Rosalie

Al centro del film c’è il personaggio di una giovane donna affetta da irsutismo, una caratteristica fisica che la condannerebbe a un destino di attrazione da fiera ma che Rosalie riesce a volgere a proprio vantaggio. Apologo sull’autodeterminazione femminile e il superamento di ogni conformismo, il film di Stéphanie Di Giusto, malgrado lo sforzo filologico nella ricostruzione storica e qualche interessante annotazione sociologica, risulta alla fin fine un (melo)dramma corretto, sebbene funzioni l’interplay tra la prorompente fisicità di Benoît Magimel e la figura delicata di Nadia Tereszkiewicz.

Lady Beard

Francia, 1870. Rosalie nasconde un segreto. Sin dalla nascita, la giovane ha manifestato una particolare caratteristica fisica: il suo corpo e il suo viso sono ricoperti di pelo. Viene definita “una donna con la barba”, ma non è mai voluta entrare nel giro del circo o delle fiere come “fenomeno”. Per timore di essere rifiutata o di venir presa in giro, è sempre stata costretta a radersi. Quando Abel, proprietario di un bar pieno di debiti, la sposa per sanare con la sua dote le proprie finanze, non immagina quale segreto nasconda la ragazza. Rosalie, dal canto suo, vorrebbe essere vista come una donna, nonostante quella peluria in eccesso, che è stanca di nascondere. Riuscirà Abel ad amarla quando scoprirà la verità? [sinossi]

Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2023, Rosalie è un film nel quale la regista Stéphanie Di Giusto torna ad indagare la figura di un’outsider in anticipo sui propri tempi come già aveva fatto nell’esordio La Danseuse (2016) consacrato al racconto biografico di Loie Fuller, una delle pioniere della danza moderna. Anche per l’opera seconda prende spunto da un personaggio realmente esistito, Clementine Delait, la più celebre donna barbuta di Francia, vissuta tra ‘800 e ‘900, senza tuttavia ricavarne un film biografico tout court, per quanto le analogie con le tappe salienti della sua vita siano evidenti, accuratamente ricalcate in sede di sceneggiatura. Il film non prova neanche a confrontarsi con i grandi classici della difformità fisica al cinema come Freaks (Tod Browning, 1932) o The Elephant Man (David Lynch, 1980), preferendo guardare all’irsutismo (che Marco Ferreri nel 1964 aveva impietosamente ritratto nel suo La donna scimmia) di Rosalie da una prospettiva moderna, tale da porlo come punto di partenza di una rivoluzionaria, per l’epoca, prova di autodeterminazione femminile in un contesto fortemente retrogrado e ostile, marchiato dall’intolleranza per il diverso. Siamo nel 1870, in un villaggio di una regione del nord della Francia che sta vivendo un momento di delicato passaggio da un’economia a base agricola ad un processo di industrializzazione, il cui fulcro è la fabbrica gestita da Barcelin (Benjamin Biolay). Abel, interpretato da Benoît Magimel con la stessa prepotente fisicità che contraddistingue le sue più recenti prove da Il gusto delle cose a Pacifiction, è un ex soldato provato da dolorose ferite alla schiena che accetta di sposare Rosalie (una Nadia Tereszkiewicz che al contrario lavora di sottrazione anche sul piano del behaviorismo fisico) perché l’ingente dote del padre della ragazza gli consentirebbe di sanare i debiti contratti con Barcelin. L’uomo inoltre gestisce il caffè della città che però fatica ad attrarre clienti a causa dell’ostilità del clero locale e dello stesso Barcelin, che non vede di buon occhio un posto considerato come una sorta di luogo di perdizione per i suoi dipendenti, sottoposti a un controllo militare che scoraggia qualsiasi tipo di distrazione dal lavoro.

Il primo atto del film è imperniato sul contrasto, corporale e caratteriale, tra Abel e Rosalie: tanto rude e scontroso l’uomo, segnato anche psicologicamente dalla menomazione, quanto dimessa e timorosa la ragazza, credente devota che si aggrappa alla fede religiosa per superare la paura del rifiuto insita nella sua condizione fisica, che le impone di radersi regolarmente il viso. La scoperta da parte di Abel dell’irsutismo di Rosalie è il motore del racconto, quello che consente a Di Giusto e alla co-sceneggiatrice Sandrine Le Coustumer di costruire la sceneggiatura su un classico meccanismo di attesa spettatoriale: come reagirà Abel all’apprendere il segreto della ragazza? Riuscirà ad amarla andando oltre le apparenze? Ma questo sfruttamento della più classica delle domande drammaturgiche, imperniato sul personaggio maschile, viene disatteso nel momento in cui il film sposta il suo focus osservativo su Rosalie, ribaltandone l’iniziale immagine sottomessa con un progressivo lavoro di cesello atto a farne emergere la qualità fino allora sottaciuta. Che è la stessa della vera Clementine Delait: una perspicacia imprenditoriale tale da farle rimettere in sesto le sorti del locale del marito solo grazie alla propria presenza, smettendo di radersi e facendosi crescere la barba. Rosalie accetta insomma senza infingimenti di farsi oggetto dello sguardo altrui e questo innesca nel film un doppio movimento al tempo stesso contrapposto e speculare. C’è chi, le donne della fabbrica in particolare, resta affascinato dalla sua presenza aliena e chi inizia a nutrire per la ragazza un odio che si spinge fino all’aggressione fisica.

La barba di Rosalie funziona dunque come un prisma che riflette i sentimenti della gente del villaggio e li fa detonare: non solo e non tanto nei confronti del difforme, del freak arrivato a turbare l’apparente armonia di quel microcosmo ma anche come espressione delle paure e delle angosce personali, irrazionali, che necessitano di un catalizzatore esterno per essere sfogate. Il secondo atto semina dunque gli ostacoli necessari alla piena realizzazione del legame tra Abel e Rosalie descrivendo la comunità del luogo come un gregge di pecore senza spina dorsale pronte a cambiare idea sulla donna alla minima pressione. L’aspetto più interessante di questa porzione del racconto è l’insistenza sulla commercializzazione del corpo e l’erotizzazione della difformità che porta Rosalie ad accettare di farsi fotografare seminuda in scatti che fanno presto il giro del paese. Una decisione del tutto insolita per una donna piccolo-borghese del 1870 ma funzionale al film per costruire il suo discorso sulla rappresentazione del sé, che la ragazza sfrutta in senso pubblicitario: siamo in epoca pre-mediatica eppure quella di Rosalie è una riuscitissima campagna marketing, troppo avanzata però per la mentalità corrente che non accetta una modernità tanto fieramente esibita, capace di ricavare denaro sfruttando lo sguardo altrui, elevandosi a soggetto attivo da una posizione oggettivata. Delude allora che il film non sappia dare seguito all’acutezza di sguardo dimostrata nella parte centrale preferendo rifugiarsi, nel terzo atto, in un più prevedibile melodramma in cui la passione di Abel, finalmente dispiegata, sfocia in un finale dai toni romantico-misticheggianti, piuttosto oleografico come rappresentazione dell’amor fou.

Info
Rosalie, il trailer.

  • rosalie-2023-stephanie-di-giusto-02.jpg
  • rosalie-2023-stephanie-di-giusto-01.jpg

Articoli correlati

Array
  • Cannes 2023

    Il gusto delle cose

    di A sessant'anni Trần Anh Hùng, vietnamita di nascita ma francese per formazione e vita adulta, firma con Il gusto delle cose una storia d'amore che ruota attorno alla cucina gourmet, all'elaborazione e ricreazione di piatti, e dunque alla ricerca eterna di una scintilla di vita.
  • Festival

    Cannes 2023 annuncia il programma

    Come ogni anno Thierry Frémaux ha annunciato in una conferenza stampa parigina parte consistente dei titoli che andranno a comporre Cannes 2023, settantaseiesima edizione del festival transalpino. Molti i film attesi, e altri si aggiungeranno da qui all'inizio di maggio.