Vincent deve morire

Vincent deve morire

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A cinquant’anni, e dopo un pugno di corti, il francese Stéphan Castang esordisce sulla lunga distanza con Vincent deve morire, che con ironia ma senza disperdere mai una profonda tensione ragiona sulla violenza irrazionale insita nella società, muovendosi sul registro del thriller fantastico e trovando in Karim Leklou un eccellente protagonista.

Con la rabbia negli occhi

Alcuni sconosciuti assalgono Vincent con l’intenzione di ucciderlo. La sua vita da uomo ordinario ne viene completamente stravolta; e mentre gli eventi si svolgono in modo violento e fuori controllo, si trova costretto a fuggire e a riscrivere interamente la sua esistenza… [sinossi]

Si trattasse di una mera coincidenza o di un episodio del tutto fortuito, Vincent deve morire (traduzione letterale dell’originale Vincent doit mourir) potrebbe essere derubricato al livello di bizzarria, di piccolo cult-movie destinato nel futuro a essere rimembrato come un’anomalia del sistema: e se l’esordio al lungometraggio del cinquantenne parigino Stéphan Castang fosse stato prodotto in Italia in luogo della Francia sarebbe ben più che lecito smuovere le sinapsi post-visione in tale direzione. Invece questa assurda e violentissima vicenda che non ha timore alcuno di concentrare lo sguardo in direzione del “fantastico” rientra alla perfezione in un sistema, quello della produzione cinematografica francese, che da anni sta promuovendo opere prime e seconde interessate a confrontarsi con il genere da una prospettiva più o meno autoriale – per quel che può valere tale termine oggigiorno. Vincent deve morire si colloca nelle medesime caselle occupate dal 2020 in poi (l’emergenza pandemica può essere legittimamente presa ad argine metaforico tra un prima e un dopo) da opere come Rodeo di Lola Quivoron, arthouse macchiato da olio di motore, il “mutante” The Animal Kingdom di Thomas Cailley, il dramma in odor di Apocalisse Acid di Just Philippot – da recuperare anche la sua opera prima Lo sciame –, oltre com’è ovvio al trionfatore di Cannes Titane di Julia Ducournau, Palma d’Oro 2021; si potrebbe aggiungere a questa lista anche Coralie Fargeat, anche se il suo The Substance batte produttivamente bandiera d’oltreoceano. Un modello produttivo, quello transalpino, che sarebbe interessante studiare in profondità, a maggior ragione con la prospettiva di un futuro non particolarmente roseo per quel che concerne il sistema del tax credit che tanti rovelli sta iniziando a far sorgere in Italia.

Ma al di là di queste speculazioni puramente produttive ciò che sorprende del “giovane” cinema francese e dell’esordio di Castang nel particolare è la capacità di maneggiare l’immaginario senza doversi rifugiare nel cliché, nel rispetto di regole (non) scritte dei generi, tentando altresì sovente la via dell’invenzione, del rinnovamento dello sguardo, dell’impossibilità di essere collocati con troppa nettezza in un punto preciso dello scacchiere. Un cinema anarcoide, libero da coordinate soffocanti, che crede ancora nel movimento come atto del senso, e dunque nell’immagine. Da questo punto di vista Vincent deve morire è un lavoro assai peculiare, anche perché si fonda su un principio narrativo semplicissimo, pressoché basico: un giorno Vincent, quarantenne o poco meno che lavora in uno studio grafico a Lione, viene attaccato da uno stagista, che lo pugnala ripetutamente a una mano. L’aggressione non è motivata, ma Vincent si rende ben presto conto che il giovane collega non è certo l’unico a desiderare agire con violenza contro di lui. Anzi, quasi tutti quelli che incontra sulla sua strada, dopo averlo fissato per qualche secondo, si lanciano nella sua direzione guidati da un raptus incomprensibile: persino due bambini che vivono nello stesso condominio, gli si attaccano alle gambe e lo costringono in una zuffa a dir poco riprovevole – se vista con gli occhi della “normalità”. Preso per buono questo assunto Castang non ritiene giustamente di dover spiegare alcunché al suo pubblico: perché avvengono tali attacchi? Chissà. Cosa li provoca? Si resta nel vago, al di là di qualcosa che si trova nello sguardo, vale a dire l’elemento prioritario per chiunque guardi un film.

Ma anche tale riflessione teorica, che com’è ovvio è lecito sollevare, non è al centro di un racconto che unendo ipotesi thriller, vagheggiamenti fantastici – Vincent ci metterà poco a comprendere di non essere l’unica vittima di questa insensata ondata di violenza che si spinge fino alle estreme conseguenze – e una profonda dose d’ironia riesce a riportare a galla alcuni degli elementi primigeni del cinema. Vincent deve morire potrebbe essere quasi un film muto, e non a caso quando in scena interviene l’unico smottamento narrativo davvero impattante, vale a dire l’irruzione di un personaggio femminile che rappresenterà l’ancora di salvataggio da una vita di sola fuga per il protagonista, si avverte quasi una breve vertigine di spaesamento. Il cinema come atto d’attacco continuo e ininterrotto, che produce terrore e meraviglia: la lezione di Castang è quella di un ritorno all’origine, forse anche come principio di ecologia sociale – e dopotutto Vincent tenterà di salvarsi immergendosi sempre di più nell’elemento naturale, boschivo o marittimo che sia –, e di un progressivo annullamento dello sguardo dall’iper-visione contemporanea da cui non pare esistere scampo. Illuminato dalla splendida interpretazione di Karim Leklou (molto brava anche Vimala Pons), l’opera prima di Castang è una boccata d’aria fresca rispetto al ponderoso e spesso assai sterile impianto strutturale dell’arthouse. Qualcuno ha scomodato paragoni con John Carpenter, ovviamente eccessivi ma concettualmente tutt’altro che peregrini.

Info
Vincent deve morire, il trailer.

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