Elizabeth Taylor: The Lost Tapes
di Nanette Burstein
Con Elizabeth Taylor: The Lost Tapes Nanette Burstein firma un ritratto dignitoso della grande diva hollywoodiana, perdendosi in qualche semplificazione di troppo ma riuscendo a sottolineare la volitività di Taylor. Ospitato tra i documentari di Cannes Classics.
Liz par Elizabeth
Nel 1964 Elizabeth Taylor si racconta al giornalista e scrittore Richard Maryman in una serie di interviste registrate. [sinossi]
La peculiarità più spiccata di Elizabeth Taylor: The Lost Tapes è di riportare in vita la voce della star, impressa in registrazioni datate 1964 e tecnologicamente “ripulita” dall’usura del tempo. A differenza per esempio di Faye di Laurent Bouzereau, documentario ugualmente presentato nella sezione Cannes Classics ma incastonato nella tipica cornice delle testimonianze multiple, nel film di Nanette Burstein è l’attrice di Chi ha paura di Virginia Woolf? a parlare direttamente di sé in prima persona, “confessandosi” al giornalista e scrittore Richard Maryman, celeberrimo per le sue interviste (a lui è attribuita l’ultima concessa da Marilyn Monroe) e che ha avuto un ruolo importante nella stesura del libro Elizabeth Taylor del 1965, firmato dalla diva. Le incisioni di sessant’anni fa furono l’architrave del memoir e non è esattamente corretto dire che andarono perdute: anche quelle riesumate di recente, inedite per il pubblico e contenute nel documentario presentato sulla Croisette, erano in possesso della vedova di Maryman (morto nel 2015) e sono così entrate nel progetto di Burstein, regista americana già autrice di un lavoro sul produttore Robert Evans (The Kid Stays in the Picture, 2002) e più recentemente di uno su Hillary Clinton (Hillary, 2020). Si scopre qualcosa di nuovo e sorprendente attraverso la vivace, espressiva e quasi infantile favella di Liz, all’epoca trentaduenne? Probabillmente no. Ma, pur con tutti i limiti di questo genere di operazioni, Elizabeth Taylor: The Lost Tapes reca con sé alcune suggestioni, non da ultima quella di rappresentare l’icona attraverso proprio il suono e le parole ancor prima che l’immagine.
Essendo morta quasi a ottant’anni ed essendosi esposta come una reliquia fino alla fine, poco forse ci si sofferma sulla velocità massima con cui Taylor (1932-2011) è cresciuta, maturata, divenuta donna e, anche su questo, il film di Burstein fornisce qualche appiglio di riflessione: dal debutto sullo schermo a dieci anni fino a Un posto al sole (1951) di George Stevens passano meno di due lustri e Liz si trasforma da graziosa bimbetta in una giovane decisa a confrontarsi con un film che, lei stessa dice, finalmente considera adulto. Negli anni precedenti la Mgm (presso cui era contrattualizzata) le aveva cucito addosso una figura a suo dire un po’ naif, ingenua e limitata laddove, confida Taylor a Maryman, a lei interessava a quel punto interpretare ruoli più sostanziosi, mostrare quali fossero le sue potenzialità. Grazie a Un posto al sole si fortifica la grande amicizia con Montgomery Clift e Taylor è inoltre molto felice del lavoro con Stevens: qualche anno dopo non si troverà più così bene con lui sul set di quel capolavoro che è Il gigante (1956) perché, asserisce la divina, lei e il regista avevano visioni diverse sul personaggio di Leslie. Ossia una parte che permette all’attrice di attraversare sullo schermo la vita di una donna (ritratta dai venti ai cinquant’anni circa tanto che, ironizza la star, Carroll Baker che interpreta sua figlia aveva persino un anno in più di lei) e di consolidare un’altra grande amicizia, quella con Rock Hudson. Taylor ricorda lo shock di tutti quando giunse la notizia della morte dell’altro interprete del film, James Dean, classe 1931, che di notte durante le riprese le parlava spesso a cuore aperto dei propri tormenti e dei propri desideri, provando però imbarazzo all’indomani per poi ridarle confidenza dopo un paio di giorni.
Elizabeth Taylor a questo punto ha ventiquattro anni, è al secondo matrimonio e a un passo da un grande amore, quello per il produttore Mike Todd che sposa in terze nozze nel 1957 per restarne vedova l’anno successivo: il set de La gatta sul tetto che scotta (1958) di Richard Brooks la salva dalla follia e dalla disperazione a cui, dice l’attrice, la sua esistenza fin lì super-protetta e privilegiata non l’aveva preparata. Alla devastazione interiore Taylor sfugge anche trovando conforto tra le braccia di Eddie Fisher (allora sposato con Debbie Reynolds: l’uomo si mariterà a Taylor tre ore dopo aver ottenuto il divorzio dalla mamma della Principessa Leila/Carrie Fissher) e scegliendo di prendere parte a un film “scabroso”, che tutti le sconsigliano di girare, ovvero Improvvisamente l’estate scorsa (1959) di Joseph L. Mankiewicz tratto da Tennessee Williams (che ne firma la sceneggiatura assieme a Gore Vidal). Taylor a ventisette anni ha già realizzato alcuni tra i film più importanti della sua carriera e ha “tagliato il traguardo” del quarto matrimonio: la prima parte di Elizabeth Taylor: The Lost Tapes riesce a raccontare questo ritmo fuori scala, un po’ bigger than life e un po’ sospinto da un’inconsapevolezza quasi lunare. Se Liz arriva vergine al primo “sì” pronunciato a diciotto anni, l’istinto a suo dire ha poi dominato gli eventi e le scelte sia amorose che artistiche: no, non ha mai studiato recitazione risponde la star a Maryman, ma ha sempre cercato di avvertire e sentire quel che doveva esprimere. Allo stesso modo la sua famosissima giostra affettiva (otto matrimoni e sette mariti, con Richard Burton sposato due volte) pare dettata da un’impulsività feroce (le nozze con Fisher sono bollate nelle sue parole come un grave errore e l’attrice tentò persino il suicidio in quel periodo) quanto sonnambolica. Elizabeth Taylor: The Lost Tapes si sofferma soprattutto fino ai ’60, con il primo Oscar ottenuto per un film che lei ripete più volte essere orribile (Venere in pelliccia) e l’incontro con Burton durante il secondo set allestito per la “sua” Cleopatra (Taylor venne pagata un milione di dollari, prima star – uomo o donna che sia – a ottenere un cachet così alto). Quando il kolossal viene realizzato a Roma, la diva ha trent’anni e sta per contrarre il quinto matrimonio: nella sua inequivocabile giovinezza, Taylor ha già vissuto famelicamente attraversando gli anni ad ampie falcate. Vorace e dominatrice, afferma però con candore di essere sempre voluta essere una “moglie”, di amare l’idea di avere figli, di sposarsi, di “appartenere” a un uomo – purché sia forte e le sappia tenere testa – sebbene la sua vita abbia dimostrato quanto Taylor sia sempre solo appartenuta a se stessa. Non sorprende perciò che la diva con gli occhi “viola” (“Un’invenzione giornalistica”, chiosa divertita spiegando che i suoi occhi sono “semplicemente” blu) non si sia mai sentita neppure un sex symbol né abbia mai desiderato diventarlo, ma abbia a suo avviso incarnato la propria femminilità, né più né meno.
Il film si “ferma” e sofferma dunque all’apice della carriera, della bellezza, della fama della (forse) più grande star della storia del cinema, la nemesi di Marilyn Monroe, una che ha fatto e disfatto senza curarsi delle apparenze: impermeabile al concetto di “scandalo”, Taylor è invecchiata, è ingrassata, si è disintossicata dall’alcolismo, non si è sottratta ai flash quando era anziana e neppure quando, ancora solo quarantenne, era totalmente sfiorita. Di tutto questo Elizabeth Taylor: The Lost Tapes restituisce qualche rapida pennellata, concentrandosi soprattutto sull’attivismo dell’attrice nella lotta contro l’Hiv: dopo la morte nel 1985 dell’amico Hudson, omosessuale non dichiarato come tanti altri attori della Golden Age di Hollywood (eppure “Hollywood senza i gay non sarebbe esistita” ironizza lei), Taylor crea una fondazione per la ricerca sulla malattia. Vedendo il dignitoso film di Nanette Burstein, quel che emerge è perciò la volitività indefessa e forse un po’ incoscente di una donna che a trent’anni è sulla vetta dello star system, di cui non è mai stata succube e che ha gestito ben più di quanto non sia stata gestita. Il secondo Oscar arriva nel 1966 con Chi ha paura di Virginia Woolf? di Mike Nichols, mentre nel documentario non si fa menzione a Riflessi in un occhio d’oro (1967) di Huston. E così probabilmente l’unico rimpianto per lo spettatore resterà per sempre proprio la rapidità immortale con cui si è consumata la carriera di questa interprete spesso sublime, di questo “ente” cinematografico puro che prima dei cinquant’anni ha di fatto lasciato il grande schermo. L’iconicità mutante di una donna che il mondo ha visto in ogni fase dell’esistenza – bellezza perfetta, obesa e ubriaca o uscita dalla clinica Betty Ford – è un racconto troppo complesso per un lineare documentario o per un biopic di prammatica. La testimonianza sonora di Taylor che ride e soave si versa un altro drink è così il merito maggiore di questo lavoro.
Info
Elizabeth Taylor: The Lost Tapes sul sito del Festival di Cannes.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Elizabeth Taylor: The Lost Tapes
- Paese/Anno: USA | 2024
- Regia: Nanette Burstein
- Montaggio: Tal Ben-David
- Produzione: Gerber Pictures, HBO Documentary Films, House of Taylor, Sutter Road Picture Company, Zipper Bros Films
- Durata: 101'



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