evoluzione di Karoline, il che rende tutto molto poco avvincente ma in compenso pretenzioso.
Coproduzione svedese-danese-polacca, il lavoro più che i grandi del passato può far venire in mente qualcosa di Etere, film di Zanussi di qualche anno fa, sia per l’ambientazione coeva alla Grande guerra che per la possibile – anche se qui labile – traccia “faustiana” che la presenza vera e propria della sostanza stordente in cui Karoline trova conforto prima del risveglio e del riscatto. Volente o nolente, Dagmar rimane la vera “storia segreta” di questo film che invece la colloca lateralmente, come se von Horn non avesse il coraggio di guardare in faccia l’efferatezza più radicale di chi ritiene che la vita non valga la pena di sorgere e prendere coscienza di sé. Il punto di vista deliberato dal regista è più rassicurante e passibile di “normalizzazione”, quindi a maggior ragione la scabrosità potenziale degli argomenti è scaricata su scelte quasi voyeuristiche (oltre a quelle già citate prima, si aggiunga la protagonista che allatta una bambina di sette anni) e proprio per questo grauitite, non divenendo mai senso né linguaggio.
Info
The Girl with the Needle sul sito di Cannes 2024.
- Genere: drammatico, storico
- Titolo originale: Pigen med nålen
- Paese/Anno: Danimarca, Polonia, Svezia | 2024
- Regia: Magnus von Horn
- Sceneggiatura: Line Langebek, Magnus von Horn
- Fotografia: Michal Dymek
- Montaggio: Agnieszka Glińska
- Interpreti: Ari Alexander, Avo Knox Martin, Besir Zeciri, Joachim Fjelstrup, Tessa Hoder, Trine Dyrholm, Vic Carmen Sonne
- Colonna sonora: Frederikke Hoffmeier
- Produzione: EC1 Łódź, Film i Väst, Lava Films, Lower Silesia Film Centre, Nordisk Film
- Durata: 115'




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