Ouro negro

Ouro negro

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Un documentario che diventa una sinfonia in bianco e nero, quasi senza dialoghi, Ouro negro del filmmaker giapponese, trasferito in Portogallo, Takashi Sugimoto, segue la vita di una popolazione rurale nel Sud dell’India, gente poverissima e fuori casta, la cui principale attività economica è la compravendita dei propri capelli, per farne parrucche. Un inno al relativismo del valore delle cose. In concorso nella sezione Doc@PÖFF del 28° Tallinn Black Nights Film Festival.

Vedere un mondo in una ciocca di capelli

In un remoto villaggio nel sud dell’India, Saraswathi, come molte donne, esegue il rituale quotidiano di pettinare i lunghi capelli delle sue figlie. I capelli umani assumono un nuovo significato quando i Narikurava, una tribù fuori casta di cacciatori di uccelli, vengono a raccoglierli in cambio di beni per la casa. In un momento di devozione spirituale, Saraswathi fa un’offerta personale al tempio, ignara delle conseguenze che il suo atto metterà in moto. [sinossi]

Un’inquadratura abbastanza lunga su una camminata di alcune persone, riprese dal basso. Solo all’inquadratura successiva vediamo gli stessi personaggi nella parte superiore: sono delle donne in abiti tradizionali facilmente riconoscibili come indiani. Si tratta dell’incipit di Ouro negro (Black Gold), documentario portoghese di Takashi Sugimoto, giapponese residente in terra lusitana, presentato nella Doc@PÖFF Competition del Tallinn Black Nights Film Festival. Si tratta di un inizio enunciativo di un lavoro che non solo rifiuta la tradizionale struttura didattica del documentario televisivo, ma anche esibisce il potere del montaggio di mostrare e non mostrare, far capire, suggerire in determinati momenti secondo l’arbitrio del regista. Non è specificata la località geografica precisa, si tratta di un villaggio generico dell’India meridionale, nell’Andhra Pradesh. Takashi Sugimoto registra i ritmi della vita quotidiana di quella popolazione, l’essenza della loro cultura, le arti e i mestieri, gli arazzi, l’agricoltura e la caccia, le fiere di piazza e gli atti di devozione religiosa. Non è interesse del regista lavorare a un livello etnografico, semmai su un piano antropologico più ampio. Ouro negro funziona come una sinfonia di musica e immagini in bianco e nero, scrollandosi di dosso qualsiasi retaggio residuale naturalistico, quasi senza dialoghi. È un flusso tra ordine e caos, di vedute panoramiche del traffico disordinato, e di perlustrazioni tra le stradine del villaggio in cui il film galleggia a volte con effetto steadycam. Le immagini si succedono spontaneamente: i cacciatori puliscono le canne, molto lunghe, dei loro fucili che, solo successivamente, vedremo all’azione, nella caccia alle anatre. E analogamente c’è tutta una successione narrativa che riguarda le extension e le attività di taglio e traffico dei capelli.

Takashi Sugimoto fotografa un mondo dove ancora è la terra, il possesso di terreni, a dare ricchezza, mentre la caccia è l’ultima risorsa per i fuori casta. In questo contesto si inserisce tutto il ciclo di offerta, taglio delle chiome di capelli. Ci sono persone in fila a farsi rasare, a vendere a peso le proprie ciocche che vengono poi raccolte e ammassate in grandi sacchi sporchi. Le ritroveremo nelle parrucche di qualche negozio africano o di qualche quartiere etnico europeo. Il senso del film, già richiamato nel titolo, sta proprio in questo relativismo del valore che diamo alle cose, di come un materiale, che per esempio si accumula in gran quantità in un qualsiasi negozio di barbiere alle nostre latitudini per venire subito smaltito, possa rappresentare invece una risorsa nell’estrema povertà di queste popolazioni. Fa parte di un percorso di austerità e ascetismo che governa la cultura di quel villaggio, che si esprime anche in atti come lavare la statua del Buddha o abbracciare gli alberi. Ouro negro ha due importanti testi di riferimento. Il primo, nella dedica, alla poesia Gli auguri dell’innocenza di William Blake («Vedere un mondo in un granello di sabbia…». Il secondo è La casa e il mondo, romanzo di Rabindranath Tagore, alcuni brani del quale sono citati in cartelli da cinema muto, che interrompono il flusso di immagini. Qui abbiamo il trionfo del sincretismo, con il grande poeta e pensatore bengalese che si ispirava alla cultura giapponese degli haiku, e che metteva a confronto, in quel libro, il pensiero orientale con quello occidentale. In un contesto produttivo portoghese (la produzione è Uma Pedra no Sapato), Takashi Sugimoto porta il retaggio della sua cultura orientale d’origine.

Info
Ouro negro sul sito di Tallin.

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