Rita

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Presentato in Piazza Grande a Locarno 77, Rita rappresenta l’esordio dietro la macchina da presa per la celebre attrice spagnola Paz Vega, che racconta un momento cruciale della storia del suo paese, quello che è seguito all’introduzione del divorzio, una conquista civile e femminista che, nei primi anni, faceva fatica a essere assimilata in una società patriarcale. Il tutto secondo il punto di vista dei bambini.

Divorzio alla spagnola

Siviglia, estate del 1984. Rita e Lolo sono fratello e sorella, hanno 7 e 5 anni e fanno parte di una modesta famiglia della classe operaia. Rita sogna di andare al mare, ma a casa la parola del padre è legge, sempre. Per la prima volta, Rita inizia a chiedersi perché le cose vanno così. Comincia anche a rendersi conto che la sua casa sta diventando sempre meno sicura, soprattutto per sua madre. [sinossi]

In Spagna il divorzio, una conquista dei movimenti femministi, è stato introdotto con una legge del 1981, circa dieci anni dopo che in Italia, un ritardo legato all’uscita dalla dittatura con tutti gli assestamenti del caso. Una volta legalizzata e quindi possibile, la chiusura del matrimonio ha fatto fatica comunque a diffondersi trovando la forte resistenza sociale della cultura cattolica e patriarcale. Questo succedeva in Italia come in Spagna, come perfettamente reso nel film Rita, presentato in Piazza Grande al Locarno Film Festival 2024, film che segna l’esordio dietro la macchina da presa dell’attrice Paz Vega. Si tratta di una storia di bambini, Rita e il fratellino Lolo, in una caliente Siviglia estiva del 1984, delle loro esplorazioni del mondo. Per loro si tratta di un mondo difficile, con un padre autoritario e una madre che subisce a volte anche le percosse del marito. Così la donna, sempre più succube dell’uomo violento, sempre più impaurita, accarezza l’idea di contattare uno studio legale per esplorare la possibilità di ottenere il divorzio. Trova la disapprovazione delle persone cui si confida, che considerano la separazione matrimoniale un qualcosa di immorale e innaturale oltre che un danno per i figli. Lo stesso identico clima culturale e sociale che si respirava nel bel paese negli anni del travagliato dibattito sul divorzio, che fu anche oggetto di referendum.

L’esordiente regista Paz Vega fotografa una realtà, quella della società spagnola quasi dieci anni dopo la fine della dittatura, una società del benessere materiale, dove una modesta famiglia ambisce, e considera una conquista, passare dal ventilatore all’aria condizionata. E fotografa una mentalità patriarcale nella figura del padre che non appare mai come un orco volontario, ma come un capofamiglia che si attende dalla moglie, come un qualcosa di dovuto, servilismo ed efficienza nel gestire le mansioni casalinghe. Un padre che non esita a buttare brutalmente il figlio nell’acqua della piscina, affinché impari a nuotare. Ma soprattutto Rita è un film dove tutto è visto con il punto di vista dei bambini, della sorellina maggiore che è anche protettiva nei confronti del fratellino. In tutto il film, o quasi, la mdp si mantiene a livello basso, ad altezza bambino appunto o delle gonne della mamma. Funzionale a questa prospettiva infantile anche l’aspect ratio Academy, proprio del cinema del passato, che permette di restringere e concentrare il quadro su questo mondo famigliare, evitando il dispersivo anamorfico. E funzionale è anche una scelta di fuori campo in un momento chiave, quello in cui il padre picchia la madre, dove la mdp rimane sui bambini che provano paura, sgomento e impotenza. La dimensione sensoriale del film è anche nello stato di immersione, ricreato dal punto di vista sonoro, del bambino nell’ambiente acquatico, buttato dal padre, che quasi affoga.

Può essere discutibile il finale, la tragedia, che prelude a un futuro ancora peggiore per i bambini, ma sposta la vicenda a un gradino più in alto, quello che ora definiremmo del femminicidio. Forse non c’era bisogno, ma Paz Vega riesce ancora a girare una scena, che potrebbe facilmente degenerare nel grand guignol, giocando di sottrazione e di fuori campo, nelle urla strazianti che si sentono nel corridoio del palazzo e in quel coltello insanguinato che cade a terra, come nell’inizio di Profondo rosso evitando però le ombre. Paz Vega firma un film molto delicato e sentito, introspettivo, che si situa nel solco del grande cinema spagnolo che ha trattato l’infanzia, con film come Lo spirito dell’alveare e Cría cuervos.

Info
Rita sul sito di Locarno.

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