Acid

Un film di genere serissimo, angosciante e apocalittico in cui l’apologo ecologista cede il passo all’orrore già in atto e dal quale non c’è fuga né riparo. Non piacerà certo ai negazionisti del cambiamento climatico, ma più che star lì a fare prediche Acid di Just Philippot mette in atto un meccanismo tensivo stringente che non lascia scampo.

Pioggia assassina

Durante un’ondata di caldo, strane nuvole iniziano a riversarsi sulla pioggia acida, seminando devastazione e panico in tutta la Francia. In un mondo in bilico, una ragazza e i suoi genitori divorziati devono unire le forze per affrontare e cercare di sfuggire a questa catastrofe climatica. [sinossi]

La verità è che fa persino strano ormai incasellare come “fantascienza” un film come Acid. Molto meglio perciò rievocare, come ha fatto più d’uno, un sottogenere come l’eco-vengeance, poiché la minaccia profilata dal film descrive una realtà già in atto, con buona pace dei negazionisti del cambiamento climatico, anche se con il dovuto ridimensionamento (ma neanche troppo: ad esempio, il diossido di zolfo nell’atmosfera, a contatto con la pioggia, dà veramente origine all’acido solforico, per non parlare di quello nitrico, solo che il loro fattore di acidità non è ancora tale da ucciderci. Non direttamente, almeno). Acid è dunque un eco-vengeance distopico e apocalittico, privo però di exploitation, e cioè di quella componente più dichiaratamente “cazzara” (e divertente) che da sempre lo contraddistingue. Il film diretto da Just Philippot è anzi serissimo e angosciante, senza nemmeno una battuta o una sbruffonata per alleviare la tensione. È il suo pregio maggiore: anche perché oramai, a riguardo, solo gli stolti ridono. Acide (ma la distribuzione italiana ha adottato il titolo internazionale, Acid) si sviluppa a partire dall’omonimo corto diretto da Philippot come parte di un progetto a più voci, 4 histoires fantastiques (2018). Successivamente, il regista parigino ha avuto modo di girare un primo lungometraggio, anche quello angosciante e distopico, dal titolo Lo sciame (La nuée, 2020), dal quale si porta dietro l’attrice protagonista, Suliane Brahim che qui interpreta Karin, la nuova compagna di Michal (Guillaume Canet). Se lì erano le locuste a devastare il mondo, qui la devastazione avviene per un’altra delle sette piaghe d’Egitto, o meglio una sua traslazione: non più la grandine, ma la pioggia acida. Ma acida per davvero: come tocca terra inizia a corrodere tutto ciò che trova: legno, metallo, vestiti, pelle, carne. Non c’è scampo. In una concatenazione di eventi un po’ troppo accelerati, alla Roland Emmerich, le nubi tossiche giungono dal Sudamerica all’Europa, cogliendo impreparate le autorità e la popolazione. Per il resto però, come si diceva prima, il film è serissimo e guarda semmai più al Cormac McCarthy di The Road (da cui l’omonimo film di John Hillcoat del 2009), nel descrivere la fuga disperata di un padre e una figlia in un mondo che improvvisamente non li vuole più, vuole schiacciarli, toglierseli di dosso, come un cavallo che tenti di disarcionare il suo cavaliere. La prima immagine di questo terribile disastro è proprio la vista di due cavalli dai dorsi ustionati e fumanti che fuggono lungo un sentiero, rischiando di travolgere la giovane Selma (Patience Munchenbach). Da lì in poi le cose procedono di male in peggio e la ricomposizione familiare di padre, ex moglie e figlia sembra precludere a un inevitabile requiem per loro e per tutta l’umanità: l’atmosfera è tesa e minacciosa, i toni – della fotografia come della musica – sono plumbei. Questa pioggia assassina è come il vettore di un’oscurità che si apre sul mondo per inghiottirlo. Ogni riparo appare provvisorio e destinato ben presto a disfarsi.

Ma Acid ambisce ad essere più di questo. Il film si apre con una lunga sequenza in stile mockumentary, in cui diversi telefonini riprendono una rivolta operaia presso lo stabilimento in cui lavora il protagonista. Ed è proprio lui uno dei più arrabbiati: arriva a malmenare il suo capo, nonché un poliziotto, prima di venire sopraffatto e di finire in prigione per un paio d’anni. Al termine dei quali, l’uomo, passato in regime di libertà vigilata, indossa una cavigliera elettronica. Michal è un uomo della sua generazione, la sua rabbia e il suo impegno sono rivolti esclusivamente dei problemi sociali e lavorativi. Sua figlia, l’adolescente Selma, è invece preoccupata per quello che sta succedendo all’ambiente. Alla possibilità stessa della sua sopravvivenza nel mondo. È su questa biforcazione di percezioni e ideologie – magari un tantino schematica ma indubbiamente efficace – che prende piede lo scontro generazionale fra lei e suo padre. Il quarantenne regista e cosceneggiatore, come accadeva anche nel film precedente, rende centrale e dirimente il punto di vista dei giovani. Ma lo fa senza apparire “modaiolo”, senza elargire morali né prediche, anche perché non ce n’è il tempo. Gli occhi di Selma, progressivamente, di riempiono di orrore e disperazione, man mano che si rende conto di non avere più un futuro. Ed è questo a far male, più ancora della morte straziante di uno dei personaggi principali. Per ciò che mette in moto e per come lo persegue coerentemente fino alle sue estreme conseguenze, Acid è un film che funziona fin troppo bene. Perciò, chi è in cerca di un fanta-horror tipicamente estivo per passare un paio d’ore in leggerezza farà bene a rivolgersi altrove.

Info
Il trailer di Acid.

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