Giornata nera per l’ariete
di Luigi Bazzoni
Giallo italiano anni Settanta popolato da personaggi un po’ più indagati nelle loro psicologie rispetto alla media del genere, Giornata nera per l‘ariete di Luigi Bazzoni conferma lo sguardo elegante di un autore decisamente poco ricordato del nostro cinema. Opera estetizzante, caratterizzata da un’ottima gestione della suspense, perlopiù ambientata fra le geometrie di architetture moderne e arricchita dal prezioso contributo della fotografia di Vittorio Storaro.
Sono affari tuoi
Un assassino psicolabile di identità ignota è intenzionato a eliminare cinque persone schiacciate da qualche sofferenza personale per sollevarle dal loro intimo dolore di vivere. Le sue gesta prendono le mosse da un veglione di Capodanno dove si riunisce un gruppo di amici e conoscenti, perlopiù colleghi di una scuola internazionale dove lavorano insegnanti di varia nazionalità. Alla festa prende parte anche il giornalista Andrea Bild, alcolizzato e sull’orlo del fallimento professionale. La prima aggressione è ai danni di John Lubbock, professore australiano che riesce a salvarsi, e poco dopo viene uccisa Sofia Binni, moglie paraplegica di un medico. Un tempo innamorato della bella Hélène, Andrea ha un rapporto senza impegno con la giovane Lù, che molto liberamente scompare e riappare dal suo appartamento. Mentre gli omicidi si moltiplicano, a poco a poco Andrea rischia di annegare definitivamente nella dipendenza dall’alcool. [sinossi]
Giornata nera per l‘ariete (Luigi Bazzoni, 1971) è innanzitutto un giallo italiano anni Settanta con la fotografia di Vittorio Storaro. È un dato piuttosto importante nell’economia espressiva del film, risultato di una sinergia creativa fra Bazzoni e Storaro che vede la luce fin dai loro rispettivi esordi professionali. In ambito di giallo italiano Storaro ha già collaborato a L’uccello dalle piume di cristallo (Dario Argento, 1970), opera seminale che spalanca le porte a un fortunatissimo filone del cinema di genere di casa nostra. E quando si appresta a lavorare sul nuovo set di Luigi Bazzoni, il cinematographer ha già dato il suo fondamentale contributo alla realizzazione di Il conformista (Bernardo Bertolucci, 1970). Visivamente Giornata nera per l‘ariete mostra in tal senso una certa consonanza luministica con il capolavoro di Bertolucci, a partire dai ricorrenti blu e ori che vanno ad assommarsi a una generale eleganza di messinscena tipicamente bazzoniana. Prendendo le mosse dal romanzo The Fifth Cord di D.M. Devine, apparso in Italia nei Gialli Mondadori con il titolo Il segno dell’assassino, il terzo lungometraggio di Luigi Bazzoni segue alcune delle caratteristiche emerse dai primi due film di Dario Argento, distribuiti in sala nei mesi precedenti. Com’è ben evidente, la prima eredità extrafilmica riguarda il titolo italiano, che pur spostando il focus verso lo zodiaco ricorda abbastanza da vicino i temi zoologici argentiani. L’incipit del film, anche, evoca un orizzonte piuttosto familiare per i coevi consumatori del neo-giallo di casa nostra. Un misterioso nastro per riproduzioni audio, e una voce soffiata, roca e deformata da perfetto profilo psicopatologico. È il pazzo assassino di turno, che dà conto del proprio globale progetto omicida aggirandosi subito dopo fra gli avventori di un veglione di Capodanno. Le sue vittime sono più o meno tutte lì, raccolte in un’occasione mondana e inquadrate da una soggettiva del killer in fish-eye. Voce distorta, sguardo distorto: la dimensione delirante di uno psicolabile è immediatamente evocata come scenario sul quale in seguito si dispiega una puntuale serie di efferati delitti.
Com’è spesso d’uso nel giallo italiano, l’identità dell’assassino è opportunamente celata. La tradizionale struttura whodunit si accompagna a un consueto carosello di uccisioni feroci le cui sequenze tendono ad allungarsi nei loro tempi dilatando smisuratamente i tempi di risoluzione della suspense secondo un vero e proprio afflato all’estetizzazione dell’atto di morte. In verità, in Giornata nera per l‘ariete la morte violenta è spesso ammorbidita nelle sue asperità visive. Soltanto in un’occasione (la morte di Giulia Soavi, interpretata da una giovanissima Agostina Belli) Bazzoni si concede qualche nota un po’ più cruenta, ma per il resto emerge con forza un uso molto sapiente della suspense piuttosto che l’effettivo compiacimento nell’esibizione delle morti in scena. E in quanto a suspense Bazzoni si mostra per un ottimo impaginatore di brani di cinema offerti al fiato sospeso dello spettatore. Vale per il primo omicidio, che colpisce la paraplegica Sofia, ancorché protagonista di una sequenza in cui scricchiola un po’ la credibilità narrativa – quel telefono che sparisce… Vale per quel coltello subliminale che compare nell’inseguimento di Traversi, caporedattore di un quotidiano. Vale ancor di più per il già citato omicidio di Giulia, dove si registrano di nuovo deformazioni del visivo tramite soggettive del killer che si aggirano minacciosamente intorno a pilastri di cemento. Vale infine per quel letterale capolavoro di sequenza che è l’aggressione finale ai danni di Tony, bambino lasciato solo in casa da una tata tratta in inganno da una telefonata. Proprio in quella sequenza è possibile rinvenire tracce di una perfetta sinergia creativa fra Bazzoni e Storaro. Alle sapienti luci del direttore della fotografia si accompagna una non comune sensibilità per ambienti e scenografie, insistentemente allestite con gusto geometrico e moderno, mentre la macchina da presa scandisce con sopraffina precisione avvicinamenti e allontanamenti, lasciando irrisolto il dubbio di chi vede se si tratti o meno di una soggettiva del killer. La minaccia dello sguardo è ovunque. Ovunque, dietro ogni angolo, si può annidare l’occhio ominoso dell’assassino. Non si è mai del tutto al riparo dall’aggressore. Fra un grido e l’altro del povero Tony, prigioniero nel buio, e una consueta nenia infantile prodotta da un carillon, la sequenza finisce per suscitare qualche reale brivido di paura.
Tale stato d’animo di rarefatta modernità riguarda anche la sociosfera evocata e narrata. Il protagonista Andrea Bild, giornalista stropicciato e ficcanaso, evoca di nuovo il neonato canone del giallo italiano anni Settanta. Come in L’uccello dalle piume di cristallo, come in Il gatto a nove code (Dario Argento, 1971), è infatti ancora una volta un professionista di altro genere che per caso si ritrova a indagare intorno a una serie di delitti. Stavolta però Bazzoni aggiunge al profilo del detective improvvisato un ulteriore elemento di caratterizzazione a suo modo significante. Andrea è infatti un alcolizzato sull’orlo del fallimento professionale. Si allude più volte a un suo infelice passato non meglio definito, e si lasciano ampi spazi di inespresso al suo rapporto con la bella Hélène. Sono stati amanti, certo, ma come e perché si sono lasciati? E chi è veramente il padre di Tony? È altrettanto rarefatto il rapporto con la giovane Lù, attuale amante di Andrea, con la quale forma una coppia affiatata ma priva di qualsiasi impegno. Il copioso alcool assunto dal giornalista finisce in ultima analisi per renderlo un detective inaffidabile, tanto che pure Andrea finisce a sua volta fra i sospettati. E se pure, come il canone vuole, sul finale Andrea riesce a risolvere il caso, il suo ha tutto fuorché l’aspetto di un trionfo, tanto da indurlo a rompere in un inaspettato pianto d’angoscia. Giornata nera per l‘ariete è del resto popolato da una serie di figure che più volte rasentano l’inespresso e il rarefatto. Vige una generale indefinitezza di profili e ambizioni, come se Andrea, Hélène, Lù e tutti gli altri fossero in qualche modo estranei a se stessi. Emerge di nuovo una sociosfera borghese e – diremmo oggi – radical chic, d’impronta fortemente cosmopolita, che si concede qualche lusso e soprattutto una vita vagamente snob, in cui ovviamente occupano un posto di riguardo anche vizi e vizietti erotici. Rispetto ai consueti schemi del giallo secondo i quali generalmente i personaggi sono ridotti a mera funzione o poco altro, Bazzoni mostra qualche interesse in più (appena abbozzato, sia chiaro, ma ben percepibile) nei confronti dei propri protagonisti, tanto che in alcuni momenti la linea narrativa dei misteriosi delitti sembra passare in secondo piano per lasciare tenui spazi di espressione all’interiorità delle figure narrate. Sono figure intriganti, in ultima analisi, ancorché raccontate senza alcuna empatia, con approccio freddo e analitico. Ciò è perlopiù rintracciabile nel rapporto fra Andrea e Lù, che si conclude all’insegna del totale disimpegno pure di fronte al sospetto di aver avuto a che fare con un assassino – da annali del cinema la smorfia di Pamela Tiffin, nascosta dietro un paio di vistosi occhiali da sole, e la battuta («Sono affari tuoi») con la quale si congeda da Andrea. Come già si è avuto modo di dire riguardo a Le orme (Luigi Bazzoni, 1975), ultima opera per il cinema realizzata dall’autore, si respira una certa aria antonioniana, da moderna alienazione dell’essere umano, ravvisabile pure nell’elegante scelta di location per esterni e interni.
Semmai Giornata nera per l‘ariete soffre un po’ nella forzata rete di rapporti fra i vari personaggi, tutti legati piuttosto incredibilmente da legami amicali, parentali o professionali anche in una grande città. Bazzoni sembra infatti voler collocare il proprio racconto in un’anonima metropoli dal gusto più europeo che italiano. In realtà le location appartengono praticamente tutte a Roma, ma alla Roma dell’Eur (luogo d’elezione per il cinema di Bazzoni anche per il successivo Le orme), scelta per il suo aspetto freddo, geometrico e avveniristico. La geometria, in fondo, è una delle cifre più ricorrenti per un autore che, pur sostanzialmente votato al cinema di genere, si delinea per un vero e proprio esteta dell’immagine. È infatti nel gusto per l’equilibrio dell’inquadratura che si può rintracciare uno dei tratti più personali del cinema di Luigi Bazzoni. In tale direzione, sequenza dopo sequenza Giornata nera per l‘ariete è un concerto di linee orizzontali, verticali e oblique, al cui interno i personaggi sono inseriti secondo un preciso progetto espressivo. Sul versante del giallo tout court il film si sorregge a un’ottima gestione della suspense mentre non soddisfa del tutto riguardo al movente dell’assassino. Se è intrigante l’idea di un pazzo omicida che sceglie le proprie vittime fra persone in qualche modo sofferenti per sollevarle dal loro disagio, d’altro canto lo scioglimento si affida a qualche rapido spiegone che non trova adeguate premesse in quanto si è visto in precedenza. Con scelta sensazionalistica che a uno sguardo odierno può fare anche sorridere, il film si chiude su una sorta di identità fra omosessualità e psicopatologia, un ulteriore tributo al gusto per la trovata a effetto di tutta un’epoca italiana. Ma è evidente, in buona sostanza, che a Bazzoni interessi un po’ altro, se si trovasse nelle condizioni di poter scantonare più liberamente. Magari si perderebbe volentieri a raccontare qualcosa in più di Andrea e delle sue donne, delle loro fragilità e del loro disagio. E magari pure della gioventù sfruttata e sprecata di Walter e Giulia, del rapporto fra i coniugi Binni, o fra gli innamorati Edouard e Isabelle (i più sacrificati dalla sceneggiatura). L’idea di un giallo, magari pure whodunit, che racconti però di esseri umani ben sbozzati nei loro profili psicologici, e dispersi sul fondo di paesaggi freddi e alienanti. Un giallo della modernità, dove in ultima analisi il grande mistero è l’essere umano e la sua incapacità di decifrare i propri desideri. Se ancora ne ha.
Info
Un trailer di Giornata nera per l’ariete.
- Genere: giallo, thriller
- Titolo originale: Giornata nera per l'ariete
- Paese/Anno: Italia | 1971
- Regia: Luigi Bazzoni
- Sceneggiatura: Luigi Bazzoni, Mario Di Nardo, Mario Fanelli
- Fotografia: Vittorio Storaro
- Montaggio: Eugenio Alabiso
- Interpreti: Agostina Belli, Andrea Scotti, Corrado Gaipa, Edmund Purdom, Franco Nero, Guido Alberti, Ira von Fürstenberg, Irio Fantini, Luciano Bartoli, Luigi Antonio Guerra, Maurizio Bonuglia, Pamela Tiffin, Renato Romano, Rossella Falk, Silvia Monti, Wolfgang Preiss
- Colonna sonora: Ennio Morricone
- Produzione: B.R.C. Produzione Film
- Durata: 88'





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