Oceania 2

Moana\Vaiana alla conquista del box office. È sostanzialmente tutto qui il senso di Oceania 2, sequel tecnicamente ambizioso ma narrativamente adagiato sullo scintillio dei pixel, sul numero generoso dei personaggi in viaggio, sulle immancabili e fagocitanti canzoni. Un po’ come per la serie di Frozen o le saghe targate DreamWorks e Illumination, il discorso è purtroppo sempre lo stesso e riguarda più i bilanci che la creatività.

Oceanic Cultural Trust

Vaiana e Maui, dopo tre anni, si riuniscono per un nuovo grande viaggio insieme a un gruppo di improbabili navigatori. Dopo aver ricevuto un inaspettato richiamo dai suoi antenati, Vaiana deve viaggiare verso i lontani mari dell’Oceania e in acque pericolose e dimenticate per un’avventura diversa da qualsiasi cosa abbia mai fatto… [sinossi]

Tautai Vasa, Motufetū, Nalo e tutto quel che segue. L’avventura fantasy di Oceania 2 pesca a piene mani dalle tradizioni, dall’immaginario e dalle suggestioni dei mari del Pacifico, restituendoci un viaggio dell’eroina al passo coi tempi, equilibrato e rispettoso. Bene. Forse. Poi, a ragionarci un attimo, grattando la superficie etnica ed esotica, si ritrova il solito schema, la solita principessina disneyana, anche se oramai (da parecchio tempo, quando la Casa del Topo abbracciava ancora l’animazione tradizionale) distante dallo stereotipo della bella fanciulla in pericolo in attesa del principe – anzi, spesso è l’eroina a tirare fuori dalle peste la controparte maschile. E anche l’eroe, lontanissimo parente del principe azzurro (anche dal punto di vista grafico\estetico), viaggia su un altro piano, spesso mettendo in discussione il suo status di fiero e possente maschio. Anche in questo caso, bene. Forse.

Riprendendo il filo di quel che abbiamo scritto per il ben più articolato e stratificato Wicked, altro cavallo di razza nella corsa (pre)natalizia al box office, Oceania 2 si porta dietro lo stesso fardello canterino che zavorrava narrativamente Il re leone, tra i più celebrati classici moderni della Disney – uno dei campioni dell’illusorio rinascimento degli anni Novanta. Meno brillanti rispetto al primo capitolo, ma pur sempre gradevoli e orecchiabili, le canzoni di Mark Mancina, Opetaia Foa’i, Abigail Barlow ed Emily Bear tolgono minuti e respiro a una storia che si accontenta di intrattenere accumulando stupore visivo, numeri musicali e forti emozioni. Uno schema che indubbiamente funziona e ha presa soprattutto sulla platea dei giovanissimi, ovvero i bambini – in tal senso, non risulta stucchevole o eccessivamente gratuito l’utilizzo degli immancabili animaletti o esseri buffi che da sempre caratterizzano i classici e non della Disney: se il galletto Heihei e il maialino Pua sono presenze di contorno e spuntano fuori per qualche gag, il combattivo Kotu è parte attiva e non secondaria dell’azione. Con un filo più di coraggio, questa specie di incrocio buffo ma letale tra una noce di cocco e un inarrestabile ninja avrebbe potuto essere persino qualcosa di più…

Molto più efficace di qualsiasi agenzia di viaggio o ufficio turistico, Oceania 2 riempie quantomeno il nostro sguardo, dimostrando ancora una volta che le mirabilie dell’animazione in computer grafica funzionano egregiamente quando si tratta di (ri)produrre magnifici paesaggi, incredibili fondali, funambolici movimenti di macchina e creature fantastiche di qualsiasi tipo e forma – meno, ma lo sappiamo, quando è il momento di confrontarsi con personaggi umani, tallone d’Achille che limite anche la produzione pixariana. Ed ecco quindi che la fiumana incalcolabile di pixel, le scelte cromatiche e la composizione delle inquadrature si rivelano il vero salvagente della pellicola diretta da David G. Derrick Jr., Jason Hand e Dana Ledoux Miller, inappuntabile dal punto di vista tecnico – anche se, in fin dei conti, la sfida sul piano squisitamente visivo con Biancaneve e i sette nani è ancora persa. Oggi come ieri, forse anche domani. Ed eravamo nel 1937, con pennelli e rotoscopio.

Info
Il trailer di Oceania 2.

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