Better Man

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Dopo The Greatest Showman e il documentario Pink: All I Know So Far, il regista australiano Michael Gracey torna con Better Man, bizzarro biopic musicale dedicato a Robbie Williams, cui presta le fattezze per l’occasione uno scimpanzé realizzato in CGI. Un tour de force dinamitardo, che trova nel delirio visionario la chiave di volta per una narrazione altrimenti canonica.

L’Omo e la Scimmia

Better Man è la storia vera dell’ascesa fulminante, della drammatica caduta e della straordinaria rinascita della superstar del pop britannico Robbie Williams, uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi. Con la visionaria regia di Michael Gracey (The Greatest Showman), il film è raccontato in modo unico dal punto di vista di Williams, facendo trasparire la sua caratteristica ironia e il suo stile inimitabile. Ripercorre le tappe del successo di Robbie, dall’infanzia al ruolo di più giovane componente dei Take That, la boyband che ha sbancato le classifiche, fino agli ineguagliabili successi da solista fuori da ogni record, affrontando al contempo le sfide che fama e successo stratosferici possono portare con sé. [sinossi]

In una delle sue poesie in romanesco più celebri, L’Omo e la Scimmia, Carlo Alberto Salustri in arte Trilussa scriveva: «L’Omo disse a la Scimmia: — Sei brutta, dispettosa: ma come sei ridicola! ma quanto sei curiosa! Quann’io te vedo, rido: rido nun se sa quanto!… La Scimmia disse: — Sfido! T’arissomijo tanto!». Anche senza tornare con la mente alle teorie darwiniane, e senza perdersi nei meandri degli studi biologici, è evidente come la scimmia – in particolare alcune specie di scimmie, quali scimpanzé, gorilla, e oranghi, per esempio – rappresenti in nuce l’umano, la sua fragilità, la sua emotività, il suo carattere più animalesco, naturalmente anarchico. Gli australopitechi dell’alba dell’uomo in 2001: Odissea nello spazio, inevitabilmente i primati evoluti con cui si trova a confrontarsi/scontrarsi Charlton Heston ne Il pianeta delle scimmie, ma anche gli scimpanzé vestiti da umani nel divertente e oramai dimenticato Meglio liberi o selvaggi? di James Hill, tanto per fare qualche esempio sparso, sono lì a confermare questo approccio. Se si parte da tale prospettiva appare quasi ovvio che nel dover mettere in scena la biografia dell’umano Robert Williams, più noto con l’abbreviativo Robbie, gli sceneggiatori di Better Man Simon Gleeson e Oliver Cole, coadiuvati in fase di scrittura dal regista Michael Gracey, abbiano deciso di mettere in scena la pop star che si fece le ossa nei Take That ricorrendo alla computer grafica. Robbie Williams è infatti, come noto a chiunque abbia anche solo posato gli occhi sul poster del film o sul trailer, interpretato da uno scimpanzé, costruito in post-produzione sulle movenze di Jonno Davies, grazie al processo di motion capture. Una scelta che ben si presta sia al carattere delirante del film, sia ancor più all’idea che il cantante vuole dare di sé fin dalla più giovane età, quella di un essere “meno evoluto” della massa, e proprio per questo costretto a emergere mettendo in mostra le proprie debolezze, ma anche una insospettabile ferocia.

Chi si aspetta da Better Man un biopic ingessato e agiografico resterà indubbiamente sorpreso dal tenore del film, un lavoro anarcoide, violento, persino sgradevole e ancor più scombiccherato che cerca un’apparente verità, mettendo a nudo un essere umano egotomane, ma anche schiacciato dal peso di una timidezza acuita da un’assenza, quella paterna, che viene scelta come elemento scatenante del carattere esibito del giovane che fin dall’adolescenza, quando entrò a far parte dei Take Taht, troverà “liberazione” in anfratti per niente rassicuranti, tra sostanze illecite e una voglia sfrenata di non porsi mai limiti. All’australiano Gracey, che era stato fin troppo formale e auto-limitato all’epoca di The Greatest Showman, la sua opera prima “vecchia” oramai di sette anni, pare aver giovato lavorare al documentario Pink: All I Know So Far, dedicato alla cantautrice statunitense; si ritrova qui il gusto per la messa in scena del live, della vita sul palco, per l’esibizione non come pezzo di repertorio ma come istante nel quale tornare a uno stato animalesco, ispido, non necessariamente conciliante. Questi sono i punti di forza del film, che colpisce di sorpresa lo spettatore muovendosi in territori poco abituali per opere di questo tipo (è interessante notare come Gracey avrebbe dovuto dirigere Rocketman, dedicato alla vita e al genio musicale di Elton John, prima che si virasse in direzione di Dexter Fletcher: Gracey restò comunque in veste di produttore esecutivo) e increspando in continuazione le pieghe del racconto, tra salti temporali, pezzi musicali, deliri visionari, seguendo le orme lasciate sulla sabbia anni fa dal connazionale Baz Luhrmann.

Se l’intuizione scimmiesca è tutt’altro che banale, e si presta perfettamente a contornare la vicenda umana di Williams, che si doppia nella versione adulta dello scimpanzé, l’avere tra le mani un protagonista maneggiabile in fase di montaggio garantisce a Gracey quell’autonomia nell’approcciare il racconto che altrimenti avrebbe corso il rischio di rimanere ingabbiata nella struttura narrativa della vicenda. Perché l’elemento più debole di Better Man, quello che di quando in quando riconduce a terra lo spettatore perso nell’aria di un ottovolante che non sembra mai avere intenzione di rallentare – notevole in tal senso il montaggio a cui hanno lavorato addirittura in cinque: Jeff Groth, Spencer Susser, Martin Connor, Lee Smith, Patrick Correll; un po’ più prevedibile la fotografia che gioca con la grana della pellicola – è rintracciabile proprio nella progressione del racconto: il trauma da cui tutto derivò è ovvio, persino fin troppo didascalico, e sullo stesso tenore si assesta una vita fatta di esplosione improvvisa, contraccolpi e tentativi pubblici e privati di riscatto. Insomma, gli elementi canonici di qualsiasi riflessione sullo star system, l’apologia rock, e il mondo dello spettacolo nel suo complesso. Quando lo stordimento visionario con conseguente deliquio viene meno si avverte lo stridore con una struttura così placida, semplice, priva di idee rigeneranti, e si avverte ancor più la necessità che torni l’adrenalina, si riaffacci la scimmia che è elemento esemplificativo ma anche disturbante/intrattenente. Operazione intelligente e furba a un tempo, Better Man è un video promozionale sgangherato, sagace e in grado di graffiare la superficie liscia delle cose.

Info
Il trailer di Better Man.

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