Frammenti di luce

Frammenti di luce

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In When the Light Breaks (Frammenti di luce), quarto lungometraggio dell’islandese Rúnar Rúnarsson, la luce domina sui corpi, sui volti. Irrompe, si rifrange, colora, riscalda, avvolge. Racconta una storia di gioventù, amore e lutto, ma anche di luce e musica e lo fa più con le immagini che con le parole. Presentato dapprima nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes e poi in concorso in Alice nella Città alla 19esima Festa del Cinema di Roma.

La bellezza indifferente

Una (Hall) è una studentessa d’arte che porta dentro di sé un segreto che la rende triste. Il dolore che nasconde la soffoca ma deve annullarsi anche se è intorno a lei che ruota tutto. In una giornata mite e luminosa, Una incontra l’amore, l’amicizia e si sente travolta dalle emozioni provocate dalle persone e dagli eventi che la circondano. [sinossi]

In Ljósbrot (letteralmente “rifrazione”), quarto lungometraggio dell’islandese Rúnar Rúnarsson, girato in pellicola 16mm, la luce domina sui corpi, sui volti. Irrompe, si rifrange, colora, riscalda, avvolge. Due sono i tramonti che aprono e chiudono, in riva al mare, When the Light Breaks (in Italia Frammenti di luce): questo il titolo internazionale del film che ha aperto la sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2024 per poi concorrere in Alice nella Città alla 19esima Festa del Cinema di Roma. E che racconta una storia di gioventù, amore e lutto, ma anche di luce e musica, come fossero un’unica cosa; entrambe, luce e musica, si diffondono tramite onde, entrambe impalpabili e invisibili, eppure in grado di modificare gli animi e i sentimenti, di dirci chi siamo o cosa potremmo essere. Una e Diddi, ubriachi, fumano dinnanzi al mare, sotto la luce rossa del sole calante. I due, che seguono insieme un corso di performance art, si godono ignari un presente che la memoria di lei renderà eterno, ma che presto sarà loro strappato via da una colonna di fuoco e fumo in un tunnel. Succede tutto in un attimo. Nessuno ne sa nulla, finché la notizia non trapela dai telegiornali o dalle telefonate degli amici. Diddi era in auto in quella galleria. Una non ci crede, rassicura il suo amico che le ha dato la notizia e le piange sulla spalla. Ma poi Una chiama il suo Diddi, che non le risponde mai. Scatta sempre la segreteria. Sul luogo, i soccorsi stanno ancora estraendo feriti e morti dal luogo dell’incidente. Nulla è ancora perduto. Ma il tempo passa e Diddi ancora non si trova e non risponde alle chiamate. La luce insegue Una mentre si reca nel centro di traumatologia: un enorme edificio moderno, tutto in vetro e acciaio. La luce del sole si rifrange contro quei vetri che come un prisma la scompongono, dipingendo un arcobaleno sul volto della ragazza che si volta a guardare fuori dopo aver tentato di telefonare a Diddi un’ultima volta. C’è qualcosa di ancora più terribile e straziante nella tristezza di una scomparsa, di un lutto, quando le cose intorno a noi, su di noi, insistono nel rifulgere di bellezza. Una bellezza dolorosamente indifferente al dolore. Anche il calore con cui gli amici si stringono l’uno all’altro, il conforto degli abbracci e i brindisi commemorativi, sono belli e perciò dolorosi, ancorché lenitivi. Sono tutto ciò che abbiamo, che ci resta. A ciò si aggiunge il fatto che quella fra Una e Diddi era una relazione “clandestina”. Quando arriva Klara, che vive in un altro luogo, l’attenzione si sposta tutta su di lei: la ragazza rimasta improvvisamente priva del suo fidanzato, con il quale si scriveva costantemente tentando di mantenere viva una relazione a distanza. Nessuno si occupa di Una, costretta a tenersi il suo segreto, a evitare di versare più lacrime del dovuto, a mascherare il suo lutto per non rivelare all’altra e a tutti loro la verità: il fatto cioè che Diddi, in realtà, fosse innamorato di lei, e lei di lui. Da lì in poi, il confronto sarà tra Una e Klara, uno studiarsi tra i silenzi e le cose non dette (e forse non dicibili).

È tutto qui il piccolo dramma di questo film, piccolo per modo di dire, dato che la vicenda s’iscrive in un lutto nazionale per l’alto numero di vittime causate dall’incidente. Ma pur sempre un ago in un pagliaio di perdite immani e inconsolabili nel mondo, di lutti incolmabili, di luci improvvisamente spente ma che continuano a rifrangersi sui volti, sulle spalle, negli occhi. E poi l’Islanda non è un posto qualsiasi. Forse per la minore densità, forse per la lontananza da tutto il resto, in questa terra tutto sembra amplificarsi. E’ un mondo alieno, quanto meno ai nostri occhi stranieri: lo è la sua natura, che pullula di vulcani, ghiacciai e geyser, lo sono i suoi abitanti, dall’etnia e dalla cultura fortemente omogenee per un Paese europeo del terzo millennio. Il dolore di uno (Una) è il dolore del mondo. Un dolore cosmico, che la musica rende solenne e diffonde in ogni angolo dell’universo. Questa solennità convive in modo curiosamente complementare con un senso del buffo, del weird: quei giovani che se ne vanno in giro in costumi variopinti e ridicoli, come il ragazzo vestito da banana che parla con nonchalance con due coetanee su un autobus. E il cinema nazionale ha spesso catturato questo strano connubio, questo umorismo dimesso, come dimostrano certi film del grande Fridrik Thór Fridriksson, o quel Nói albinói (di Dagur Kári, 2003) che miracolosamente fu distribuito anche in Italia insieme a pochissimi altri titoli (ma sul cinema islandese il Bergamo Film Meeting presentò nel 2006 una splendida retrospettiva).

La capacità del cineasta Rúnar Rúnarsson di anteporre alle parole la suggestione delle immagini trova un ulteriore esempio nella scena in cui Una conduce Klara sotto a un alto edificio dalla forma particolare e da lì la fa guardare verso l’alto, per insegnarle a “volare”, spiegandole così, in concreto, cosa può fare l’arte performativa. Una è interpretata da Elín Hall, che alcuni anni fa in patria si fece notare nel ruolo della tossicomane Magnea nel film Let Me Fall (Lof mér að falla, 2018).Qui sfoggia capelli corti alla maschietta e un look androgino. I suoi occhi inquieti e dolenti indagano e assorbono tutto, come dighe che strenuamente trattengono un fiume di lacrime, in attesa di poterlo finalmente liberare, con un ballo o con un urlo. La colonna sonora consiste in realtà di un unico, magnifico brano che ricorre più volte. Si tratta di Odi et amo (ispirato al carme 85 di Catullo), il brano che apre Englabörn (2002), primo album del compositore islandese Jóhann Jóhannsson, deceduto nel 2018 a soli quarantanove anni. Nell’ultima decade della sua esistenza le sue partiture erano molto richieste nel cinema internazionale. Viene perciò naturale pensare che una parte della tristezza suscitata da questo film riguardi la sua incolmabile dipartita. Come se quelle note, fuse alle immagini, fossero divenute un requiem al suo stesso autore.

Info
Frammenti di luce, un trailer.

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