Per le antiche scale

Per le antiche scale

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Liberamente ispirato al libro omonimo di Mario Tobino, Per le antiche scale di Mauro Bolognini è un dramma manicomiale che riflette intorno a follia individuale e follia collettiva intessendo intelligenti affondi sull’origine socio-antropologica del fascismo. Cast sontuoso, capeggiato da Marcello Mastroianni e arricchito da eleganti figure femminili – Françoise Fabian, Lucia Bosè, Marthe Keller, Barbara Bouchet.

Fuori dal mondo

Epoca fascista. Il dottor Bonaccorsi lavora da molti anni in un manicomio toscano, senza uscire mai dall’istituto. L’equipe medica è composta da esimi professionisti, accompagnati dalle rispettive consorti. Di nascosto, Bonaccorsi intrattiene relazioni con ben tre donne. Francesca, moglie del direttore; Carla, coniuge di uno dei colleghi del dottore; e Bianca, infermiera di umili origini di natura buona e generosa. Per un periodo di assistentato arriva nell’ospedale la giovane ricercatrice Anna Bersani, che ha idee decisamente opposte rispetto a Bonaccorsi. Oltre alla paura di essere a sua volta travolto dalla malattia mentale, Bonaccorsi è convinto infatti che la pazzia abbia una qualche origine biologica, una sorta di “virus della follia” da individuare e combattere successivamente tramite qualche innovativo vaccino. Di diverso avviso è la dottoressa Bersani, che vede nel disturbo mentale il prodotto di cause esogene e ambientali. [sinossi]

Per le antiche scale di Mario Tobino arriva nelle librerie nel 1972, vincendo il Premio Campiello nello stesso anno. Appena tre anni dopo, nel 1975, giunge nelle sale cinematografiche la relativa trasposizione per la regia di Mauro Bolognini. Un successo letterario che trova un’immediata rilettura filmica, derivata da una robusta rielaborazione del testo originario in fase di sceneggiatura. La struttura portante del film si ispira infatti al primo racconto della raccolta di Tobino, «Dentro la cerchia delle mura», dal quale Bolognini e i suoi sceneggiatori traggono i personaggi principali del film e i rapporti di forza evocati fra il dottor Bonaccorsi protagonista e il coro di figure che gli si dispongono intorno. Gli altri racconti, però, non sono ignorati dal film, bensì riemergono episodicamente nei singoli casi di malattia mentale dei pazienti narrati. Com’è ben noto, infatti, Mario Tobino fu scrittore, partigiano e psichiatra, e per quarant’anni lavorò presso il manicomio di Maggiano, dalle parti di Lucca. Dalla propria esperienza di medico e studioso Tobino trasse una serie di opere letterarie; anche Per le antiche scale rientra in questa fattispecie, e in particolare il libro si articola in una serie di frammenti che in buona parte evocano singoli casi psichiatrici, inerenti perlopiù a manie sessuali, politiche o religiose. Il progetto filmico di Per le antiche scale interessò inizialmente anche Federico Fellini, e la sceneggiatura vide varie riscritture. Se ne percepisce qualche traccia anche nel definitivo prodotto cinematografico, che più volte fa pensare a qualche tormento di scrittura e pure a una fase complicata di montaggio. Se Bolognini e la sua equipe di sceneggiatori cercano di far tesoro dei racconti tobiniani dedicati ai casi psichiatrici recuperandoli nella schiera di malati narrati nel film, d’altro canto gran parte del racconto è dedicata alle vicissitudini del dottor Bonaccorsi, luminare di epoca fascista che, fanatico del proprio lavoro, è convinto di poter trovare prima o poi un’origine biologica della follia, una sorta di “virus dei pazzi” contro al quale è sufficiente porre rimedio in futuro con un vaccino. A tale visione di antiquata medicina si oppone la figura della dottoressa Anna Bersani, giovane ricercatrice giunta all’ospedale psichiatrico per un periodo di assistentato. Girato perlopiù a San Salvi, struttura psichiatrica di Firenze oggi dismessa, Per le antiche scale vede la luce alla metà degli anni Settanta, in pieno dibattito sull’imminente legge Basaglia che sancì la chiusura degli istituti manicomiali, e in qualche modo la contrapposizione fra Bonaccorsi e la Bersani sembra riecheggiare il conflitto fra una visione antica e autoritaria del trattamento psichiatrico e un’altra più moderna e più umana. Vecchie teorie superate dal tempo e dalla ricerca scientifica, e nuove idee. Il vecchio e il nuovo; è un leit-motiv di molto del cinema di Bolognini, soprattutto lungo gli anni Settanta (la terribile, nuova Italia di L’eredità Ferramonti, 1976; le ataviche culture superstiziose e il nuovo razionalismo di Gran bollito, 1977).

Se sulle prime Bolognini dà forma a un ritratto della malattia mentale impregnato di qualche facile poesia (il personaggio di Enzo Robutti; lo spettacolo di mimo), più avanti Per le antiche scale opta per una disamina feroce del contesto narrato. L’ospedale del dottor Bonaccorsi somiglia a un girone dell’inferno, fatto di pazienti tenuti in condizioni di umiliante nudità che gridano, si lamentano, si scagliano contro medici e infermieri. E, non ultimo, scossi da inusitati desideri erotici. È un’umanità perlopiù resa feroce dal contesto in cui è letteralmente imprigionata, protesa a un progressivo abbrutimento che nulla ha a che fare con l’assistenza medica in senso moderno. La frequente segregazione è accompagnata da trattamenti terapeutici che talvolta rasentano, almeno in diacronia, la credenza priva di fondamenti scientifici – il rimedio delle alghe. Nella galleria di casi narrati ricorre spesso il tema dell’omosessualità, indotta dall’ambiente concentrazionario (la Gianna di Adriana Asti, in mancanza di uomini, può innamorarsi anche di donne) oppure confinata tout court al manicomio, visto che fino a qualche decennio fa qualsiasi orientamento alternativo all’eterosessualità era condannato all’istituto psichiatrico. Alle ondate di erotismo emanate dai pazienti corrisponde un’intensità di desiderio uguale e contraria nel consesso di luminari e relative consorti che gestisce l’ospedale. È sempre Bonaccorsi a definire la differenza fra il desiderio dei pazzi e quello dei sani; non è altro che l’ipocrisia a porre un argine alle pulsioni di chi non ha disturbi mentali. Dal concetto borghese di ipocrisia discende direttamente il carosello di nascoste relazioni sessuali che legano fra loro numerose figure fra i gerenti dell’ospedale. Roccioso scapolone, il dottor Bonaccorsi intrattiene rapporti con ben tre donne; Carla, moglie di un suo collega, Francesca, consorte del direttore, e Bianca, infermiera buona e angelicata. A sua volta, Carla non disdegna di andare ogni tanto in città per concedersi qualche rapporto a tre con temibili fascisti in divisa. E davanti a ogni occasione erotica Carla si scatena in una risata infinita e liberatoria che costeggia il riso irrefrenabile dei pazzi. Il gruppo sociale di dottori e consorti subisce tanto quanto i malati l’isolamento e la segregazione del manicomio, e i loro comportamenti erotici e sentimentali ne sono in varia misura condizionati. Tuttavia, tale insieme di uomini compassati e belle donne elegantemente abbigliate fa parte in qualche modo della classe dominante, ben distinta dalla povera gente rinchiusa nei padiglioni ospedalieri. Con il suo consueto sguardo asciutto e analitico, Bolognini racconta questo microcosmo di piccolo Potere riservandogli uno sguardo privo di empatia e partecipazione, e pure lontano da un evidente disprezzo. Di sicuro ne emerge un quadro di spiccata cupezza e inquietudine; per gusto decadente dei costumi e degli arredamenti, la sequenza della lunga cena alla tavola del direttore rievoca le opprimenti riunioni familiari degli Essenbeck in La caduta degli dei (Luchino Visconti, 1969), e il potere dei miseri Bonaccorsi e colleghi è a sua volta in via di sgretolarsi di fronte all’emergere di nuove teorie psichiatriche e soprattutto sotto l’incedere del potere fascista.

Bonaccorsi e colleghi, di fatto, si rinchiudono nel manicomio per farsi scudo di una pallida indifferenza rispetto a quanto sta accadendo fuori dalle mura dell’istituto. La tecnica dello struzzo, che forse vuol riecheggiare l’atteggiamento di un intero Paese di fronte al fascismo, un silenzio complice, un’indifferenza a suo modo interessata. A tale idea regressiva appartiene del resto anche il profilo del dottor Bonaccorsi, che nella sua iperattività sessuale evoca non soltanto una sorta di vitale liberazione dall’ambiente ossessivo e angosciante del manicomio, ma anche la reiterazione maniacale di una virilità arrogante e autoritaria, il bisogno di rispondere a un’idea di se stessi come di maschissimo totem. È una retorica a sua volta antiquata, che si fa piccola piccola di fronte all’emergere di una diversa fisionomia di donna (la dottoressa Anna, probabilmente lesbica), ma che al contempo attraversa un periodo di schiacciante reviviscenza nella retorica fascista. Cosicché, nello splendido finale che vede Bonaccorsi abbandonare il manicomio e ritrovarsi su un treno in mezzo a orde di camerati nerovestiti, non vi è soltanto un immediato confrontarsi fra la follia individuale dell’ospedale e la follia collettiva della guerra e della società fascista, ma è possibile rintracciare anche una sorta di rispecchiamento e di improvvisa illuminazione autocosciente. Significativamente, il film si chiude infatti sul dettaglio degli occhi di Bonaccorsi, che in campo/controcampo si specchia nel volto di un fascista intento a sciorinare slogan e convincimenti del nuovo regime. La maschilità di Bonaccorsi è la stessa; pur animato dalle migliori intenzioni di ricerca medica, probabilmente il luminare si rende conto di aver contribuito, attivamente e passivamente, all’emergere di una nuova pazzia di massa. Non a caso ciò avviene dopo una prima ammissione a se stesso dell’ipocrisia che ha condotto i suoi anni di ricerca. Non è stato un vero afflato umanitario a motivare la sua ricerca, ma semplicemente il terrore di diventare pazzo a sua volta, un rovello tutto individuale e decisamente disinteressato all’ispirazione di una sincera sensibilità sociale. L’altruismo della ricerca medica si tramuta perciò in puro e semplice interesse privato, sia pure punteggiato da un vero e intimo travaglio. In tal senso, la reiterata esibizione di virilità non è altro che la prima fonte di una nuova società prevaricante e repressiva nei confronti di qualsiasi altra manifestazione umana. Come accadrà anche nel successivo Gran bollito, il grande imputato del cinema di Bolognini sembra essere in questa sua fase di carriera il potere maschile e la sua retorica, fonte di infiniti mali per l’Italia e per l’umanità intera.

Come spesso nel Bolognini anni Settanta, emerge anche in Per le antiche scale una franchezza espositiva dai toni coraggiosamente sgradevoli. I corpi nudi dei malati si offrono alla macchina da presa in tutta la loro scabra evidenza (a volte viene in mente, sia pure molto alla lontana, il più o meno coevo Salò o le centoventi giornate di Sodoma di Pasolini), e ricorrente è anche la mania psicopatologica di origine religiosa. Sui malati del film fluttuano varie forme di potere repressivo che Bolognini denuncia senza troppi giri di parole. D’altra parte, come sottolinea l’infermiera Bianca, si diventa pazzi «per colpa degli altri», che siano pesanti condizionamenti familiari o ossessive forme di controllo politico-sociale, fra le quali pure la religione occupa un posto d’onore. Secondo la stessa linea espressiva è rintracciabile un costante fluire narrativo all’insegna dell’inquietudine e della suspense, ben sottolineata dal commento musicale di gusto sperimentale cesellato da Ennio Morricone (che al contempo presenta uno dei suoi main themes più struggenti). Più volte sembra di assistere in tal senso a una sorta di giallo italiano anni Settanta applicato alla realtà manicomiale – le urla, l’atmosfera spesso minacciosa. Altrettanto lontana da qualsiasi ipocrisia è la narrazione del desiderio erotico, coraggiosamente evocato anche rispetto alla malattia mentale – fra le varie occorrenze, colpisce in particolare la masturbazione di Gianna sul letto. Poiché pure i pazzi sono esseri umani che desiderano, magari più intensamente e nevroticamente, ma comunque desiderano come qualsiasi altro essere umano. Rispetto ad altre opere bologniniane dello stesso periodo Per le antiche scale è un film meno fluido, meno compatto, e come detto in precedenza tradisce probabilmente qualche difficoltà di scrittura e di montaggio. Il film ha uno sviluppo in buona parte episodico, che non sempre si adatta a restituire fino in fondo l’angoscia del disturbo mentale. Tuttavia Per le antiche scale appartiene a un periodo davvero molto fertile nella produzione di Mauro Bolognini, benché spesso trascurato in favore delle sue opere realizzate fra anni Cinquanta e Sessanta. In realtà gli anni Settanta di Bolognini mostrano uno sguardo nero e amarissimo sulle cose umane, soprattutto sulle cose italiane. E testimoniano un particolare talento nello scendere con passo sottile nelle profondità della storia nazionale, nelle tare culturali di una nazione, nelle ragioni psichiche e antropologiche di aberranti fasi socio-politiche.

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Per le antiche scale, un trailer.

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