L’armata degli eroi
di Jean-Pierre Melville
Interrompendo la sua serie di capolavori noir, Jean-Pierre Melville nel 1969 con L’armata degli eroi realizza finalmente un progetto che aveva inseguito per almeno vent’anni. I cui protagonisti, partigiani della Resistenza nella Francia occupata, non sono poi così distanti dalle figure di poliziotti e gangster dei suoi ultimi film: incarnazioni di un’idea o di un codice, sublimati nelle loro stesse azioni. Ombre in cammino.
Dramma bellico, cuore noir
Francia 1942. Philippe Gerbier, ingegnere, è anche uno dei leader della Resistenza. Denunciato e catturato, viene rinchiuso in un campo di prigionia, dal quale riesce a fuggire uccidendo una guardia. Ritornato alla sua organizzazione a Marsiglia, assieme ai suoi compagni giustizia il giovane membro che lo ha tradito. Ma la Gestapo è all’erta e presto Gerbier viene nuovamente arrestato. [sinossi]
Raramente il titolo di un film ne ha racchiuso così precisamente il senso come avviene per L’armata degli eroi, terz’ultimo film di Jean-Pierre Melville. Ci riferiamo al titolo originale francese che, letteralmente, significa “l’esercito delle ombre”. Perché questo sono, Philippe Gerbier (Lino Ventura) e i suoi compagni, soldati della Resistenza nella Francia occupata. In senso figurato, in quanto per sopravvivere devono agire di nascosto, defilati, nel buio; in senso teorico, in quanto si tratta di uomini concepiti come incarnazioni di un’idea o forse, ancora una volta, di un codice, e dunque tendono all’astrazione; infine, in senso allegorico: nel corso delle loro missioni, a seguito delle decisioni che si trovano a prendere, anteponendo sempre e comunque le ragioni della lotta ai destini dei singoli e il gruppo all’individuo, a poco a poco e inavvertitamente abbandonano il loro status di esseri umani, per tramutarsi nel precipitato logico della loro ideologia militante. Ombre, per l’appunto. Esseri senz’anima. Morti viventi. Altro che gli “eroi” della versione italiana. Del resto, chi ha familiarità con la filmografia del cineasta parigino sa molto bene che ogni sua creazione (soprattutto dagli anni Sessanta in poi) è non tanto una “cronaca di una morte annunciata”, quanto il resoconto di una morte già data, fuori campo, prima dei titoli di testa: la messa in quadro di uomini in absentia, la cui funzione e il cui destino sono leggibili nell’impenetrabilità dei loro occhi, nei lineamenti immobili del volto, un volto che assume di volta in volta i connotati di Jean-Paul Belmondo, Lino Ventura, Alain Delon. Tutto ciò costituisce l’essenza stessa dei suoi noir. Possiamo pertanto affermare che L’armata degli eroi – alla lettera uno sguardo amaro, livido, persino lugubre sul periodo della Resistenza francese – è un dramma bellico con un cuore marcatamente noir. Noir nel senso melvilliano del terimne, naturalmente, ovvero quintessenziale.
Se però nei noir Melville si concentra sui personaggi, usando le loro storie esemplari come pretesto di una visione del mondo e di una rivisitazione del cinema americano, qui essi sono calati in una realtà reale e concreta, che è quella della Francia occupata, realtà vissuta appieno dallo stesso Melville: un anno come soldato, col suo nome di battesimo, Jean-Pierre Grumbach, e a seguire due nella Resistenza in cui si ribattezzò Melville, in omaggio al grande romanziere americano. Anche lui, come Gerbier si ritrovò a Londra presso l’organizzazione di De Gaulle, ed è proprio lì che lesse il romanzo omonimo di Joseph Kessel (argentino di nascita e francese d’adozione, giornalista, romanziere e aviatore, e combattente a sua volta nelle fila della Resistenza), uscito nel 1943, che così tanto lo impressionò per il realismo e la veridicità di eventi ancora in corso d’opera. E’ indubbio, dunque, che nelle sue intenzioni Melville fosse mosso dal desiderio di offrire un tributo al coraggio di quegli uomini e a quel periodo storico del suo Paese. Quando uscì il film suscitò parecchie polemiche, con tanto di accuse di gollismo nei confronti del suo autore. Tuttavia, a ben vedere, l’adesione di Melville a questo manipolo di combattenti e al loro operato è quanto di più lontano dall’agiografia possa esserci. Poliziotti, criminali o partigiani che siano, come in questo caso, l’interesse del regista è sempre il medesimo, e cioè raffigurare i suoi “eroi” tramite la loro maschera, la loro uniforme, la divisa da lavoro. Cioè a dire, il loro essere tutt’uno con una missione vitale, inderogabile, inevitabile. Il loro sublimarsi, potremmo dire, nelle loro stesse azioni. Questo tipo di uomo, per Melville, si dà solo ed esclusivamente tramite il suo operare, il suo comportamento. Ecco perché spesso si parla, riguardo al suo cinema, di behaviorismo o, di approccio fenomenologico. Ed è, questo, uno dei motivi principali per cui la tendenza all’astratto, nel cinema di Melville, da un certo momento in poi – grosso modo a partire da Lo spione (Le doulos, 1962) – si fa sempre più dominante.
Autunno 1942. La Francia libera e quella occupata sono divise dalla cosiddetta linea di demarcazione, termine che ispira fra l’altro il titolo di un film di Chabrol di tre anni prima (La ligne de démarcation, 1966). Il film si apre con un’epigrafe: “Tristi ricordi, siate comunque i benvenuti… voi siete la mia lontana giovinezza”, seguita da un piano che ritrae una marcia nazista all’ombra dell’Arco di Trionfo: a quanto pare, la ripresa più costosa mai fatta in un film francese fino a quel momento. Lo afferma lo stesso Melville a Rui Nogueira in una lunga intervista pubblicata poi sotto forma di libro nel 1973, subito dopo la morte del regista (Il cinema secondo Melville, Le Mani, 1983). A seguire, una lunga sequenza che all’epoca fu tagliata nell’edizione italiana, nella quale Philippe Gerbier viene condotto in una prigione originariamente destinata ai prigionieri tedeschi e riconvertita dai collaborazionisti in campo di prigionia per i francesi rivoluzionari. Dopo una fuga rocambolesca, scampato a morte certa, Gerbier si riunisce ai suoi compagni a Marsiglia, ed ecco la prima decisione difficile, disumana: uccidere a sangue freddo il giovane delatore che ha causato il suo arresto. Prendono tempo, esitano, dibattono (davanti a lui) su quale metodo usare per eliminarlo. Optano alla fine per lo strangolamento. Una scena che costituisce una radiografia implacabile e ai limiti dell’insostenibile della realtà ultima della guerra, e che mette in scena l’evento traumatico cui si sottopongono questi uomini che da uomini giusti si fanno giustizieri. Un atto da cui non si torna più indietro. Se non erano ombre già da prima, lo diventano certamente in quel momento.
Nel gruppo dei partigiani marsigliesi c’è anche una donna, Mathilde (Simone Signoret, intensissima), che al pari degli uomini è coraggiosa e pronta a tutto. E’ lei a tirare fuori Gerbier dalla prigione dopo il suo secondo arresto, subito prima della sua esecuzione. E’ una sequenza allucinante, quella che precede la fuga: all’interno di uno spazio vuoto e grigio, circondato da alte pareti, che sembra già l’oltretomba, Gerbier e altri prigionieri vengono posizionati in fila, le spalle rivolte ai soldati armati di mitragliatrici, e poi obbligati a correre. Chi di loro riuscirà a sfuggire alle mitragliate, guadagnerà quale ora ancora o qualche giorno. Inizialmente Gerbier si rifiuta, ma poi scopre di avere paura come tutti gli altri: la sua umanità si riaffaccia proprio grazie alla paura e all’umiliazione. Fatto sta che dopo la fuga, grazie a una corda e a delle bombe fumogene, il partigiano rimane nascosto per un certo periodo in una dimora diroccata fuorimano. Ed è lì che gli giunge la notizia che Mathilde è stata dapprima catturata e poi rilasciata. Ma la Gestapo vuole sapere i nomi dei suoi complici e la ricatta minacciando di spedire sua figlia in un bordello. Mathilde, che fino a quel momento non temuto nulla, dinnanzi a questa minaccia non può che vacillare. Pertanto va eliminata. Gerbier si ritrova così coinvolto in questa atroce missione: uccidere la donna che, oltre a essere una sua fidatissima compagna di lotta, gli ha anche salvato la vita.
A riscattare questi partigiani dalla claustrofobia della loro angoscia e dalla loro disumanizzazione non sopraggiunge nemmeno lo spiraglio di un preambolo della futura vittoria finale. Melville conclude il film subito dopo l’uccisione di Mathilde, con una serie di cartelli che descrivono le successive sorti degli altri protagonisti: nessuno di loro sopravvivrà a lungo. Nessuno di loro vedrà la Francia libera. Nei noir era il fato a giocare un ruolo determinante, qui è la Storia, ma il risultato non cambia: gli uomini vanno incontro al loro destino con la medesima, tragica ineluttabilità. L’armata degli eroi vede riunita la splendida coppia attoriale costituita da Lino Ventura e Paul Meurisse di Tutte le ore feriscono… l’ultima uccide (Le deuxième souffle, 1966): lì erano rivali e nemici, qui sono partigiani e compagni. Breve ma indimenticabile cameo di Serge Reggiani, nei panni del barbiere che aiuta Gerbier a nascondersi dopo la sua prima fuga dalla prigione, che Melville aveva già utilizzato ne Lo spione.
Info
L’armata degli eroi, un trailer.
- Genere: drammatico, guerra
- Titolo originale: L'Armée des ombres
- Paese/Anno: Francia, Italia | 1969
- Regia: Jean-Pierre Melville
- Sceneggiatura: Jean-Pierre Melville
- Fotografia: Pierre Lhomme, Walter Wottitz
- Montaggio: Françoise Bonnot
- Interpreti: Alain Dekok, Alain Libolt, Alain Mottet, Christian Barbier, Claude Mann, Jean-Pierre Cassel, Lino Ventura, Paul Crauchet, Paul Meurisse, Serge Reggiani, Simone Signoret
- Colonna sonora: Éric Demarsan
- Produzione: Fono Roma, Les Films Corona
- Durata: 145'





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