Kora
di Cláudia Varejão
Presentato alle Giornate degli Autori 2024, Kora è il nuovo lavoro della filmmaker portoghese Cláudia Varejão, un cortometraggio dove si incontrano le storie di donne rifugiate in un flusso di coscienza di esperienze, testimonianze, traumi. Un viaggio anche visivo in una complessa tessitura in bianco e nero, fatta di dettagli e immagini interne.
Come in una fototessera
Inna dall’Ucraina, Norina dall’Afghanistan, Zohra dal Sudan, Margarita dalla Russia e Lana dalla Siria: storie di donne rifugiate che vivono in Portogallo. Si portano tutte dietro il proprio passato nei loro corpi e nelle loro parole, nonché nelle foto delle persone a loro care. Da questi ricordi abbiamo accesso allo sguardo intimo e politico di chi ricostruisce (il loro) presente. [sinossi]
Occultare il volto femminile, nasconderlo in quelle palandrane che sono i burqa. Il peggior sfregio, e umiliazione, che si possa fare verso la donna in una delle società più oscurantiste del pianeta, ovvero quella dei Talebani in Afghanistan. Lo racconta Norina, fuggita da quel paese, in una delle testimonianze raccolte nel cortometraggio Kora di Cláudia Varejão, presentato alle Giornate degli Autori 2024, dove la regista torna dopo il suo lavoro di fiction Lobo e Cão. Il corto è una raccolta di testimonianze di cinque donne rifugiate in Portogallo, fuggite da contesti drammatici di dittatura o guerra, come appunto quello da cui proviene Norina. Il lavoro della filmmaker portoghese nel film si gioca tutto proprio sulla presenza/assenza dell’immagine dei volti femminili, inizialmente negato, come avviene nelle società patriarcali estreme ancora esistenti, per poi restituirlo nella forma di una fotografia interna, quella di una fototessera. Le cinque donne protagoniste, Inna dall’Ucraina, Norina dall’Afghanistan, Zohra dal Sudan, Margarita dalla Russia e Lana dalla Siria, che si raccontano, non vengono mai inquadrate in volto, almeno non per intero, eventualmente in closeup – in un caso il viso è coperto da una maschera – in un’architettura visiva tendente all’astrazione, in una tessitura in chiaroscuro fatta di linee della pelle, rugosità, impronte digitali, dettagli degli occhi, secondo un’estetica che ricorda il momento iniziale dei due amanti di Hiroshima mon amour. Ogni segmento si conclude con la rispettiva protagonista in una macchina in una cabina di fototessere automatiche, unici segmenti a colori che ancora giocano con sfondi colorati sempre diversi, pareti piastrellate di stazioni o metropolitane. E come ultimo atto sbuca fuori la fototessera, il volto finalmente mostrato nella sua interezza, e frontalmente, della donna che si è raccontata. La vediamo solo in un’immagine interna che comunque sancisce una regolarizzazione. Nella nostra vita infatti le fototessere servono all’identificazione, nei documenti anche per l’espatrio ufficiale, con i passaporti. Ma queste persone devono essere scappate dai loro paesi clandestinamente, in modo non certo regolare.
Ogni segmento dedicato a una diversa donna rifugiata funziona come un flusso di coscienza, con il pensiero di questa persona e con un flusso di immagini che lavorano in un gioco di miniature, di una maglia di grigi, a delineare il piccolo mondo personale di queste vite. Un reticolo dove compaiono scritte, come promemoria o le pagine dell’edizione in arabo di Cent’anni di solitudine, ancora immagini interne, uno schizzo su un taccuino, un quadro mentre viene dipinto – e qui il gioco di sottrazione riguarda il colore, quel colore che sarà poi restituito alla fine dell’episodio. E poi ancora fototessere ma anche quadri, finanche una foto famigliare stampata su una tazza. E le fototessere appaiono così in un’altra importante funzione, che va oltre quella della burocrazia, ovvero quella del ricordo delle persone care, il figlio, la nonna, lontane, da cui ci si è separati, che si vuole simbolicamente avere sempre con sé, magari nel portafoglio, portarsi dietro in ogni momento. Kora è un film sulla memoria, che viene definita eterna, di quelle persone che hanno avuto un’esistenza spezzata, che si sono dovute separare dai propri affetti. È un film sulla necessità di fissare la memoria in immagini che serviranno da ricordo, come nella storia mitologica di Kora, ragazza che ha voluto ritrarre l’ombra del suo innamorato mentre partiva per la guerra. È il potere dell’immagine di fissare un volto per l’eternità, di superare la morte. E così la fototessera finale, a colori, assume il senso del completamento di un mosaico di ritratti disseminati come delle carte da gioco, con l’immagine della protagonista a tirare le somme, consegnata così allo spettatore.
Info
Kora sul sito delle Giornate degli Autori.
- Genere: documentario
- Titolo originale: Kora
- Paese/Anno: Portogallo | 2024
- Regia: Cláudia Varejão
- Fotografia: Cláudia Varejão
- Montaggio: Cláudia Varejão
- Colonna sonora: Joana Gama
- Produzione: Terratreme Filmes
- Durata: 28'




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