No Other Land

No Other Land, documentario firmato a otto mani dal collettivo israelo-palestinese composto da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal, è il resoconto della distruzione da parte dell’esercito israeliano della comunità rurale di Masafer Yatta, in Cisgiordania.

Questa terra è la nostra terra

Basel Adra, un giovane attivista palestinese di Masafer Yatta, combatte fin dall’infanzia contro l’espulsione di massa della sua comunità da parte dell’occupazione israeliana. Basel documenta la graduale cancellazione di Masafer Yatta, mentre i soldati dell’IDF distruggono le case delle famiglie: il più grande atto di trasferimento forzato mai effettuato nella Cisgiordania occupata. Nel dramma, Basel incrocia il suo cammino con Yuval, un giornalista israeliano che si unisce alla sua lotta, e per oltre mezzo decennio combattono insieme contro l’espulsione, avvicinandosi sempre di più. Il legame è segnato dalla profonda disuguaglianza tra loro: Basel, che vive sotto una brutale occupazione militare, e Yuval, libero e senza restrizioni. [sinossi]

Non è semplice approcciarsi a un lavoro come No Other Land, film firmato a otto mani da un collettivo composto da registi israeliani e palestinesi (Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal) che focalizza l’attenzione sulla progressiva e sistematica distruzione della piccola comunità rurale di Masafer Yatta, villaggio che si situa all’interno del governatorato di Hebron/al-Khalīl in Cisgiordania. I responsabili della distruzione? Ovviamente l’IDF, le famigerate forze di difesa israeliane divenute tristemente celebri anche in Italia a seguito delle azioni scellerate compiute all’interno del territorio di Gaza, prima e dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Il motivo della scelta di rimuovere un intero assembramento umano risiede nella necessità, da parte dei militari israeliani, di sostituire il villaggio con un poligono di tiro che funga anche da zona pensata per l’addestramento militare. In pratica un luogo vissuto da famiglie di contadini deve essere rimosso per lasciare spazio a un altro luogo teso solo ed esclusivamente a perpetuare la pratica belligerante che domina il proscenio politico di Israele. L’iter produttivo del film, per la fase delle riprese, si è articolato tra il 2019 e il 2023, sviluppandosi dunque in un arco temporale che anticipa del tutto i tragici fatti dell’ottobre 2023, con relativo inizio dei bombardamenti privi di controllo di Israele sulla Striscia di Gaza; questo dettaglio è di fondamentale importanza se si vuol cercare di affrontare in maniera adeguata la “questione palestinese”, che nonostante attraversi tutte le decadi a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale pare essere ignota ai più, almeno nell’occidente attuale. La Cisgiordania, nonostante sia parte integrante dei territori palestinesi, è vittima di continui soprusi da parte dei coloni israeliani difesi dall’IDF, che a sua volta interviene con le ruspe per distruggere le case, le moschee, le stalle. Ecco dunque che l’azione cinematografica portata avanti da Abraham, Adra, Ballal e Szor diventa qualcosa di più di una testimonianza, spingendosi verso il vero e proprio atto di resistenza.

Resistenza che questi giovani cineasti mettono in pratica con l’unica arma che hanno a disposizione, le videocamere, i cellulari, tutto ciò che gli può permettere di girare, di riprendere, di esercitare una risposta attraverso la visione, in un atto di condivisione che è anche la certificazione dell’essere vivi (per ora). Il film non prende le derive teoriche di due capisaldi nella rappresentazione della tragedia siriana come furono non troppi anni fa Silvered Water, Syria Self-Portrait di Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan e Still Recording di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub, e non possiede neppure la riflessione sull’immagine registrata come parte determinante del processo di memoria che attraversa come un fil rouge l’opera del palestinese Kamal Aljafari, ed è per questo che non è poi così semplice approcciarvisi, perché si rischia di non cogliere fino in fondo l’urgenza di ciò che si sta riprendendo. Se da un punto di vista prettamente cinematografico No Other Land è un lavoro interessante ma di prammatica, più prossimo al reportage d’inchiesta (e dopotutto nasce nella mente di Adra con questo scopo, vale a dire l’attestazione, la dimostrazione inequivocabile delle atrocità che deve subire una popolazione inerme e pacifica), la sua potenza e la sua succitata urgenza risiede nel fatto che le immagini che vengono montate e che sono girate nel corso degli anni sottolineano con la loro mera esistenza l’ottundente e vergognoso silenzio mediatico che da sempre copre le terribili malefatte israeliane, come se la Cisgiordania fosse davvero, agli occhi del mondo occidentale, “il giardino di casa” della nazione creata ex-abrupto dopo il termine della Seconda guerra mondiale. E dunque non si può fingere che un’opera come No Other Land non vada a colmare un vuoto narrativo, in un mondo del cinema che ancora ignora – o finge di ignorare – cosa sia stata la Nakba; una popolazione abbandonata a sé, al martirio quotidiano, agli abusi di potere dei coloni che si fanno sempre più forti e che l’IDF difende da ogni legittimo tentativo di difesa palestinese, sempre nel silenzio dell’Europa e degli Stati Uniti. Allora davvero si può comprendere come quel “possiamo solo continuare a filmare” sia più di una testimonianza, assuma il valore di una rivendicazione resistenziale che è anche in parte il senso del cinema, l’atto di cristallizzare per (ri)dare senso alla Storia, e trasformare lo sguardo di uno in collettivo (Adra iniziò a girare in beata solitudine, prima dell’incontro con gli altri co-registi), e quindi in comunità.

Info
No Other Land, un trailer.

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