L’arte della gioia

L’arte della gioia

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Con L’arte della gioia Valeria Golino – con il contributo di Nicolangelo Gelormini, che dirige un episodio – firma l’adattamento della prima delle quattro parti che compongono il volume omonimo di Goliarda Sapienza, dato alle stampe con venti anni di ritardo rispetto alla sua stesura e al centro di un clamoroso caso letterario. Un lavoro affascinante, che sa mettere in scena un personaggio femminile stratificato, rivoluzionario, mai prono alle pastoie del proprio tempo. A Cannes si è visto solo il primo episodio, ma la serie arriverà in sala in due tronconi, il primo il 30 maggio e il secondo il 13 giugno.

Vita, opere e amori di Modesta

L’arte della gioia racconta la drammatica e avventurosa vita di Modesta, nata in Sicilia il primo gennaio del 1900 da una famiglia povera, in una terra ancora più povera. Fin dall’infanzia, animata da un insaziabile desiderio di conoscenza, di amore e di libertà, è disposta a tutto pur di perseguire la sua felicità, senza piegarsi mai alle regole di una società oppressiva e patriarcale a cui sembra predestinata. Dopo un tragico incidente che la strappa alla sua famiglia, viene accolta in un convento e, grazie alla sua intelligenza e caparbietà, diventa la protetta della Madre Superiora. Il suo cammino la conduce poi alla villa della Principessa Brandiforti, dove si renderà indispensabile ottenendo sempre più potere nel palazzo. Questo suo incessante movimento di emancipazione si accompagna a un percorso di maturazione personale e sessuale, che la porta a varcare il confine tra lecito e illecito, conquistando giorno dopo giorno il suo diritto al piacere e alla gioia. [sinossi]

Il rapporto tra il Festival di Cannes e la serialità italiana è senza ombra di dubbio stretto: solo ventiquattro mesi fa la Croisette ospitava la visione integrale di Esterno notte di Marco Bellocchio, e dopotutto nel 2003 Marco Tullio Giordana con La meglio gioventù riuscì addirittura a trionfare nella sezione Un certain regard (il presidente di giuria era il mauritano Abderrahmane Sissako), dove l’opera venne presentata come un film a tutti gli effetti della durata monstre di sei ore. Non c’è dunque nulla di anomalo nella scelta di inserire nel palinsesto della settantasettesima edizione anche L’arte della gioia, opera in sei episodi per lo più diretta da Valeria Golino – uno dei segmenti è affidato alle cure di Nicolangelo Gelormini, già autore del prezioso Fortuna –, anche perché anch’essa, come le sue predecessore, otterrà prima della visione sul piccolo schermo una distribuzione cinematografica, in due tranche il 30 maggio e il 13 giugno. Semmai può apparire più bizzarra – e un po’ castrante per il pubblico internazionale – la scelta di mostrare in Costa Azzurra solo il primo episodio, ma all’interno di un’edizione letteralmente invasa da titoli (sessantotto solo considerando la selezione ufficiale senza conteggiare né le collaterali né i classici restaurati in digitali) forse non c’era modo di agire altrimenti. Per Valeria Golino, che aveva finora sempre trovato spazio in Un certain regard con le opere da lei dirette (Miele e Euforia, rispettivamente nel 2013 e nel 2018), si tratta anche della conferma dell’interesse verso il suo lavoro da parte del delegato generale Thierry Frémaux, che va a donare visibilità a quella che è senza dubbio la sfida più estrema e complessa affrontata fino a questo momento dal punto di vista registico. L’arte della gioia, romanzo fondamentale per la letteratura italiana degli ultimi cinquant’anni, è stato un libro a suo modo “maledetto”, perché pur essendo stato scritto nella sua stesura definitiva nel 1976 non ha potuto vedere la luce integralmente che nel 1998, quando l’autrice Goliarda Sapienza era già scomparsa da un paio d’anni. Pubblicazione per di più quasi clandestina, voluta fortemente da Angelo Pellegrino – ultimo compagno di Sapienza – e resa possibile solo grazie a Stampa Alternativa, dopo che tutte le principali case editrici italiane avevano preferito porgere un gentile ma netto diniego. I motivi di tale ritrosia, poi ampiamente smentita nel corso del tempo (dopo il successo nelle edizioni tedesca e francese in molti si fecero avanti per chiedere di poter a loro volta acquisire i diritti di sfruttamento, ma si parla già della seconda metà degli “anni zero”), sono abbastanza facili da individuare, e riguardano com’è ovvio il personaggio principale della vicenda, vale a dire l’indomita Modesta e la sua scalata all’interno della società borghese dei primi decenni del Novecento.

Troppo rivoluzionaria Modesta, troppo poco condiscendente con l’altro sesso e ancor più con l’ordine costituito, da chiunque sia costituito, troppo libera di esprimersi, troppo precisa forse nel cogliere le distonie di quella che sembra un’epoca lontana ma rappresenta ancora una parte non indifferente del sistema socio-politico italiano (e forse anche a tutta vista antropologico). La sfida di prendere tra le mani L’arte della gioia e trasportarlo dalla pagina scritta all’immagine in movimento è titanica: la mole del romanzo è gargantuesca, la densità della narrazione notevole – e in effetti è persino normale pensare di ridurlo in veste di serie, nei cui limiti può essere garantito un tempo più ragguardevole –, così come l’utilizzo di un italiano che si mescola al vernacolo, al dialetto, a ipotesi grammaticali difformi. Va dato atto a Golino, anche tra le autrici della sceneggiatura insieme a Luca Infascelli, Francesca Marciano, Valia Santella, e Stefano Sardo, di aver affrontato lo sforzo con notevole cipiglio, e con una nettissima idea di messa in scena e dialettica con le immagini. La sua Modesta, che nella versione adolescente e quindi di giovane adulta ha le fattezze di Tecla Insolia (davvero notevole la sua interpretazione), viene sempre immersa in un contesto che prima di farsi sociale è caratterizzato dalla scenografia: il tugurio in cui cresce con i genitori e la sorellina e dove subisce le violenze paterne, il monastero dove vive una vita da novizia del tutto disinteressata al rapporto con la divinità quanto invece alle lusinghe della madre superiora – Jasmine Trinca, che non aggiunge granché a un personaggio per sua fortuna caratterizzato con estrema cura –, la splendida villa della baronessa Brandiforti. Tutti elementi scenici che simboleggiano il percorso di maturazione e ancor più la sete di avanzamento sociale di una ragazzina destinata dalla sua “casta” a una vita che potrebbe avere come massima ambizione il pascolar le capre e invece si troverà a scalare posizioni ricorrendo a ogni modo possibile e immaginabile, con buona pace della retorica cristiana che da sempre connota la morale italiana, anche “da sinistra”.

L’adesione della camera a Modesta è così forte e cosciente che lo spettatore arriva ad accettare qualsiasi abiezione, sia essa frutto della volontà di ingraziarsi la badessa o di non essere costretta dalla baronessa a ritornare in convento: Modesta attraversa l’Italia a cavallo della Prima guerra mondiale – in un universo fattosi dunque per lo più femminile, con gli uomini arruolabili spediti al fronte per tornare in una bara o, nei casi più fortuiti, mutilati. Delle quattro parti di cui si compone il fluviale racconto de L’arte della gioia Golino sceglie saggiamente di fermarsi alla prima, quella che condensa al proprio interno il concetto stesso di bildungsroman piegandolo però alle personali speculazioni dell’autrice sulla politica, il rapporto di potere tramite il sesso, la borghesia che anticipa già l’arrivo naturale del fascismo. Senza entrare nel dettaglio di ciò che davvero accade nel corso della narrazione – ma i colpi di scena sono molti, tra amori furibondi e impossibili, magioni dai segreti “gotici”, omicidi a ripetizioni, deliri ed eredità su cui mettere le mani – non si può non sottolineare l’ottimo lavoro produttivo, e la qualità di una confezione visiva che si alza ben al di sopra della media nazionale (seguendo la scia, in tal senso, del succitato Esterno notte). Per quanto l’operazione possa rimandare anche al lavoro svolto negli anni passati su L’amica geniale di Elena Ferrante – caso letterario su un volume firmato da una donna, quadripartizione del racconto – L’arte della gioia possiede ambizioni ben maggiori, e soprattutto cinematografiche, laddove il lavoro firmato da Saverio Costanzo, Alice Rohrwacher, e Daniele Luchetti accettava con più naturalezza il contesto estetico televisivo. Forse per la prima volta nel corso degli ultimi anni ci si imbatte in una produzione italiana che non accetta nessun dogma della rappresentazione del femminile, e allo stesso tempo della semplificazione della Storia. Certo, nel corso dei sei episodi non tutto viene gestito nel modo più accurato, ma dopo un incipit sontuoso L’arte della gioia concede due episodi conclusivi esaltanti, che con coraggio sanno anche ragionare sul contemporaneo “sfruttando” l’ingresso in scena della pandemia che venne definita “Spagnola”. Un lavoro complesso e seducente, violento e ispido ma in grado di aprirsi a traumi improvvisi e dolcezze inattese, grazie anche a un cast che oltre alla già citata interpretazione di Insolia può contare su Alma Noce, Guido Caprino, e una eccezionale Valeria Bruni Tedeschi.

Info
L’arte della gioia, il trailer.

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