Venezia 2024 – Bilancio
Venezia 2024, tredicesima edizione consecutiva della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica con la direzione di Alberto Barbera, è parsa scricchiolare sotto il peso dell’età e di una struttura forse in parte fattasi oramai logora, e dunque prevedibile. Un discorso che esula dalla mera qualità dei singoli titoli selezionati.
Gli amanti della numerologia potranno spiegare con facilità come il 13 sia un numero karmico che evidenzia un conflitto di identità; che ciò sia o no vero è apparso manifesto come Venezia 2024, ottantunesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e tredicesima sotto l’egida di Alberto Barbera (il conteggio arriva a sedici se si sommano le tre edizioni dirette dal settantaquattrenne biellese a cavallo del 2000), si sia chiusa con alcune certezze e altrettante criticità. Una sensazione percepibile anche origliando le chiacchiere lidensi, il cicaleccio inarrestabile in fila al bar, in fila ai bagni, in fila prima dell’ingresso in sala: le file sono in effetti state il minimo comun denominatore di un’annata particolarmente afosa, ai limiti dell’insopportabile. Anche in questo caso il sentore non è però stato quello di una Venezia particolarmente affollata di persone – anzi, la seconda settimana è scivolata via in un progressivo spopolamento degli accreditati –, ma di una gestione sempre identica a sé ma stanca, lenta, non in grado di reggere davvero l’urto con un evento così rilevante. Forse anche a causa dell’imbarazzante querelle che ha visto come protagonista indiscusso il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano – dimessosi dall’incarico a poche ore dalla premiazione di chiusura, con un senso del tempo a dir poco rivedibile – Venezia 2024 ha assunto il ruolo di propaggine sfibrata delle dodici precedenti mostre capitanate da Barbera. In questo senso, considerando anche la conferma del direttore artistico per le prossime due edizioni, sorgono non poche perplessità sull’immediato destino della Mostra. Sarà stata ovviamente anche un’annata meno florida del solito, com’è lecito e normale possa accadere (d’altronde anche Cannes, pur presentando almeno una dozzina di titoli indispensabili per gli equilibri del sistema cinematografico internazionale, non ha mostrato il suo volto migliore lo scorso maggio), ma forse lo schematismo con cui si incasellano le opere all’interno della programmazione – e con cui se ne lasciano fuori altre, ça va sans dire – si sta arrugginendo anno dopo anno, e meriterebbe una riverniciata d’occasione.
Com’è inevitabile quando si ha a che fare con eventi di questa portata il concorso attira su di sé il maggior numero di attenzioni, ed è lì che si concentrano gli sguardi degli addetti ai lavori, e anche dei cinefili che seguono la kermesse – magari a distanza, visti i prezzi folli del Lido su cui si tornerà in maniera più approfondita tra poco. Ebbene, pur tralasciando le scelte in sede di premiazione (alcune condivisibili, altre frutto di un lavoro di cesello dal retrogusto preordinato), il panorama offerto dalla principale sezione competitiva è stato asfittico, quasi soffocante nella sua prevedibilità, al punto che l’apparizione sullo schermo del maestoso The Brutalist di Brady Corbet, per di più presentato in 70mm – con qualche deficienza tecnica nella proiezione, su cui sarebbe stata opportuna una maggiore cura –, ha svolto il ruolo della bombola d’ossigeno ma anche di un risveglio brutale, con il cinema che è tornato davanti agli occhi del pubblico in tutta la sua possanza. Un risveglio che però sottolinea come buona parte del resto del proscenio perseguisse l’idea di una buona confezione attorno a una trama “importante”, asse sulla quale si è sempre poggiata la Mostra barberana ma che sottolinea le proprie manchevolezze quando non pochi titoli faticano a ergersi al di sopra della mediocrità, e della prevedibilità. Forse a questa Venezia 2024 è mancato un po’ di coraggio, la volontà di rompere gli schemi sorprendendo gli accreditati, spiazzandoli veramente – gli scandali preannunciati di Babygirl e Queer sono da considerare tali solo in un club di educandi ed educande – e costringendoli a rendersi conto che esiste molto cinema al di fuori di quel che viene invece reiterato ogni dodici mesi in laguna. Veder languire in un fuori concorso con poche proiezioni, mal distribuite e in sale in parte inadeguate titoli come Cloud di Kiyoshi Kurosawa, Baby Invasion di Harmony Korine, Phantosmia di Lav Diaz, o anche il folle e geniale Broken Rage di Takeshi Kitano, potrebbe certificare la necessità ineludibile di operare un “rimpasto di governo per le opere” – sempre per rimanere in tema d’attualità, con la nomina immediata del neo-ministro Alessandro Giuli (sempre in realtà d’area meloniana) – che rimetta la “visione” al centro del discorso, allarghi lo sguardo all’interno planisfero e doni nuova dinamicità a un’ottuagenaria che inizia a mostrare le rughe dell’età. Non è casuale che in molti abbiano citato come polmoni verdi le selezioni di Settimana Internazionale della Critica e Giornate degli Autori, dove la libertà di visione è deflagrata con maggior forza, vigore giovanile che non ha però in sé nulla di semplicemente “giovanilistico”.
Anche Venezia, seguendo un malcostume diffuso in Italia e all’estero, soffre di una bulimia di titoli, più utili a rafforzare i rapporti con alcune produzioni e determinati venditori internazionali che a spalleggiare la propria linea editoriale; se a questo si somma il fatto che luoghi come la sala Volpi, la sala Corinto, e la sala Casinò scricchiolano sotto il peso della provvisorietà, si arriva alla conclusione (magari affrettata, sia chiaro) che sarebbe opportuno sfrondare ogni sezione di un po’ di titoli inessenziali, a partire dall’esondante numero di produzioni italiane. Forse anche quattro serie mostrate integralmente sono troppe, a meno che non si trovi un luogo appartato – sulla falsariga dell’Isola del Lazzaretto Vecchio che ospita Venezia Immersive – dove programmarle. Questo, di nuovo, al di là della qualità delle stesse. Infine sarebbe opportuno che Biennale e Comune di Venezia lavorassero a mo’ di Stakanov per garantire un calmiere dei prezzi, tanto per gli alloggi quanto per le spese nei bar dati in gestione per l’evento: tra proprietari locali che sbranano come sanguisughe il popolo degli accreditati (sovente ricorrendo al nero) e richieste prossime ai dieci euro per un singolo panino – di qualità neanche eccelsa – il rischio è quello di tramutare il Lido in un luogo inaccessibile a troppe fasce di reddito, impedendo agli studenti di avvicinarsi alla Mostra ma rendendo la vita difficile anche per critici, addetti ai lavori, distributori, produttori, e tutti quei giornalisti – la stragrande maggioranza – che non possono godere di copertura per la trasferta. Venezia 2024 ha l’immagine di una zattera che ancora regge le onde del contemporaneo, ma a fatica, tanto sotto il profilo estetico quanto sotto quello della mera sostenibilità. E l’acqua alta, nonostante il MOSE, è un pericolo sempre in agguato in laguna.


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