Bird
di Andrea Arnold
Con Bird Andrea Arnold torna in concorso a Cannes a otto anni di distanza da American Honey, mettendo in scena il classico contesto sottoproletario britannico in una veste fiabesca, e trovando il punto d’incontro miracoloso tra brutalismo realista e vagheggiamento poetico.
La mia famiglia e altri animali
La dodicenne Bailey vive con il fratello Hunter e il giovanissimo padre Bug, che li cresce in uno squat a nord del Kent. Bug, che è in procinto di sposarsi con una nuova fiamma, non ha molto tempo da dedicare ai suoi figli e Bailey, che sta entrando nella fase puberale, cerca attenzioni e avventure fuori da casa. [sinossi]
“Volano gli uccelli, volano nello spazio tra le nuvole con le regole assegnate a questa parte d’universo, al nostro sistema solare”. Impossibile, alzando gli occhi al cielo insieme a Bailey nella prima sequenza di Bird, non canticchiare mentalmente le strofe de Gli uccelli di Franco Battiato; un atto istintivo, ma non del tutto scevro da una logica. Allo stesso modo non si può pensare di affrontare la nuova creatura cinematografica di Andrea Arnold senza tornare con la memoria a Cow, che venne presentato sulla Croisette – come tutti i film della regista britannica, con l’unica eccezione di Cime tempestose, ospitato invece in concorso alla Mostra di Venezia nell’ultima edizione diretta da Marco Müller – nel 2021, ma fuori dalla competizione. Quella collocazione, così come il fatto che si trattasse di una Cannes anomala, spostata nel mese di luglio per motivi legati all’espandersi della pandemia da COVID-19, ha nociuto a Cow, che resta tutt’oggi il titolo meno visto dell’intera filmografia di Arnold, in parte anche perché si tratta di un esempio di documentario, pratica fuori dai canoni della regista, almeno restando nel concetto canonico di “ripresa dal vero”. Si potrebbe obiettare che l’intera produzione arnoldiana, persino il succitato adattamento del romanzo di Emily Brontë, vivano invece nella zona di confine tra il vero e il creato, vista l’attenzione che l’autrice mostra verso l’ambiente sociale e naturale in cui si muovono i personaggi. Ripensare a Cow, guardando Bird, costringe a comprendere come la messa in scena dell’universo animale non sia un vezzo, ma simboleggi in profondità il desiderio di Arnold di affrontare l’umano nella sua forma primigenia, non sgrezzata né ancor meno compromessa da un contesto che potrebbe schiacciarlo.
Rischierebbe d’altronde tale fine la stessa Bailey, dodicenne che vive in uno squat in una cittadina nel nord del Kent (quando deve portare sorelline e fratellino a fare una gita al mare Bailey raggiunge agilmente con un bus Leysdown-on-Sea, sull’isola di Sheppey) con il fratello quindicenne Hunter e il padre Bug, che è appena trentenne e ha cresciuto i figli da solo. I tre vivono in uno squat, con Bug che ha intenzione di lavorare sfruttando la bava dei rospi per produrre droga da vendere nel quartiere; il giovane uomo è anche in procinto di sposarsi con Kailey, che ha a sua volta una graziosa bimbetta di un paio d’anni. Con un padre in tutt’altre faccende affaccendato Bailey passa il suo tempo fuori di casa, e se il fratello non le consente di far parte del gruppo di spedizioni punitive che coordina per vendicare i maschi che maltrattano le donne e le ragazze nella cittadina, lei trascorre le giornate osservando gli animali e riprendendoli con lo smartphone, per poi proiettare ciò che ha immortalato sul muro della sua camera da letto. Ecco dunque che gli uccelli dell’incipit sono lì a testimoniare la vicinanza di una ragazza che sta per entrare in pubertà – il primo ciclo mestruale arriverà nel corso del film, senza produrre particolari traumi nella ragazzina che riceverà i consigli della futura matrigna – con l’elemento naturale, che non potrà che elevarsi a sovra-naturale. Se Bailey, alla maniera di Jennifer Connelly in Phenomena, attira gli insetti e bestie di vario tipo (cavalli, per esempio, ma anche il gabbiano che le si sta avvicinando prima che il padre lo disturbi richiamando l’attenzione della ragazzina), l’ingresso in scena di Bird, lo stralunato e strampalato uomo che dà il titolo al film, sposta il film nel campo del fantastico, del super naturalia.
Trovando un miracoloso equilibrio tra la verace e sapida rappresentazione del sottoproletario britannico e una deriva poetica, lirica, ma anche fantasy così preponderante, Andrea Arnold trasforma il suo sesto lungometraggio di “finzione” in un’opera a suo modo quasi inclassificabile, dotata proprio per questo motivo di una libertà innata, che le permette di non doversi accomodare in regole stantie e abitudini dello sguardo. In tal senso svolge un ruolo non indifferente anche la fotografia in pellicola di Robbie Ryan (sulla Croisette anche con Kinds of Kindness di Yorgos Lanthimos: chissà che un contributo tecnico non possa sottolineare la qualità e la poliedricità del suo lavoro), perché a sua volta si posiziona in un luogo dello spazio/tempo non più contemporaneo, ma materico nel saper tramutare in immagine ciò che gli vive innanzi. Come fosse tornata ai tempi di Fish Tank, ma con continue deviazioni fiabesche, Andrea Arnold tratteggia un romanzo di formazione di una dolcezza straripante, innamorata com’è di (quasi) tutti i suoi personaggi, a partire da lo scombiccherato Bug che ama i suoi figli – che ha avuto poco più che bimbo – di un affetto magari non sempre facile da dimostrare ma densissimo. Bailey, questa dodicenne riottosa che non vuole vestirsi da ragazza-tipo per il matrimonio del padre e va in giro con Bird per aiutare questo bizzarro uomo che passa le sue giornate appollaiato sui tetti dei palazzi a ritrovare il padre perduto, è raccontata con uno sguardo altrettanto amorevole, come se la macchina da presa dovesse di volta in volta carezzarla nell’accompagnarla in giro per un mondo che sarà pure devastato – lo squat non è certo edulcorato nella sua rappresentazione – ma sa ancora commuoversi sulle note di The Universal dei Blur. Ed eccolo l’ultimo trait d’union tra vitalismo realistico e svolazzo lirico, la colonna sonora brit-pop in cui si piazzano gli uni accanto agli altri i succitati Blur e i Verve di Lucky Man, i Coldplay di Yellow e soprattutto i dirompenti Fountain D.C. di Too Real, che spinge l’udito in direzioni post-punk. Tra Ken Loach e Little Feet di Alexandre Rockwell Bird è un’opera fiammeggiante, liberissima, che mescola senza alcuna paura gli elementi più eterogenei senza preoccuparsi della giusta inquadratura, della giusta luce, e di tutti quei perfezionismi anodini di cui è invaso l’arthouse contemporaneo.
Info
Bird sul sito di Cannes.

Bird (2024) di Andrea Arnold – Recensione | Quinlan.it
- Genere: drammatico, fantastico, teen movie
- Titolo originale: Bird
- Paese/Anno: Francia, GB | 2024
- Regia: Andrea Arnold
- Sceneggiatura: Andrea Arnold
- Fotografia: Robbie Ryan
- Montaggio: Joe Bini
- Interpreti: Barry Keoghan, Frankie Box, Franz Rogowski, James Nelson-Joyce, Jasmine Jobson, Jason Buda, Joanne Matthews, Nykiya Adams, Sarah Beth Harber
- Produzione: Ad Vitam, House Productions
- Distribuzione: Lucky Red
- Durata: 119'
- Data di uscita: 08/05/2025

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