Rude to Love

Rude to Love

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Presentato nella Crystal Globe Competition del 58° Karlovy Vary International Film Festival, Rude to Love di Yukihiro Morigaki è un giorno di ordinaria follia giapponese, un film che ruota tutto attorno alla protagonista Momoko, una signora borghese che vive in un conglomerato anonimo sperduto, alle prese con lo smaltimento dei rifiuti, il gatto che non torna e l’infedeltà del marito.

The Japan Chainsaw Massacre

Momoko conduce una rispettabile vita da casalinga. Si veste con eleganza e si assicura che la casa sia in ordine, fin nei minimi dettagli. Sembra ossessionata dal corretto smaltimento dei rifiuti. Si prende cura assiduamente di suo marito e fa di tutto per cucinargli del buon cibo. Ma il loro rapporto coniugale è ormai agli sgoccioli. La donna acquista una motosega rossa che fa temere al peggio. [sinossi]

La vita famigliare, borghese, quotidiana, nel Giappone periferico, con tutte quelle mostruosità che si celano dietro un perbenismo di facciata, è il tema di Rude to Love (Ai ni ranbou), di Yukihiro Morigaki, presentato nella Crystal Globe Competition del 58° KVIFF. Un tema non certo nuovo nel cinema nipponico, su cui autori come Takashi Miike o Sion Sono, tra gli altri, hanno lavorato sviluppando un notevole senso del grottesco. Yukihiro Morigaki si mantiene a un livello molto più sottile e contenuto, costruisce un’opera carica di ansia e nevrosi, quelle stesse che governano la vita quotidiano di tutti. Nella realtà la ribellione a un sistema sociale rigido e ordinato rimane perlopiù repressa, o relegata a casi eclatanti di cronaca. Solo il cinema è costretto per motivi drammaturgici a mostrare i giorni di ordinaria follia. Morigaki gioca su questa aspettativa spettatoriale e fa temere il peggio quando mostra la sua protagonista acquistare, presso un grande magazzino, una motosega rossa che, nel cinema, è subito associabile allo slasher, a Non aprite quella porta. Ci sarà invero una ribellione, ma in termini diversi, in chiave di scoperchiamento degli scheletri dell’armadio.

Tutto il film ruota attorno a Momoko, una donna di 41 anni, da 8 sposata con Mamoru che fa il manager, una casalinga impeccabile nel gestire la casa con zelo e dinamismo. Comincia la giornata portando la spazzatura nell’angolo di raccolta rifiuti raccogliendo anche quella della cognata. In modo sottile Morigaki ci fa capire che Momoko e Mamoru vivono in una sorta di dependance della casa di famiglia di lui: in una colonna sono incise delle tacche a indicare l’altezza di Mamoru durante la crescita, secondo una diffusa usanza, segno che quella è la casa in cui il marito ha vissuto da sempre. Proprio sulla colonna, e non solo, si riverserà la furia di Momoko con motosega, come a recidere i legami di quell’opprimente sistema famigliare patriarcale, in quel Giappone anonimo di provincia, come a scoperchiarne le fondamenta con i relativi scheletri sepolti. Le giornate di Momoko sono scandite dagli affari casalinghi, le pulizie, la cucina, guardare il catalogo di lavatrici per sceglierne una nuova, con la pesante ingerenza della suocera che, per esempio, vorrebbe che preparasse più pesce che carne al figlio. Indicativo è anche il fatto che tenga lezioni, due volte la settimana, su come fare in casa il sapone, ancora qualcosa di connesso con la pulizia. Altra ossessione di Momoko è Pi-chan, un gatto selvatico cui lascia da mangiare, che non rientra all’ovile. Fa parte del suo desiderio di controllare e imbrigliare tutto. Ed è significativo il dialogo con il marito in merito ai gatti randagi. Per Momoko si distinguono da quelli domestici perché non hanno il collarino, mentre Mamoru obietta che potrebbero essere scappati o essere stati abbandonati con il collare addosso. E qui c’è anche il desiderio del marito di uscire dal circolo del controllo della moglie.

Dei misteriosi incendi, delle combustioni anomale, si manifestano nel circondario. Rude to Love si apre proprio con l’immagine di un fuoco. Sono i segnali metaforici di una sottile distruzione di quel tessuto connettivo borghese. Momoko esploderà, senza però che il film deflagri in quell’ordinaria follia di tanto cinema. La goccia che fa traboccare il vaso è la rottura di una di quelle amate tazze in cui serve il tè, peraltro un tè all’inglese. Il Giappone è in tutto e per tutto occidentalizzato. Momoko non conosce nemmeno l’arte del kintsugi, ovvero l’arte di aggiustare il vasellame rotto impreziosendolo con una colla dorata. Con Rude to Love Yukihiro Morigaki esprime una critica sottile alla società nipponica tutta. Emblematico in tal senso il momento in cui Momoko chiede udienza a Wanibuchi: il colloquio non è le è inizialmente concesso da un’inflessibile segretaria perché la protagonista non può qualificarsi come appartenente a una società. In questo ritratto impietoso quanto pacato, o impietoso perché pacato, il regista inserisce momenti memorabili, come quello in cui accosta la scena in cui la protagonista è dal ginecologo per una visita a quando la stessa sta leggendo uno scambio di messaggi in chat in cui una donna, che si rivelerà essere l’amante del marito, dice di essere incinta. Rude to Love funziona come una matassa narrativa da sbrogliare, dove però non tutto funzionerà e si creeranno nuovi grovigli.

Info
Rude to Love sul sito di Karlovy Vary.

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