Chain Reactions

Chain Reactions

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Chain Reactions è la nuova creatura di Alexandre O. Philippe, che dopo essersi occupato tra gli altri di Guerre stellari, Alien, degli zombi e del rapporto tra David Lynch e Il mago di Oz, concentra l’attenzione su Non aprite quella porta, il capolavoro di Tobe Hooper che festeggia il cinquantennale. Ricorrendo al punto di vista di due registi, un attore, una critica cinematografica, e un romanziere il cineasta elvetico cerca – rimanendo un po’ in superficie – di indagare il ruolo svolto da quest’opera seminale nell’immaginario collettivo.

Ode al volteggiar di Leatherface

Cinquant’anni dopo che The Texas Chain Saw Massacre di Tobe Hooper ha sconvolto il mondo e cambiato per sempre il volto del cinema globale e della cultura popolare, Chain Reactions descrive il profondo impatto e la duratura influenza che la pellicola ha avuto su cinque grandi artisti – Patton Oswalt, Takashi Miike, Alexandra Heller-Nicholas, Stephen King e Karyn Kusama – attraverso i loro primi ricordi, esperienze sensoriali e traumi infantili. Usando dei filmati contemporanei in dialogo dinamico con sequenze inedite, e analizzando le impressioni personali scatenate da formati audiovisivi diversi (16mm, 35mm, VHS, digitale), Chain Reactions va a indagare come abbia fatto un film indipendente raffazzonato e con zero budget a insinuarsi nei nostri incubi collettivi alterando per sempre lo Zeitgeist. [sinossi]

Nel 2014, allo scoccar del quarantennale di The Texas Chain Saw Massacre (vale a dire Non aprite quella porta), la Quinzaine des réalisateurs a Cannes ospitò una proiezione del film con tanto di presenza sulla Croisette di Tobe Hooper per l’occasione accompagnato nella discussione da Nicolas Winding Refn; fu un’occasione preziosa non solo per ammirare una volta in più sul grande schermo la magnificenza agghiacciante di una delle opere fondative dello sguardo orrorifico del secondo Novecento, ma anche per cogliere le sfumature intellettuali di un cineasta prezioso, rimosso troppo in fretta dalle sinapsi collettive cinefile. Uno sgombero della memoria che si è puntualmente replicato negli ultimi sette anni, da quando Hooper è venuto meno settantaquattrenne. A parlare con lui, anche cinquant’anni dopo la sua realizzazione, è sempre e solo Non aprite quella porta, la sua opera seconda che sconvolse la prassi dello sguardo con la stessa virulenza di un’opera immediatamente precedente come L’esorcista; ed è anche per questo interessante che in uno dei mille collegamenti – alcuni di grande puntualità, altri in tutta franchezza un po’ pretestuoso – e accostamenti di immagini che Alexandre O. Philippe compone in Chain Reactions compaia proprio il celeberrimo film di William Friedkin, soprattutto per il rimando ideale tra gli innumerevoli orologi che si trovano nella casa di Leatherface e famiglia e il pendolo che si blocca senza nessun motivo apparente alle spalle di padre Merrin. Echi di idee, forse di istanze d’immaginario. Chissà. Dopotutto si sa che Philippe, cineasta elvetico ormai divenuto celebre proprio per le sue rivisitazioni/letture di classici della cinematografia – si pensi all’ultimo Lynch/Oz, in cui poneva l’uno di fronte all’altro come in uno specchio il cinema di David Lynch e Il mago di Oz di Victor Fleming –, ama lanciarsi in visioni del tutto personali, senza troppo preoccuparsi della veridicità o di quanto sia comprovabile ciò che va affermando. Il suo cinema, che piaccia o meno, non è poi così lontano dalla moda dei post Facebook in cui si pongono a confronto fotogrammi di film che poco o nulla hanno a che spartire solo perché vi si intuisce una vaga similitudine iconografica.

Seguendo uno schema che per lui sta diventando consuetudine, Chain Reactions si articola in cinque segmenti, ognuno dei quali vede per protagonista un professionista che racconta il proprio rapporto personale con l’horror ambientato in Texas. In questo caso i prescelti sono l’attore Patton Oswalt, i registi Takashi Miike e Karyn Kusama, la critica cinematografica Alexandra Heller-Nicholas, e il mito della letteratura orrorifica e del mistero Stephen King. Ognuno ovviamente affronta Non aprite quella porta dal proprio personalissimo punto di vista: così se Miike racconta di quanto sia stato casuale il suo incontro a quindici anni con il film di Hooper – aveva raggiunto Osaka da Yao, la città in cui è nato e cresciuto, per vedere Luci della città di Charles Chaplin, ma la sala era piena e così aveva ripiegato su quello che in Giappone è noto come 悪魔のいけにえ, Akuma no ikenie, traducibile come Il sacrificio del diavolo, rimanendone sconvolto per sempre al punto da aver cercato di replicare alcune suggestioni tanto in Ichi the Killer quanto in Imprint – Heller-Nicholas annota come il paesaggio brullo e bruciato dal sole rappresentato da Hooper la colpì all’istante ventenne perché vi riconosceva scenari non così dissimili dall’outback australiano in cui era cresciuta (e infatti cita come rivelatore anche l’incontro con Picnic a Hanging Rock di Peter Weir). Si scopre che Stephen King vide il film di Hooper solo nel 1982, innamorandosene soprattutto per la capacità di gestire un budget esiguo, alla stessa stregua di quanto fece poi Sam Raimi con La casa e al contrario a suo avviso rispetto a produzioni più danarose – incredibile a dirsi, ma il grandissimo scrittore non riesce a esimersi dal gettare fango una volta di più su Shining di Stanley Kubrick.

Tutto molto gustoso, ovviamente, anche perché con intelligenza Philippe dissemina il montaggio di lacerti di Non aprite quella porta, utilizzati nei formati e nelle qualità video più disparate, ricorrendo anche a spezzoni di angolatura di riprese non sfruttati poi nel lavoro finito da Hooper. L’occhio cinefilo si fa facilmente irretire, dunque, e il cervello può sorvolare sull’essenzialità al limite del superficiale che i cinque interventi propongono allo spettatore. Chiunque si avvicini a Chain Reactions da fan dell’opera di Hooper (quindi con ogni probabilità la stragrande maggioranza degli spettatori) non riceverà in cambio letture illuminanti, cambi di prospettiva rispetto a ciò che nell’ultimo cinquantennio è stato scritto o detto sul film: al punto che l’intervento più interessante e raffinato sembra quello di Oswalt, sia perché si lancia in suggestioni politiche – politica sociale, economica, culturale – e ancor più perché il suo punto di vista è il primo nel quale Philippe decide di far imbattere il pubblico. Si ha l’impressione forte che al di là del sentito omaggio a un caposaldo del cinema horror (e non solo) non ci sia molto da pretendere da Chain Reactions, come non fosse possibile penetrare la stratificazione di un’opera così complessa solo ricorrendo all’amore cinefilo, ma si dovesse osare di più. Philippe questo coraggio non lo possiede, purtroppo, e dunque si resta appesi a mezz’aria, come la povera Pam infilata nel gancio da Leatherface. Carne cinefila da macello.

Info
Chain Reactions sul sito della Biennale.

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