Fino alla fine

Fino alla fine

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Giunto al suo tredicesimo film, Gabriele Muccino con Fino alla fine diserta i soliti drammi di borghesi disagiati e nevrastenici e approda in territori thriller, nel film “di genere”, mantenendo però inalterato il suo stile iper-virtuosistico, urlato, perennemente su di giri. In Grand Public al Roma Film Fest e dal 31 ottobre in sala.

Bonnie e Clyde a Palermo

Sophie, una giovane americana di vent’anni, ha vissuto tutta la vita sottovuoto e in solitudine. Durante una vacanza a Palermo con la sorella, nelle ultime 24 ore prima del ritorno in California, incontra Giulio e il suo gruppo di amici siciliani. Queste 24 ore cambieranno per sempre la sua esistenza. Desiderosa di vivere fino in fondo, Sophie decide di scegliere di camminare sull’orlo del baratro trascinandosi in una vertigine pericolosa, trasformando una semplice avventura in una battaglia per la sopravvivenza, il riscatto e l’adrenalina pura. In questo labile confine tra vita e morte, Sophie verrà risucchiata dal fascino del pericolo, commettendo errori che marchieranno la sua vita, cambiandola per sempre. [sinossi]

E, niente, siamo alle solite. Per l’ennesima volta. Quello che riconosciamo, e riconosceremo sempre a Gabriele Muccino, è la sua indiscutibile maestria tecnica, i virtuosismi dei movimenti di macchina e dei piani sequenza, i giochi visivi, il ritmo e la precisione del montaggio. Quello che invece tocca nuovamente e spiacevolmente rimarcare dopo la visione di Fino alla fine è l’abuso di scene madri, di enfasi, quel continuo imperterrito bisogno di spingere i suoi attori sull’orlo di una crisi di nervi, di farli urlare sempre e comunque. Il risultato è un cinema ancora una volta sovradimensionato, su di giri, come dopo una pista di coca, o come il motore di una fuoriserie sparato al massimo col freno a mano tirato. Ma poi, come sempre, a mancare è una direzione, un obiettivo. Un perché. Muccino, che scrive assieme a Paolo Costella, al suo fianco già in occasione di A casa tutti bene (2018) e Gli anni più belli (2020), compie però almeno un gesto nuovo, un parziale scavalcamento di campo. Diserta i soliti drammi di borghesi disagiati e nevrastenici e approda in territori che lambiscono il thriller, l’heist movie, il gangsteristico da strada. Il cinema di genere, insomma. Sophie (Elena Kampouris) e Giulio (Saul Nanni) – dapprima in gruppo poi soli – sono un ovvio riassestamento del mito di Bonnie Parker e Clyde Barrow, ma la loro mappa di azione e di fuga impossibile non è il Midwest americano, bensì la città di Palermo. Ed è la carta più avvincente di Fino alla fine quella di fare del capoluogo siciliano – come già fece, fra gli altri, il Fernando Di Leo di Il boss (1973) – una città che scotta, mostrandone i lati più cupi e caotici, tra la Vucciria e le discoteche, con Komandante (un Lorenzo Richelmy molto in parte) a farci da Virgilio. E tutto ciò in barba ai luoghi turistici e d’interesse culturale che la petulante (e inderogabilmente rompicoglioni) sorellastra di Sophie, Rachel (Ruby Kammer) tanto agogna di visitare. Ma Sophie, da poco orfana di padre e con un dolore enorme dentro, vuole solamente tornare a respirare, a vivere. E per farlo, stordirsi, se necessario, in tutti i modi possibili, leciti o illeciti. Ed è seguendo questo insopprimibile istinto vitale che la ragazza compie le sue scelte, giuste o sbagliate che siano, che – come anticipa l’epigrafe posta a inizio film – determineranno la sua vita.

Ora, stare a sindacare sul “realismo” di queste scelte, scrutinare le verosimiglianze e le rispondenze alla legge di causa ed effetto del succedersi degli eventi è cosa di scarso interesse, soprattutto in ragione del fatto che, finalmente Muccino fuoriesce dai binari asfittici dello pseudo-realismo borghese, per lanciarsi con furia nel film di genere. Pertanto, ciò che interessa è se il meccanismo posto in essere funzioni e sia non tanto credibile, quanto “partecipabile” da parte dello spettatore. A nostro avviso, sì, lo è. Almeno in potenza. Cos’è che non funziona allora? Lo abbiamo già detto all’inizio: è il tono. Quella convinzione assoluta, che sembra essere profondamente radicata nel cineasta romano, che un tasso di adrenalina costantemente alto produca da sé un effetto-realtà. O meglio, un effetto-cinema. Ebbene, non è così. Lo dimostra persino un “ultimo arrivato” come Pietro Castellitto, che, quantomeno nel suo Enea (2023), riesce a ben dosare la componente adrenalinica alle pause necessarie per studiare i caratteri, gli ambienti, le storie nascoste e pregresse, possibilmente il non detto. Due stili totalmente diversi, imparagonabili, si dirà, ed è così. Il punto è che a rimanere consolidato una volta di più è il sospetto che in Muccino tutto questo scalmanarsi, questo sgolarsi, questo vorticare della macchina da presa (della macchina-cinema tutta) servano solo a colmare un vuoto. Di che tipo di vuoto si tratti, ognuno lo decida da sé.

Info
Fino alla fine, un trailer.

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