Phantom
di Gabriele Manzoni
Con Phantom, prodotto all’interno del lavoro scolastico del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, il bergamasco Gabriele Manzoni cerca di rintracciare le traiettorie che negli ultimi anni ha avuto tra i cantori Simone Bozzelli. Un cortometraggio che sembra trovare la sua forza quando allarga lo sguardo allo spazio attorno ai personaggi.
La trappola
Leonardo, introverso e solitario, ha un’unica vera fissa: il suo Phantom F12. Da poco trasferito in città, incontra Dylan, un ragazzo affascinante con la stessa passione per le elaborazioni, che sembra farlo uscire dal suo guscio e apprezzarlo davvero. In lui risplende tutto ciò che Leonardo desidera: sicurezza e carisma. Dopo un pomeriggio con gli amici di Dylan, i “soci”, tra musica techno e alcool, Leonardo si troverà travolto da un avvenimento complicato. La spirale di violenza e umiliazione in cui finirà in quel giorno d’inverno segnerà per sempre la sua crescita e la sua visione del mondo. [sinossi]
La maggior parte del pubblico che durante i lavori della trentanovesima Settimana Internazionale della Critica di Venezia ha avuto in sorte di imbattersi nei cortometraggi della sezione SIC@SIC, ideata nel 2016 dall’allora delegato generale Giona A. Nazzaro (ma in squadra con lui c’era già Beatrice Fiorentino, destinata poi a prendere le redini della realtà autonoma e parallela alla Mostra sotto l’egida del SNCCI), non avrà avuto con ogni probabilità il modo di muovere una speculazione che andasse oltre la mera riflessione sul singolo lavoro breve, magari messo poi a confronto con il resto della programmazione. Un riflesso inevitabile di kermesse cinematografiche sempre più ipertrofiche, quasi mostruose nel loro accumulo di materiale visivo: una mole gargantuesca di opere che rende sempre più difficoltoso muoversi nella giungla delle immagini contemporanee, e dunque anche discernerne – laddove sia riscontrabile, ovviamente – un senso. Ecco dunque che per alcuni Phantom, il cortometraggio diretto da Gabriele Manzoni, ha finito per essere visto “solo” come l’apripista al piatto forte della giornata, nel suo caso Anywhere Anytime di Milad Tangshir: a loro modo due racconti di (de)formazione, l’uno nei confronti di un ragazzetto di periferia l’altro incentrato su un nuovo italiano irregolare alle prese con una nazione tutt’altro che accogliente. Non che per Leonardo, che passa le sue giornate in sella all’amatissimo Phantom F12, lo scooter che per poco meno di un ventennio – dalla metà degli anni Novanta all’inizio degli anni Dieci – ha rappresentato una delle passioni giovanili per i cultori delle due ruote, il mondo al di fuori del suo guscio appaia poi così attraente. Dopotutto Manzoni lo dichiara fin da quell’inquadratura iniziale, con i filari infiniti a perdita d’occhio dell’elettrodotto ad alta tensione che puntellano uno scenario urbano che è però così simile alla wilderness da fungere quasi da controcanto urbano di un western. Mondo de-civilizzato. Su questo panorama gradualmente si mette a fuoco la nuca di Leonardo, fino a far svanire il contorno lasciando solo la testa del ragazzo al centro del quadro.
Un incipit che in qualche misura testimonia anche la maggior qualità visibile del ventisettenne regista bergamasco, almeno in questi suoi primi passi dietro la macchina da presa. Se sul racconto in quanto tale si tornerà tra poco, anche per sottolineare alcune ricordanze produttive, val la pena annotarsi la capacità di Manzoni nell’utilizzare lo spazio scenico, il teatro della vicenda: l’avvicinarsi ai volti dei suoi protagonisti è un modo per accreditarsi all’interno di un’idea di cinema fin troppo abitudinaria nell’apparato produttivo del cosiddetto arthouse, con le immagini che rievocano sprazzi di Rodéo di Lola Quivoron, o ineluttabilmente delle opere di Simone Bozzelli, eppure l’impressione è che Manzoni dia il meglio di sé quando evade da quello schema, e accetta l’astrazione di alcune intuizioni visive, un motorino abbandonato riverso a terra nel bel mezzo della polvere – come i cavalli stramazzati per troppa fatica nel vecchio west, e torna il paragone già suggerito dianzi –, una visione notturna tribale ma meno esagitatamente “vitalistica” di quel che è avvenuto in precedenza. In questi dettagli si intravvedono le stimmate del regista, del metteur en scéne, che vanno oltre quei punti di riferimento pur logici cui si faceva cenno: essendo prodotto all’interno delle esercitazioni annuali cui vanno incontro tutte le classi del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Phantom sembra un parente più piccolo – per quanto l’anagrafica non sia molto distante tra i due registi – dei cortometraggi che Simone Bozzelli presentò sempre a SIC@SIC nel corso degli anni passati. In particolar modo si possono cogliere delle similitudini tra il lavoro breve di Manzoni e J’ador, con cui Bozzelli vinse la sezione nell’edizione 2020 della Settimana Internazionale della Critica; si parlano tra loro le riflessioni sul “branco”, il discorso sulla vessazione e il bullismo, la violenza inespressa e mai davvero catartica, la rappresentazione di un mondo giovanile ai margini. E ovviamente l’uniformità del contesto in cui questi esperimenti sulla corta distanza nascono agevola un confronto diretto, in cui Manzoni acquista una posizione subordinata in qualità di epigono. Ma appunto le qualità del giovane cineasta al momento sono da rintracciare altrove, e la speranza è che Manzoni sappia rivendicare la peculiarità del proprio sguardo nei prossimi lavori.
Info
Phantom sul sito della SIC.
- Genere: drammatico, teen movie
- Titolo originale: Phantom
- Paese/Anno: Italia | 2024
- Regia: Gabriele Manzoni
- Sceneggiatura: Carlo Sorrentino, Gabriele Manzoni, Giacomo J. Tatò, Sofia Vecchiato
- Fotografia: Elisa Fioritto
- Montaggio: Carlo A. Onnis
- Interpreti: Daniel Angelo Fornaro, Romeo Perrone
- Colonna sonora: Lenno Ten Kate
- Produzione: Centro Sperimentale di Cinematografia
- Durata: 18'



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