Banzo

Nella Crystal Globe Competition del 58° Karlovy Vary International Film Festival, Banzo della portoghese Margarida Cardoso è un affresco coloniale dei primi del Novecento, un pamphlet di denuncia della sopravvivenza di un sistema di schiavitù, ufficialmente abolita ma che si perpetuava in altre forme.

Nostalgia canaglia

Nel 1907 il medico Afonso arriva su un’isola tropicale non lontana dalla costa africana, dove è stato incaricato di curare un gruppo di lavoratori afflitti da una misteriosa malattia chiamata banzo, nota anche come nostalgia degli schiavi. Le persone colpite provano un’intensa nostalgia di casa, cadono nell’apatia, perdono la forza di vivere e alla fine muoiono, impiccandosi, buttandosi a mare o ingoiando terra. Afonso scopre lentamente che non è sufficiente curare i sintomi fisici; bisogna comprendere l’anima di coloro che sono stati sradicati. [sinossi]

Nel 1750 l’allora ministro degli esteri portoghese Sebastião José de Carvalho e Melo abolì lo schiavismo nei confronti dei nativi delle colonie portoghesi, e questo fu il primo atto in tal senso. Il Portogallo fu anche poi uno dei primi paesi a decidere per l’abolizione totale con il trattato del 28 luglio 1817. Il paese lusitano non abbandonò però il colonialismo, conclusosi solo nel 1974 con la rivoluzione dei garofani e la fine della dittatura di Salazar. Sull’era coloniale torna la regista Margarida Cardoso con Banzo, presentato nella Crystal Globe Competition del 58° KVIFF. Il film parla di una malattia strana, chiamata appunto “banzo”, che affliggeva le persone di colore “a servizio” dei portoghesi o degli occidentali in generale nelle colonie. Si trattava di una sorta di nostalgia degli schiavi deportati in Brasile, il cui decorso finale portava alla morte, un disagio che oggi classificheremmo come depressione. A indagare su questa misteriosa malattia, un flagello per i servi, è chiamato il medico Afonso che giunge in un’isoletta tropicale al largo delle coste africane. Margarida Cardoso realizza un un’opera calligrafica, proprio come sono calligrafici i portoghesi in abito coloniale con i tipici copricapi e nelle loro eleganti maison, un film in costume dei primi del Novecento con tutti i crismi, e ambientato in un’isola tropicale dai paesaggi mozzafiato cui spesso indugia. Ma la bella confezione è funzionale a creare uno scarto con la sofferenza dei colonizzati, nella nostalgia che soffrono per il proprio paese natio che non viene lenita nemmeno vivendo in un paradiso tropicale. E al contempo la regista racconta di un mondo ipocrita che proclama di aver abolito la schiavitù portandola avanti in altre forme. I segnali che inserisce in tal senso sono decisamente espliciti. I domestici sono i servi, i nuovi schiavi pur provvisti di un contratto per salvare la coscienza dei padroni. «Qui non ci sono servi senza contratto» dicono fieri i coloni. Eppure gli impiegati con una carta firmata continuano a morire di banzo. I personaggi commentano le voci delle atrocità coloniali belghe nello Stato Libero del Congo, dubitando che possano in realtà essere frutto della “propaganda antimperialista”.

Il discorso sulla narrazione, e i suoi punti di vista, diventa cruciale. La donna, durante un picnic sotto una cascata, in uno dei luoghi più affascinanti dell’isola, si definisce essa stessa un personaggio di una storia, rivendica la possibilità narrative di ognuno, di diventare narratore anche solo per via orale. In un momento successivo, commentando dalla finestra la scena di un pestaggio, che peraltro lascia lei e Alonso abbastanza indifferenti, rivela che ometterà di raccontare quell’episodio, al suo ritorno a Lisbona. Centrale è anche il modo in cui si tratta della religione cristiana cattolica, presente in vari momenti del film, con le croci con cui si seppelliscono i servi defunti, nella musica natalizia di Stille Nacht, heilige Nacht. Ancora una volta Margarida Cardoso è esplicita: per i servi la religione è un lavoro, fa parte di tutte quelle forme di asservimento all’uomo bianco. Nella narrazione di tipo tradizionale che il film segue, c’è posto per il buono, il personaggio positivo che paradossalmente è un bianco, il belloccio Afonso che vuole studiare quella misteriosa malattia, vuole curarla e ne comprende la natura psicologica. Può essere debellata solo con il benessere delle anime che ne soffrono, con la loro dignità. Bisogna lasciarli liberi, conclude. A capirlo è un bianco, l’unico illuminato, che comunque la regista mantiene in una zona d’ombra, connotandolo di molte ambiguità. Afonso ha un doppio in Alphonse, il fotografo di colore, parte della fazione sottomessa che però detiene una fetta di potere, come il primo tra gli schiavi. Le sue fotografie sono un mezzo di propaganda a sottolineare l’ambiguità e la manipolabilità della fotografia, così come del cinema. L’isola tropicale sperduta è una terra dimenticata dal tempo, come quelle con i dinosauri dei film di fantascienza della Hammer, o come quelle in cui si sono evolute forme di vita uniche proprio a causa dell’isolamento. Un mondo come un giardino botanico, dove è cristallizzato il rapporto di forza dell’uomo bianco, che prosegue anche ai giorni nostri, in nuove forme. I personaggi del film sono consapevoli di quanto questa sia una condizione in un divenire estremamente fluido. E preconizzano nuove forme di sottomissione etnica e di meticciato, in cui gran parte giocherà l’estremo oriente: tra cent’anni saremo tutti gialli, dicono.

Info
Banzo sul sito di Karlovy Vary.

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