Alien: Romulus

Alien: Romulus

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Settimo capitolo della saga dedicata al conflitto tra umani e alieni xenomorfi, e primo sotto l’egida della Disney, Alien: Romulus di Fede Alvarez sfrutta il solito canovaccio, costruisce discrete sequenze d’azione e si rivolge a un pubblico adolescenziale.

Aprite quella porta!

Rovistando in una stazione spaziale abbandonata, alla ricerca del carburante necessario a farli fuggire dal loro pianeta – una colonia mineraria priva di luce e di prospettive future – un gruppo di ragazzi risveglia involontariamente l’organismo più terrificante dell’universo. [sinossi]

Sembra voler scegliere sempre la strada più semplice, Alien: Romulus di Fede Alvarez, settimo capitolo della saga iniziata nel 1979 da Ridley Scott, che qui resta solo in veste di produttore. E magari è meglio così, perché rispetto ai due capitoli precedenti, Prometheus e Covenant, anche diretti da Scott, ed entrambi prequel del film capostipite del ‘79, Romulus ha un indubbio vantaggio: vola basso, verso il B-movie estivo, senza indugiare in verbosi sproloqui di portata filosofica, limitandosi piuttosto a un rispolvero del solito canovaccio. D’altronde, si sa, la prima regola del nuovo film di una saga è la sua riconoscibilità all’interno del sistema, nel rispetto delle aspettative dei fan. Ma la seconda regola, nel macro universo del blockbuster contemporaneo, è indubbiamente l’abbassamento dell’età dei protagonisti, alla ricerca di quel pubblico adolescenziale in grado di fare la differenza al box office. Se poi la Disney, come ci ha ben raccontato nel recente Deadpool & Wolverine, ha ormai portato a termine l’acquisto della 20th Century Fox, va da se che anche la creatura disegnata da H.R. Giger deve ora rivolgere il suo appetito verso carne più fresca. Nel dettaglio qui si tratta di un gruppo di ventenni, capitanati, naturalmente, da un’eroina, incarnata dalla lanciatissima Cailee Spaeny (vista in Priscilla e Civil War). Rain Carradine, questo il nome della protagonista, è appena stata gabbata dalla multinazionale che tutto possiede (la solita Weiland Yutani corp.) la quale ha prolungato i suoi anni di lavori forzati sulla colonia mineraria di Jackson Star, impedendole così di salpare per un pianeta più ospitale. La ragazza ha inoltre al suo seguito il fratello Andy (David Jonsson), un “sintetico” programmato per proteggerla e le cui abilità sono subito messe alla prova, quando il gruppo di amici di Rain le propone di recarsi su una vecchia stazione spaziale alla ricerca del carburante per farli fuggire dalla tetra e desolata Jackson.

Dunque eroina e androide ci sono, a questo punto bisogna scongelare le creature, anzi, a ben vedere il loro ingresso in scena è fin troppo ritardato da superflue presentazioni di un giovane cast destinato, si sa, a rapida e vischiosa morte. Ecco allora che gli embrioni di xenomorfi sono inavvertitamente riportati in vita dai ragazzi, iniziano a correre rapidi  sulle loro zampette, c’è il face hugger, il chestbuster, il faccia a faccia ravvicinato con la creatura, copioso fluire di bava corrosiva, il tema della maternità, le capsule, vomito e frattaglie sintetiche ben in vista. Tutti i topoi classici della saga vengono dunque rispettati in Alien: Romulus, con poche varianti. Due, però, sono i temi rilevanti proposti dal film di Alvarez – che nella linea temporale della saga sembra posizionarsi tra il primo Alien di Scott e il successivo Aliens – Scontro finale di James Cameron (1986) – il primo è un evidente sottotesto su virus, vaccini ed evoluzione della specie, che non può non risvegliare nello spettatore la memoria recente della pandemia del Covid, l’altro, ben più interessante, è il tema dell’Intelligenza Artificiale, di cui Alien: Romulus fa proprio quell’utilizzo temuto e osteggiato dal recente sciopero degli attori hollywoodiani: la resurrezione di volto e voce di un interprete da tempo defunto. In attesa di capire se e quanto quello che vediamo in Alien: Romulus sarà praticato nel cinema hollywoodiano di domani, possiamo però di certo affermare, senza eccedere nello spoiler, che è proprio nell’utilizzo dell’AI che risiede l’interesse maggiore di una visione altrimenti poco soddisfacente e ancor meno creativa. Se infatti, dal canto suo, l’uruguaiano Fede Alvarez (ormai di fatto uno specialista delle saghe cinematografiche, a cui sono toccati il reboot de La casa e il sequel Millennium – Quello che non uccide) costruisce solide sequenze d’azione (bella soprattutto quella dell’ ascensore), la struttura narrativa di Alien: Romulus mostra troppo spesso il suo scheletro, e anziché procedere in maniera fluida, va per compartimenti stagni. L’azione, infatti, parte e riparte, a rapide ondate, sempre dalla medesima situazione: porte che si aprono (o non si aprono) e che si chiudono (o non si chiudono). Ma Alien: Romulus non è una farsa spassosa, tutt’altro, lo humour qui è del tutto bandito. Ed è un peccato, perché quando una saga arriva a così tanti capitoli, un pizzico di ironia (e autoironia) non stona affatto. Tornando allo script, anche le soluzioni tirate in ballo per sopravvivere ed eliminare la creatura e la sua progenie, non sembrano strade che il racconto voglia realmente perseguire, come quell’ipotesi iniziale di alzare la temperatura dell’ambiente, che poi lascia il tempo che trova. Va meglio con l’idea di togliere e poi rimettere la gravità, che se non altro dà luogo a una scena suggestiva dal punto di vista degli effetti speciali. Effetti che, in questo il rispetto della saga è rigoroso e funzionale, sono in buona parte “vecchio stile”, ovvero con ampio utilizzo di prostetica e animatronica. Quanto infine al titolo del film, dove compare un altisonante “Romulus”, a parte un’effige dei due gemelli allattati dalla lupa e il fatto che la base spaziale è divisa in due parti, l’emisfero Romulus e quello Remus, per il resto non se ne capisce bene la ragione. Ma forse la spiegazione è rimandata al prossimo capitolo.

Info
Il trailer di Alien: Romulus.

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