Trap
di M. Night Shyamalan
Giocando fin dal primo trailer a carte scoperte, con un potenziale ed esplosivo plot twist dato hitchcockianamente in pasto a una platea onnisciente, Shyamalan monta e smonta una claustrofobica caccia a un serial killer che è allo stesso tempo un divertissement spettatoriale e uno stratificato oggetto teorico, estremamente attuale. Come il suo spietato quanto sagace protagonista, Trap è un thriller bifronte che chiama in causa la nostra (sempre più traballante) capacità di guardare, osservare, decodificare e capire la realtà che ci circonda.
The (Global) Village
Cooper Adams, pompiere di Filadelfia e stimato padre di famiglia, porta la figlia adolescente Riley al concerto della pop star Lady Raven come ricompensa per i buoni voti a scuola. Dopo aver notato la presenza insolitamente numerosa delle forze dell’ordine al concerto, Cooper scopre grazie al venditore chiacchierone Jamie che l’FBI ha intenzione di catturare un serial killer noto come “il Macellaio” proprio durante il concerto… [sinossi]
Il medium è il messaggio e il villaggio è sempre più globale, ma al tempo stesso, quasi paradossalmente, più chiuso, claustrofobico. Se comunicazione e controllo sono due delle esasperate e tambureggianti travi portanti della nostra contemporaneità, e se lo smarrimento generazionale è un altro Giano bifronte (ma come parlano queste ragazzine? Quali sono le dinamiche psicologiche collettive di questi concerti quasi messianici?), una delle chiavi di lettura di Trap è il lavoro sull’immagine, sulla fiumana inarrestabile di informazioni anche visive, sulla decodificazione di una realtà che dovrebbe essere chiara (a cosa servono altrimenti tutti questi device?) e invece si rivela complicata, dannatamente ingannevole. In tal senso, quello che abbiamo di fronte non è solo un amabilissimo padre di famiglia in grado di celare un lato nero come la pece della sua disturbata personalità, ma è la personificazione del male 2.0, la versione aggiornata del Mostro: non più un riconoscibilissimo Michael Myers, ma un Ted Bundy potenziato, aggiornatissimo sul piano digitale e soprattutto abilissimo nell’analizzare il contesto, tanto da poterlo plasmare in un batter di ciglia a suo vantaggio. Noi, tutti noi, siamo invece incapaci di vederlo, nonostante la trappola, le videocamere di sorveglianza, le indicazioni certosine della profiler. Perché noi, in fin dei conti, siamo come i suoi figli o come il paffuto e amichevole venditore di magliette, accecati dalla superficie, dalla finzione – mentre Cooper si nutre di verità, è in grado di leggerla, di distinguere tra l’apparenza di The Thinker e la sostanza di Lady Raven.
Nel rovesciare hitchcockianamente il punto di vista, ricordandoci delle operazioni teoriche del geniaccio inglese, ma anche ricamando una messa in scena dai contorni depalmiani (si veda l’utilizzo della profondità di campo per composizioni che riconducono ad artefatti split screen), Shyamalan prosegue coerentemente lungo una traiettoria poetica tracciata oramai da decenni: ancora una volta, ancora in uno spazio delimitato, il cinema di genere diventa strumento di indagine della nostra società, calato nel nostro presente, e ci chiede di guardare oltre, di riflettere, di ricomporre i pezzi di quello che abbiamo visto (e, si spera, osservato). Però, rispetto alle scatole di cereali di Lady in the Water (2006), al messaggio oltre la vita di Signs (2002) o all’inganno a fin di bene di The Village (2004), i segni che dovremmo osservare si sono moltiplicati e al contempo sfuocati o tremendamente ibridati. Ad esempio, non è forse Cooper un padre decisamente migliore rispetto all’ossessionante madre della pestifera Jody? E non è forse Riley una graziosissima ragazzina che si rispecchia nel suo eroico papà? E non è un gesto da genitore modello quello di rimettere a posto, come una sorta di ultimo saluto, la bicicletta dell’adorata figlia? Anche perché, tra l’altro, la trappola nasce proprio da un classico gesto da bravo papà, da perfetto genitore a stelle e strisce. E non un genitore qualunque, ma un pompiere, icona (super)eroica degli Stati Uniti post-9/11.
All’interno di questa sorta di replica rovesciata e corazzata di The Village si è infatti mimetizzata la Bestia (che non è più tormentata e riconoscibile come Kevin Wendell Crumb di Split e Glass), il Mostro, non più agghindato da improbabile Babau. È invece travestito da padre di famiglia, da cordialissimo vicino, da pompiere. Una mimetizzazione che è, tra l’altro, la più claustrofobica delle trappole disseminate nel percorso di Trap: il concerto, il seminterrato di Spencer, il bagno di casa Adams, la limousine, il furgone della polizia, le riprese delle videocamere…
In una società che è tesa all’uniformità social, con tanto di nuova declinazione warholiana della fugace notorietà e affermazione di sé (come copia), il Macellaio è l’incarnazione incancellabile del Male, quella componente oscura e terribile che la nostra natura (e quindi società) cova da sempre – e, appunto, per sempre. Simulando il tempo reale, come se fossimo dalle parti di Omicidio in diretta, Shyamalan innesta in questo meccanismo narrativo tutte le odierne contraddizioni, ritagliando per Saleka\Lady Raven un ruolo quasi messianico (come per il viscido The Thinker), e per Instagram un’utilità addirittura salvifica. Una perfetta coesistenza e compenetrazione di Bene e Male. L’importanza di apparire diventa in questo caso una questione di vita o di morte (che è, per puro caso, il titolo del primo film di Hayley Mills, a suo tempo attrice ragazzina non così dissimile da Riley\Ariel Donoghue).
Come gran parte della filmografia di Shyamalan, Trap è una questione di famiglia, in questo caso anche sul piano creativo e realizzativo. Nei dintorni di Philadelphia, fuori e dentro lo schermo, la poetica shyamalaniana si è moltiplicata, è diventata una factory. E se la componente femminile incide vistosamente nella realizzazione, sullo schermo diventa portatrice di speranza e salvezza: una catena generazionale, dalla giovanissima Riley all’anziana profiler, che riesce a tenere testa a Cooper, al maschio, al Macellaio. L’empatia come scudo per affrontare e depotenziare i novelli Norman Bates. Almeno per un po’.
Info
Il trailer di Trap.
- Genere: thriller
- Titolo originale: Trap
- Paese/Anno: GB, USA | 2024
- Regia: M. Night Shyamalan
- Sceneggiatura: M. Night Shyamalan
- Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom
- Montaggio: Noëmi Preiswerk
- Interpreti: AJ Nadeau, Alice Lapyko, Alison Pill, Allison Ference, Amy Strimling, Andrew Rotilio, Ariel Donoghue, Cali Lorella, Daniel Karp, Elizabeth Victoria Wong, Emma Victoria Tagliabue, Erica Wilson, Hailey Summer, Hayley Mills, John Andrews, Jonathan Langdon, Joseph Daly, Josh Hartnett, Josh Stone, Kaitlyn Dallan, Karina Grzella, Kristi Woods, Kristopher Grzella, Lochlan Ray Miller, Luke Charles, Malik Jubal, Marcia Bennett, Maria Halimi, Marnie McPhail, Maya Lee O'Connor, Milan Deng, Noah de Mel, Peter D'Souza, Saleka Shyamalan, Scott Ian MacDougall, Scott Mescudi, Tim Russ, Ty Pravong, Vanessa Smythe
- Colonna sonora: Herdís Stefánsdóttir
- Produzione: Blinding Edge Pictures, Warner Bros.
- Distribuzione: Warner Bros.
- Durata: 105'
- Data di uscita: 07/08/2024




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