Solo per una notte

Solo per una notte

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Il trentottenne francese Maxime Rappaz esordisce alla regia di un lungometraggio con Solo per una notte, racconto di una donna alla ricerca del proprio piacere che si avvale della splendida interpretazione di Jeanne Balibar.

Ogni singolo martedì

Claudine, ogni martedì, affida suo figlio a una vicina per potersi recare in un hotel di montagna, dove incontra uomini di passaggio. Questo appuntamento settimanale rappresenta per lei una breve fuga dalla routine quotidiana. Ma quando uno di questi uomini decide di prolungare il suo soggiorno per stare con lei, Claudine si sente confusa e inizia a sognare una vita diversa, ricca di possibilità inattese. [sinossi]

Che splendida attrice Jeanne Balibar. Per rendersene conto non c’era certo bisogno di Laissez-Moi, esordio alla regia di un lungometraggio per il trentottenne francese Maxime Rappaz che in Italia con la distribuzione Wanted è divenuto Solo per una notte, eppure quale occasione migliore per ribadirlo di un film che la vede quale totale mattatrice, epicentro del discorso e dello sguardo, che la segue e la spia in attesa di una rivelazione che è rivoluzione e riappropriazione del proprio essere donna, con tutto quel che ciò può comportare. Claudine, il personaggio che interpreta l’attrice tra gli altri di Arnaud Desplechin (La Sentinelle, Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle)), Olivier Assayas (Fin août, début septembre, Clean), e Jacques Rivette (Va savoir, La duchessa di Langeais), viene vista da principio su un trenino regionale, quindi mentre cammina lungo la strada di una diga, a bordo di una funicolare, e quindi mentre si inerpica fino a un albergo di montagna, dove il concierge gli indica per quante notti hanno riservato una stanza alcuni degli ospiti. La scelta di Claudine ricadrà su un tipo che lascerà la struttura alberghiera la mattina seguente, il tempo giusto per tentare un approccio e avere un rapporto sessuale. Questo è il punto di partenza di Solo per una notte, che non racconta però la storia di una donna che incontra uomini sconosciuti in luoghi sperduti per appagare una brama o per mero mercimonio, ma indaga la realtà settimanale – tale rituale si sviluppa ogni martedì – di una madre single che deve badare al figlio disabile, e non ha alcuna voglia di rinunciare per questo al suo essere desiderante, viva, sessualmente attiva. Il desiderio, e la sua naturalezza, sono effettivamente al centro del film di Rappaz, e anche per questo si tratta di una visione insolita rispetto alla prassi, nonché elemento più interessante del racconto: nessuno è esente dal desiderio, perfino quando come nel caso del figlio non hanno compiuta contezza di ciò che comporta.

Rappaz, anche autore della sceneggiatura, segue un processo narrativo abbastanza canonico e semplice, che vede la routine di Claudine messa in crisi dalla conoscenza con uno dei tanti sconosciuti che colpisce però in modo completamente diverso l’immaginario della donna, spingendola quindi a desiderare di rivederlo, di rincontrarlo, di saperne di lui ben più dei miseri resoconti di viaggio che di solito estorceva ai suoi amanti occasionali solo per poterli utilizzare con il figlio fingendo fossero missive spedite dal padre, quel padre che in realtà vista la malaparata familiare ha preso armi e bagagli e si è dato alla macchia. La donna ha dunque creato uno spazio altro rispetto alla normalità, al quotidiano, a quel lavoro da sarta che serve per tirare avanti, senza slanci, senza fughe emotive, che per l’appunto Claudine vive solo ed esclusivamente nei suoi incontri sessuali. Il racconto della rivoluzione personale è privo di inquadramenti sociali, né possiede il nitore e la potenza politica, espressiva e cinematografica di Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles di Chantal Akerman (cui pure potrebbe paradossalmente somigliare): a Rappaz interessa solo ed esclusivamente questa donna alla ricerca di una propria dimensione, e per seguirne le evoluzioni si accontenta di un tracciato diretto, forse perfino prevedibile, che non manca però di raffinatezze, e ha il coraggio di affrontare un rapporto tossico non con l’elemento maschile come pari e amante, ma ridotto a prole, figura che non può non essere accudita eppure pretende, costringe a un doloroso smarrimento di pezzi d’identità. Ambientato nell’estate del 1997, a pochi passi dalla morte di Lady D. che sconvolse il mondo, Solo per una notte non sa rinunciare a copiose dosi di retorica dei sentimenti, in particolar modo nella seconda metà del film, ma almeno nella costruzione del personaggio (grazie anche e forse in gran parte al già citato splendido lavoro attoriale di Balibar) sa evitare l’ovvio, inseguendo la rappresentazione del sesso come vero elemento incrinante di una prassi borghese altrimenti annichilente, soffocante. È invece lecito urlare, vivere, sudare, perdere umori. In un cinema anodino e reazionario nella rappresentazione del corpo come quello europeo contemporaneo viene dunque naturale elevare la prima incursione regista di Rappaz anche al di sopra dei suoi reali meriti cinematografici.

Info
Solo per una notte, il trailer.

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