Il giudice e il boss

Il giudice e il boss

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Presentato al Taormina Film Festival 2024, al Teatro Antico, Il giudice e il boss è il nuovo lavoro di Pasquale Scimeca che torna, dopo Placido Rizzotto, a occuparsi delle vittime di mafia meno ricordate, come il giudice Cesare Terranova con il fedele maresciallo Lenin Mancuso. Il regista mantiene uno sguardo verista e antropologico per tratteggiare una storia di Cosa Nostra. Il film scricchiola solo quando mette in scena situazioni immaginate e dedotte, dove quel realismo si perde.

Cose di Cosa Nostra

Il giudice Cesare Terranova e il suo fedele maresciallo di polizia Lenin Mancuso sono stati impegnati in una lotta epica contro la Cosa Nostra del boss Luciano Liggio e gli uomini corrotti delle istituzioni. Una lotta culminata con il processo che, per legittima suspicione, si tenne a Bari nell’estate del 1969, e che vide dietro le sbarre i boss e i picciotti della spietata mafia dei Corleonesi. Processo che si concluse con un nulla di fatto. Il giudice Terranova fu lasciato solo, umiliato e offeso, a combattere contro i mulini a vento. [sinossi]

Dalle opere memorabili di Francesco Rosi, la mafia siciliana e gli intrighi politici a essa connessi, nonché i vari delitti eccellenti, hanno avuto grande eco nel cinema. Il maxiprocesso di Palermo e la stagione stragista terribile di Cosa Nostra hanno ispirato tanto i predatori e morbosi istant movie di Giuseppe Ferrara quanto lo sguardo autoriale sull’Italia di Marco Bellocchio. Pasquale Scimeca torna a occuparsi dei delitti di mafia con Il giudice e il boss, presentato in Gala – Teatro Antico del Taormina Film Festival 2024, raccontando del magistrato Cesare Terranova, ucciso in uno spietato agguato il 25 settembre 1979 insieme al suo stretto collaboratore, quel maresciallo Lenin Mancuso che portava già in quel suo singolare nome, così battezzato all’inizio dell’era fascista, un simbolo di coraggio e tenacia. Evidente lo scopo del regista, dopo Placido Rizzotto, film del 2000 sul sindacalista ucciso dalla mafia nel 1948, di tratteggiare una storia di Cosa Nostra precedente a quella che tutti raccontano, di commemorare le vittime che meno si ricordano semplicemente perché poi superate da altri omicidi eccellenti in un crescendo di terrore che sembrava non avesse fine. Entrambi i film si concludono con un sinistro presagio. Alla fine di Placido Rizzotto si incontrano i giovani Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, future vittime. Al termine di Il giudice e il boss invece i due protagonisti parlano di tutte le nuove promettenti nuove leve della lotta alla mafia, tanto nelle forze dell’ordine che in magistratura. E ancora abbiamo una lista di futuri martiri, Falcone, Borsellino, Cassarà. Ma i due finali servono anche a rimarcare una sorta di perpetuarsi, di rigenerazione della lotta alla mafia che è proseguita nonostante il mancato appoggio se non l’ostracismo delle istituzioni politiche e giudiziarie.

In comune con Bellocchio e in antitesi a Ferrara, Scimeca sceglie di parlare del passato, di vicende e personaggi ormai sedimentate negli anni, di vedere tutto in una prospettiva lontana e storica, con quella distanza che evita di scadere nei facili e commerciali sentimentalismi. E il grande merito di Il giudice e il boss è anche quello di evitare di mettere in scena la mattanza finale, la facile spettacolarizzazione che avrebbe reso il film più commerciale ma sarebbe stata irrispettosa verso le due vittime. Una scelta di sobrietà. Con ciò il regista gioca anche con quei meccanismi spettatoriali di cui parlava Kubrick a proposito di un eventuale film sul Titanic, ovvero di una vicenda di cui tutti sanno la conclusione. Evidente il progetto di Scimeca, con i due film, di tratteggiare una storia in chiave antropologica di Cosa Nostra, partendo dal banditismo, e dalle uccisioni dei sindacalisti. La strage di braccianti di Portella della Ginestra, citata in Il giudice e il boss, come momento iniziale; il consolidamento verticistico dell’organizzazione mafiosa con la cupola a capo di tutto; l’incomprensione quando non la complicità o la pavidità delle istituzioni a combattere la criminalità organizzata fatti salvi, i protagonisti lasciati soli contro i mulini a vento; e poi il consolidarsi dei legami con la politica rappresentata da Vito Ciancimino. Scimeca è assolutamente convincente con il suo approccio verista, nel restituire la Sicilia dell’epoca, povera e trasandata. Nel tratteggiare psicologicamente tanto i buoni quanto i mafiosi.

Ci sono però alcune imperfezioni, non sempre Scimeca riesce a tenere quella coerenza e quel rigore. La messa in scena di un episodio supposto, desunto come l’incontro tra il fascista Junio Valerio Borghese e i mafiosi capitanati da Liggio, in quell’alleanza, pure comprovata, della mafia nella strategia della tensione in previsione del tentativo di golpe, appare stereotipata e grottesca. E non perfettamente riuscito è anche quel finale paradisiaco seppur fatto con le migliori intenzioni commemorative e con l’intento di lasciare l’immagine di loro vivi. Altre situazioni appaiono gratuite o non sviluppate a sufficienza. La moglie di Terranova che aspetta invano il marito per cena è un’incursione nel privato buttata lì. Anche la sessualità dei mafiosi appare un ingrediente che poteva essere approfondito. Il giovane Totò Riina innamoratissimo della sua fidanzatina Ninetta Bagarella e Luciano Liggio che subisce un approccio sessuale da un’infermiera dominatrice potrebbero essere parti di un discorso sulla mentalità mafiosa ridicolmente moralistica, per chi commetteva omicidi e stragi, in materia sessuale che condannava il libertinismo del pentito Buscetta. Il giudice e il boss rimane un film ben riuscito, affidato a bravissimi interpreti ed evitando l’abusato effetto di simulazione facciale prostetica alla Favino. Gaetano Bruno, che viene dal teatro, dagli storici spettacoli di Emma Dante, fornisce una sobria e rispettosa interpretazione del giudice pur essendo fisiognomicamente diversissimo.

Info
Il giudice e il boss, il trailer.

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