Ricomincio da tre

Ricomincio da tre

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Sono trascorsi quarantatré anni da quando Massimo Troisi esordì alla regia con Ricomincio da tre, melanconico e sapido racconto di una migrazione tutta interna all’Italia, e dello spaesamento di una generazione; l’idea di un nuovo approccio alla commedia si evidenzierà ben presto come illusione, ma anche a trent’anni di distanza dalla morte del grande attore e regista napoletano la nettezza del suo sguardo, e del suo racconto, resta cristallina. Nella sezione Storia del Cinema al Roma Film Fest.

‘O Miracolo e ‘o miracolo

Insoddisfatto della sua quotidianità Gaetano, un ragazzo napoletano, decide di partire lasciandosi dietro la città d’origine per trovare nuovi stimoli da qualche altra parte: a seguito di una serie di vicissitudini si ritrova a Firenze, dove intreccia una relazione con Marta, che fa l’infermiera in un ospedale… [sinossi]

Si sa, “ce sta ‘o Miracolo e ‘o miracolo”, come spiega Lello a Gaetano cercando senza troppo successo di convincerlo del suo punto di vista; ci si potrebbe insomma imbattere in un miracolo di quelli che fanno strabuzzare gli occhi come in uno più normale, quasi quotidiano. Quale che sia la verità dietro questo scambio di battute è indubbio come l’apparizione sugli schermi italiani di Ricomincio da tre quarantatré anni fa abbia rappresentato un “miracolo” per quel che concerneva la riscrittura dall’interno dei codici della comicità, e dunque delle potenzialità della risata. Certo, l’esordio alla regia dell’allora ventottenne Massimo Troisi non spuntava fuori dal nulla, ma si intesseva in un discorso produttivo che aveva visto in un pugno di anni trovare la via della regia – ed è questo l’elemento davvero interessante della vicenda – da parte di un gruppetto di attori comici, divenuti magari celebri attraverso il tubo catodico, grazie a quei programmi che in qualche misura riprendevano il Saturday Night Live e affini. Quando Ricomincio da tre viene distribuito in sala, nel marzo del 1981, gli occhi degli spettatori riflettono ancora le immagini di Un sacco bello, prima incursione da regista per Carlo Verdone (ancora in veste di puro mattatore in scena), mentre a dicembre si lancerà nella sfida con il pubblico anche Ad ovest di Paperino, opera dei Giancattivi scritta e diretta da Alessandro Benvenuti. Sarà poi la volta nel 1983 della prima regia di Roberto Benigni (Tu mi turbi) e quindi “solo” nel 1985 arriverà il turno di un altro “Giancattivo”, vale a dire Francesco Nuti con Casablanca, Casablanca, sequel di quell’Io, Chiara e lo Scuro che sotto l’egida di Maurizio Ponzi aveva permesso all’attore toscano di smarcarsi dai suoi sodali. Tutto questo ovviamente senza dimenticare Il Pap’occhio, follia traslucida architettata da Renzo Arbore nel 1980 anche per dare spazio al corpo libero attoriale imprigionato fino a quel momento dalla televisione – nel cast ci sono Benigni, Andy Luotto, Mario Marenco, i busker Otto e Barnelli, e via discorrendo.

La crisi del cinema, già all’orizzonte in tutta la sua possanza, da combattere a colpi di promemoria televisivi, grazie a figure già viste sul piccolo schermo, mettendo in piedi uno schema produttivo che nel corso dei decenni successivi sarà interpretato come una vera e propria regola aurea – con tutti i disastri che sono all’evidenza di tutti. Anche per questo rinverdire la memoria di Ricomincio da tre equivale a ricordarsi in modo inequivocabile delle potenzialità del cinema, e della comicità come corpo slegato, anarchico per indole e non per impostazione. Ancor più se la risata passa attraverso il quasi grammelot e lo sguardo mesto di Troisi, in una rivendicazione di timidezza che è tutto quello che nessuno si aspetterebbe davvero mai dall’ars comica, al contrario così testosteronica, dominante, perfino aggressiva. Per quanto sia inevitabilmente legato ai succitati compagni di comicità – c’è chi li definì con acutezza i “malincomici” – c’è qualcosa che distanzia Troisi da quel concetto produttivo e semmai lo spinge in direzione dell’autoproclamazione autoriale di Nanni Moretti, di cui all’epoca si erano visti Io sono un autarchico e Ecce Bombo: svicolando dal geniale bozzetto (anti)borghese di Verdone come dall’improvvisazione a braccio di Benigni, Troisi ambisce non solo al “racconto” nel senso più ampio del termine – slancio che sarà proprio di Nuti, e che lo trascinerà alla catastrofe di OcchioPinocchio – ma al tentativo di analisi di un contesto, di una generazione. Per Moretti ciò si conforma nella buona borghesia capitolina annoiata e priva di punti di riferimento anche ideologico-politici, mentre per Troisi è rappresentata da un desiderio di fuga preconcetto, e impossibilitato in verità a trovare una propria consolazione nella realtà. “Chi parte sa da cosa fugge ma non sa che cosa cerca” enuncia teatralmente e con fare da filosofo il solito Lello a Gaetano attribuendosi stralci del pensiero di Montaigne, e in fondo il senso del film potrebbe essere racchiuso in questa affermazione.

Nella sua fuga dalla “patria” napoletana, la cui nostalgia evapora almeno in parte al momento del ritorno in Campania per un matrimonio – una delle sequenze in cui meglio si può percepire la qualità registica di Troisi, il più “strutturato” tra i comici dell’epoca –, Gaetano non riesce a togliersi di dosso il macigno di vivere, il senso di inadeguatezza che in qualche modo rassomiglia a quel “ovosodo che non va né su né giù” nel bel film di Paolo Virzì che tre lustri più tardi tornerà a raccontare un desiderio di fuga impossibile. Fuga dalla classe sociale, come Gaetano che non si trova a suo agio con la cerchia intellettuale di cui si circonda Marta, la bella infermiera che il ragazzo ha conosciuto casualmente e di cui si è invaghito a prima vista. Fuga però soprattutto dalle angosce della propria mente, in un mondo sempre più schizofrenico. Se si esclude Marta, che anzi lo costringe a mettere in dubbio la propria supposta idea di emancipazione da un pensiero perfettamente “comune”, gli incontri che Gaetano fa a Firenze hanno tutti a che vedere con una inidoneità del vivere che è frutto di una società inconclusa, reazionaria, balcanizzata da un progresso economico solo illusorio. Ecco dunque l’aspirante suicida interpretato da Michele Mirabella che raccatta per strada Gaetano mentre fa l’autostop; ecco il sublime Marco Messeri, paziente dell’ospedale psichiatrico che bersaglia il ragazzo con le sue invettive (“Io non sono un ipocrita. Lo sa che quando si va a chiedere a uno, no? Per la strada, a uno qualsiasi, vuole diventare Gianni Agnelli? Vuole diventare, per la bellezza, Alain Delon per dire, glielo chieda, vedrà che cosa le risponde, lo sa che cosa le risponde? No! Certamente… Se invece viene da me e mi chiede, mi chieda! Provi a chiedermelo! Vuole diventare Gianni Agnelli o Alain Delon? Provi a chiedermelo!”); ecco infine Renato Scarpa nei panni di Robertino, versione fiorentina di Norman Bates la cui anziana madre lo mette ripetutamente in guardia contro i pericoli della società, vale a dire capelloni e minigonne, e che Gaetano cercherà senza successo di “liberare” con dei diktat un po’ fantasiosi – “Esci, tocca le femmine, vai a rubare”.

Frutto anche della rinascita della produzione partenopea, che in quegli anni furoreggiava anche grazie al da poco scomparso Salvatore Piscicelli, Ricomincio da tre è un’opera che testimonia la nascita di un autore complesso, stratificato, con troppa facilità ridotto a mera macchietta comica ma capace di contenere al proprio interno un malessere di vivere che non può trovare che piccole soddisfazioni, del tutto inadatte a sovvertire l’impianto di un’esistenza che prova malinconia per se stessa. Anche per questo il finale forzatamente monco, che diverrà quasi un marchio di fabbrica del suo cinema (si pensi al successivo Scusate il ritardo, ma anche a Pensavo fosse amore… invece era un calesse, e perfino al folle Non ci resta che piangere che scriverà e dirigerà insieme all’amico Benigni) appare in tutto e per tutto congruo, lasciando in sospeso discorsi che a tutti gli effetti non possono trovare una “soluzione”, o una “conclusione”. Quella conclusione cui trent’anni fa, troppo presto, portò via Troisi, impoverendo il cinema italiano, la commedia, la scuola napoletana. Lasciandoci tutti “malincomici”.

Info
Ricomincio da tre, un trailer.

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