I ruggenti anni Venti
di Raoul Walsh
Archetipico nei personaggi principali e nella struttura, I ruggenti anni Venti di Raoul Walsh si articola su alcuni assoluti narrativi del gangster movie delineandosi per summa di un genere anni Trenta e al contempo per suo epitaffio. E intanto (curiosamente) si rilevano molte somiglianze con C’era una volta in America di Sergio Leone. Al Festival del Cinema Ritrovato 2024 di Bologna per la sezione Ritrovati e restaurati.
Sono andato a letto presto
Nelle trincee della Prima Guerra Mondiale si incontrano tre soldati americani, Eddie, George e Lloyd. Finita la guerra, i tre ritornano in patria e intraprendono strade diverse per tentare di reinserirsi in società. Ritrovatosi senza lavoro, Eddie accoglie la proposta di un amico di mettersi alla guida di un taxi, e casualmente scopre poi le grandi risorse del contrabbando di alcolici. Il proibizionismo è appena iniziato e per chi vuol commerciare nell’illegalità si aprono sconfinate prospettive di arricchimento. Innamorato non ricambiato della cantante Jean, Eddie apre uno speakeasy in società con la determinata Panama Smith. Di lì a poco le vite di Eddie, George e Lloyd sono destinate a incrociarsi di nuovo… [sinossi]
Alle soglie di un nuovo cimento bellico su scala mondiale, con I ruggenti anni Venti (Raoul Walsh, 1939) il cinema americano sembra voler intervenire riproponendo come modello motivante lo spirito intraprendente della società uscita dalla Grande Guerra. L’anima rampante dei Twenties, l’entusiasmo fino al delirio di una società che riscopre la dimensione del piacere dopo aver preso parte alle durissime condizioni di vita sotto le armi. Il piacere riscoperto anche attraverso la trasgressione, poiché proprio nel 1920 inizia l’era del proibizionismo americano, durato fino al 1933 all’ombra di un abbondante decennio di speakeasy e criminalità. Per far questo il film si fa forte di un’iterativa struttura da finto cinegiornale, in cui le vicende del decennio scorrono su sequenze a episodi di rapide evoluzioni individuali e collettive, mentre una voice over dà conto degli sviluppi storici come in un vero e proprio rotocalco di notizie. La nota generale è quella di un roboante spirito d’azione, che oggi (nel 1939) è chiamato più di ieri a battersi per la libertà e la democrazia. Come ce l’abbiamo fatta nella Prima Guerra Mondiale, dobbiamo farcela anche stavolta. In tal senso le vicende narrate dei singoli personaggi principali sembrano volersi delineare anche per esemplari parabole di ascesa e caduta nell’epoca di un’America anni Venti dove il benessere è spesso strettamente connesso all’illegalità. Vi è invero molto di archetipico nel calvario dei tre protagonisti conosciutisi in trincea. Dopo la guerra Eddie Bartlett (James Cagney) cerca invano di rientrare in società e scopre invece le grandi risorse del contrabbando di alcool. Riapparso dopo molto tempo, George Hally (Humphrey Bogart) si rivela per il più cinico e spietato. Inizialmente invischiato a sua volta negli affari di Eddie, Lloyd Hart (Jeffrey Lynn) sceglie invece la via della redenzione, soprattutto dopo aver conosciuto il vero amore. Il trio è infatti scompaginato dalla presenza di due figure femminili, la cantante piena di speranze Jean Sherman e la più matura Panama Smith, gestrice di uno speakeasy e poi socia in affari di Eddie.
In tale parabola a tre si delinea innanzitutto il classico tema della complicità maschile destinata a schiantarsi contro l’interesse personale. Divenuto un contrabbandiere di alcool tutto dedito all’accumulo di denaro, Eddie conserva in realtà uno spicchio di umanità nell’amore per Jean, che più o meno scientemente approfitta dei suoi sentimenti per tentare di fare carriera come cantante. Se ai tempi della guerra Eddie era per la ragazzina Jean un fascinoso soldato in cartolina, adesso la differenza d’età fra i due si vede tutta, e l’aspirante cantante non ha più alcun interesse per lui. Dal canto suo, Panama desidera Eddie, che però nemmeno la calcola. Infine, l’irruzione di George a metà del racconto manda all’aria anche quel poco di equilibrio che in una quotidianità fatta di contrabbando, produzione e vendita illegale d’alcool può essere garantito almeno dal fluviale scorrere del denaro. Film costruito per giganteschi archetipi, I ruggenti anni Venti richiama più volte alla memoria il nucleo narrativo di C’era una volta in America (Sergio Leone, 1984). Certo è anche facile rintracciare suggestioni leoniane sparse un po’ in tutto il cinema americano anni Trenta, dal momento che il film di Leone nasce anche come celebrazione di una precisa epoca del cinema americano, delle sue convenzioni e dei suoi miti. La complice fratellanza fra uomini (pronta a rivelare il suo oscuro rovescio nella forma del tradimento), il rapporto distante e violento con la donna, gangster e proibizionismo. A un certo punto, quando nel film di Walsh vengono illustrati i costi e i guadagni della produzione clandestina di alcolici, sembra di sentire riecheggiare letteralmente una battuta di Max (James Woods) quando illustra a Noodles (Robert De Niro), appena uscito di carcere, lo speakeasy messo in piedi dalla banda. A voler giocare alle sovrapposizioni, alcune in realtà si rivelano anche abbastanza sorprendenti. Certo i personaggi leoniani non si conoscono in trincea, ma direttamente nelle strade di New York, poco più che bambini, dove già si dilettano di furtarelli. Come Noodles, però, l’Eddie di James Cagney conserva un fondo di dolcezza (e di dabbenaggine, se vogliamo) schiacciata sia dalla donna del cuore sia dal sodale più fidato. Più volte la triade Eddie-Jean-George richiama infatti le dinamiche di Noodles-Deborah-Max. Sia Jean sia Deborah desiderano intraprendere una carriera d’artista. Entrambe apprezzano i sentimenti del gangster per loro ma nessuna delle due è disposta poi a ricambiarli davvero, per ragioni di convenienza sociale (i corteggiatori sono pur sempre dei gangster) o di carriera. Come Max inganna Noodles e gli distrugge la vita, così il crudele George prosciuga Eddie di tutte le sue fortune condannandolo a tornare alla guida di un taxi. Nel confronto finale, però, c’è una differenza fondamentale. «Se in un racconto compare una pistola, bisogna che prima o poi spari», diceva Anton Cechov, citazione poi rapidamente adattata al contesto del cinema. Se dunque in un film appare una pistola in scena, prima o poi sparerà. Non è così per Sergio Leone (del resto, il suo film è al contempo celebrazione e decostruzione di miti cinematografici), che riserva a Noodles il nobile rifiuto di uccidere Max. Per Walsh, invece, poche storie, è epoca di cinema classico: i torti vanno vendicati, e George finisce sotto i colpi di Eddie. Del resto, la resa dei conti nasce intorno al rischio di una testimonianza in tribunale che potrebbe rovinare George per sempre – e in C’era una volta in America Max non teme forse di arrivare a una decisiva commissione d’inchiesta che l’attende al varco fuori dalla sua villa principesca?
L’epoca del proibizionismo, ça va sans dire, tiene strettamente insieme entrambi i film, così come le sovrapposizioni si appalesano pure nei personaggi secondari. Panama Smith sembra assemblare in sé sia tratti della Carol di Tuesday Weld (il piacere la scuote ancora, malgrado l’età non più giovanissima) sia della Peggy tenutaria di bordello. E c’è pure l’amico fedele e fragile da difendere in un mondo troppo crudele per lui – Danny in I ruggenti anni Venti, Fat Moe in C’era una volta in America. E in ultima analisi, dopo i fasti degli anni del proibizionismo, sia Noodles sia Eddie si riducono ad andare a letto molto presto, angeli caduti dal paradiso della criminalità. Del resto, lo stesso I ruggenti anni Venti si delinea di per sé per summa e omaggio alle convenzioni del gangster movie, che si era affermato a inizio anni Trenta e delle cui regole, a fine del decennio, si aveva già una certa consapevolezza. È in qualche modo elegiaco pure il finale, con la morte di Eddie sulla scalinata e la battuta finale di Panama Smith, «He used to be a big shot», tutta improntata all’epitaffio di un passato in via di chiudersi per sempre. Finisce l’era dei Miti, un po’ quel che accade ancora con il cinema di Sergio Leone che negli anni Sessanta fa i conti con i Titani americani del western sancendone la fine nella squallida dimensione della Storia – in C’era una volta il West (1968) arriva la ferrovia. Con I ruggenti anni Venti Raoul Walsh conduce un’operazione in qualche modo similare; finisce il mito del gangster, spazzato via da un nuovo buco nero, la Seconda Guerra Mondiale, oltre la quale non si sa intravedere che tipo di futuro è annidato, se mai ci sarà un futuro. In tal senso il film di Walsh si configura come classico e a suo modo estetizzante, ben radicato in una puntuale riflessione sulle convenzioni stratificate intorno a un genere talmente forte da riuscire a definire i propri schemi con tratto nettissimo nell’arco di un decennio. Con Eddie sembra morire un intero genere, pronto a lasciare il posto al noir anni Quaranta, dove la criminalità non è più sistema, bensì è più spesso confinata alla dimensione del privato o dell’iniziativa individualistica (o collettiva, ma ben lontano dall’idea di dare vita a un’attività organica e controllata). Panama Smith raccoglie ancora il corpo di Eddie fra le sue braccia. Qualche anno dopo le dark ladies avranno afflati assai meno sinceri nei confronti dei propri uomini caduti.
Info
I ruggenti anni Venti sul sito del Cinema Ritrovato.
- Genere: gangster movie, noir
- Titolo originale: The Roaring Twenties
- Paese/Anno: USA | 1939
- Regia: Raoul Walsh
- Sceneggiatura: Jerry Wald, Richard Macaulay, Robert Rossen
- Fotografia: Ernest Haller
- Montaggio: Jack Killifer
- Interpreti: Edward Keane, Elisabeth Risdon, Frank McHugh, Gladys George, Humphrey Bogart, James Cagney, Jeffrey Lynn, Joe Sawyer, Paul Kelly, Priscilla Lane
- Produzione: Warner Bros.
- Durata: 106'




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