Il raggio verde
di Éric Rohmer
Quinta e penultima tappa del ciclo Commedie e proverbi girata e rimasta per quasi due anni ferma in un cassetto per poi, nel 1986, tornare a casa dalla 43ma Mostra di Venezia con in mano il Leone d’Oro, Il raggio verde trae molto libera ispirazione dall’omonimo romanzo di Jules Verne per immergere il cinema estivo di Éric Rohmer fino agli abissi più cupi della depressione, e poi al riaccendersi improvviso e poetico di un bagliore in grado, almeno per un istante, di riaprire il cuore ai sentimenti e alla speranza nella vita. Un conclamato capolavoro che viaggia avanti e indietro per la Francia alla ricerca di verità esistenziali e di increspature del quotidiano forse mai in carriera così intime e profonde, perfettamente inserito nella filmografia rohmeriana eppure unico e a suo modo quasi sperimentale per genesi produttiva, metodo di lavoro e inedita centralità delle improvvisazioni.
Donna di picche, Fante di cuori
Delphine vede il suo piano di vacanza in Grecia crollare quando, a un paio di settimane dalla partenza, l’amica con cui avrebbe dovuto andare annulla il viaggio. Cercherà invano un’alternativa che la soddisfi. Segue un itinerario iniziatico dove ogni suo incontro si presenterà come una sfida da superare. Nonostante i consigli ben intenzionati di tutti, intende rimanere fedele a se stessa e al suo ideale d’amore, convinta che le relazioni fugaci non farebbero altro che accentuare il suo sentimento di solitudine. Fa diversi viaggi avanti e indietro tra Parigi, dove vive, e varie destinazioni di vacanza: Cherbourg, La Plagne e infine Biarritz. Ma ovunque vada si ritrova a confrontarsi con lo stesso senso di noia, isolamento e disagio. Per caso ascolta la conversazione di un gruppo di vacanzieri, che discutono del fenomeno ottico del raggio verde e dell’omonimo romanzo di Jules Verne, secondo il quale riuscire a vedere l’ultima rifrazione della luce del sole permetterebbe di «leggere i propri sentimenti e quelli degli altri». Infine, pronta a tornare un’ultima volta a casa, nella sala d’attesa della stazione di Biarritz incontra Vincent, un giovane ebanista per il quale sente un’attrazione condivisa. Lui le chiede di passare la giornata insieme a Saint-Jean de Luz, e lei accetta. Camminano, parlano, poi vanno insieme a guardare il tramonto, e per una frazione di secondo riescono a scorgere il raggio verde. [sinossi]
Sarebbe stato lo stesso Éric Rohmer, intervistato nel 1987 dalla storica rivista tedesca Filmprogramme riguardo l’intera esalogia Commedie e proverbi al tempo appena conclusa con l’uscita del sesto e ultimo capitolo L’amico della mia amica, a parlare del precedente Il raggio verde come di «una sorpresa» all’interno del suo secondo ciclo cinematografico. Un film nato nell’estate dell’84 come puro e programmatico esperimento sull’improvvisazione, vero e proprio unicum in una filmografia per il resto sempre scritta e soppesata parola per parola dal suo autore, e poi rimasto fermo per due anni senza sapere esattamente che cosa fare di quel footage girato in passo ridotto a costi bassissimi. Da una parte, la possibilità di utilizzarlo come semplice materiale preparatorio per un nuovo lavoro da girare nello standard 35mm, e dall’altra la suggestione di Rohmer di completarlo per dimostrare a chi lo accusava di scrivere dialoghi troppo elaborati che «nella vita le persone parlano a lungo senza fermarsi: nessuno vedrà la differenza fra un testo scritto da me e uno improvvisato». Un dubbio che, dopo lunga esitazione, riuscirà a sbloccare solo l’intervento dell’allora neonata Canal+, disposta pur di assicurare ai tubi catodici dei propri abbonati la prima mondiale assoluta del film a coprire sia i costi per il gonfiaggio in 35 per la circuitazione nelle sale, sia quelli per l’invio di una troupe alle Canarie per realizzare la fondamentale inquadratura finale che, a causa di condizioni meteo non sufficientemente terse, non era stato possibile “portare a casa” al momento della fotografia principale. Due condizioni economiche in grado di convincere definitivamente Rohmer della bontà e della coerenza del girato, e della necessità di farne la quinta declinazione della sua seconda serie di film che, solo una manciata di giorni dopo il passaggio televisivo, sarebbe stata presentata alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dell’86 e, a sorpresa specialmente del suo autore, si sarebbe consacrata nella storia del cinema vincendo il 43mo Leone d’Oro. L’ennesimo tassello, anzi con la facilità del senno di poi una fra le vette più alte, dell’idea di cinema essenziale e rigorosa, apparentemente semplice e invece sempre simbolica e stratificatissima in ogni gesto e in ogni parola, che ha fatto grande l’autorialità di Rohmer ribaltando la fetta di torta hitchcockiana in una vera e propria fetta di vita, e al contempo un film anomalo e peculiare tanto all’interno della sua filmografia quanto, a partire dalla frase iniziale che effettivamente non è una commedia né un proverbio ma un verso poetico di Arthur Rimbaud («Ah! Lascia che venga il momento / Quando i cuori si innamorano»), fra gli altri titoli che compongono Commedie e proverbi. Un film che nella dialettica e nelle interazioni umane, anche e soprattutto per la scelta di affidare le redini dei dialoghi e della trama all’attrice protagonista Marie Rivière, si disvela più naturale e vero che mai di fronte alla macchina da presa, mentre al contempo si spinge più in là di ogni altro nella profondità degli abissi psicologici ed esistenziali – sottolineati questa volta, altra eccezione fatta da Rohmer alle ‘regole’ di asciuttezza del proprio cinema, con pennellate di musica extradiegetica – fino all’aperta depressione, all’impossibilità di stare con se stessi, a una mancanza di stimoli che solo un sentimento (o forse un’illusione, ma poco importa: quello che conta è scuotersi dal torpore del male di vivere e finalmente credere nella possibilità di un miracolo) potrà trasformare in nuova speranza.
È dichiaratamente lo stesso dell’omonimo romanzo di Jules Verne, Il raggio verde rohmeriano. Quel fenomeno naturale, ottico e atmosferico, dovuto alla rifrazione della luce del sole nell’angolo della curvatura terrestre, il cui riverbero si scompone come in un prisma nei colori da cui è composto l’irraggiamento permettendo in particolari condizioni di nitidezza di scorgere per una frazione di secondo, sull’ultimo raggio del tramonto, un bagliore verde all’orizzonte. Ma soprattutto quel sogno poetico di chi riesce a vederlo di potere, almeno per un momento, «leggere i propri sentimenti e quelli degli altri». Come se lo spettro del visibile in qualche modo comunicasse con lo spettro dell’anima, da qualche parte fra la mente, lo spirito, il cuore, la magia dell’esistenza. Fino a fare del libro di Verne, e dei suoi simboli romantici, non una semplice ispirazione, ma un riferimento che diventerà apertamente metatestuale quando la protagonista Delphine ascolterà la conversazione fra un gruppo di appassionati lettori di mezza età, che discutono del romanzo e dei suoi possibili significati simbolici e sentimentali perfettamente consci della speranza da sempre associata al verde. Lo stesso verde che, non a caso, esplode già dal fondo dei titoli di testa, per poi accompagnare il mese di poco abbondante di narrazione con i cartelli diaristici che, come già ai tempi de Il ginocchio di Claire, scandiscono la narrazione de Il raggio verde in giornate rigorosamente cronologiche ma non necessariamente consecutive fra il 2 luglio e il 4 agosto. Lo stesso verde che, progressivamente, si ritroverà sempre più spesso in qualche dettaglio nelle palette di colori delle inquadrature, in un cespuglio o in un cappello, su un volantino o in un portone, in un vestito o sul retro di una carta da gioco trovata per strada. Eppure Delphine sembra rifiutarla in ogni modo, la speranza. Come se quella telefonata di un’amica che, per godersi il nuovo fidanzato, annulla la vacanza in Grecia che avevano programmato di fare insieme pochi giorni prima della partenza, avesse definitivamente frantumato il suo già difficile equilibrio in cui ancora leccarsi le ferite dopo la fine della sua ultima relazione sentimentale. Sofferente per la solitudine ma al contempo non realmente disposta a incontrare nuove persone, e anzi paradossalmente in costante fuga, con l’ostinazione romantica di chi crede nel vero amore e, proprio per questo, rifiuta tutto ciò che si preannuncia momentaneo a costo di chiudersi una dopo l’altra tutte le porte, a costo di esacerbare il proprio isolamento fino ai grovigli più oscuri della depressione. Ancora più sola proprio quando è in mezzo agli altri, che cercano invano di scuoterla e che invece finiscono per criticarla e per farla sentire giudicata, facendola piangere per il suo vegetarianesimo, per le sue contraddizioni, per le sue difficoltà di socializzazione, per il suo rifiuto di avventure alla ricerca di qualcosa di più profondo. Tanto infelice in una Parigi in ferie e semideserta da dover costantemente ripartire, e al contempo tanto a disagio qualsiasi sia la sua meta da preferire ogni volta tornare a casa. Impegnata in un sostanziale Tour de France centrifugo in cui, dalla capitale, continuare a fare avanti e indietro verso ogni punto cardinale, dal nord della Manica a guardare verso il freddo mare di Cherbourg con i maglioncini, fin giù alle calde spiagge che a Biarritz si affacciano a sud sull’Oceano Atlantico proprio sulla linea in cui i Pirenei segnano il confine con la Spagna (o meglio, con i Paesi Baschi), passando per una toccata e fuga sulle Alpi montane che, dalla Savoia di La Plagne, guardano a Est verso l’Italia. Un insistito vagare per i luoghi più disparati alla ricerca di un proprio posto nel mondo, o forse semplicemente di un istante, di un incontro inaspettato proprio all’ultima stazione, di una luce, di una magia, di una catarsi. Di un sorriso commosso verso il tramonto, mentre il cielo di Saint-Jean-de-Luz si illumina di un bagliore verde che poco conta se sia reale o solo immaginato: è il materializzarsi negli occhi di un desiderio, e quindi è il ritorno stesso di un desiderio, di una luce nel buio, di un’utopia con cui riempire il cuore. Di una visione (o di un miraggio) che riesca finalmente a squarciare il velo di depressione, facendo scattare quella scintilla che riapre un’anima al mondo.
Del resto è un capolavoro che vive di aperti contrasti, Il raggio verde. Proprio come è fatta di continue contraddizioni ed inevitabili cambi di idea e di condizioni l’intera vita. Da una parte la libertà assoluta dell’improvvisazione lasciata agli attori, e quindi la ricerca di una verità emotiva e personale ben più profonda di qualsiasi possibile snodo di trama, e dall’altra una messa in scena rigorosissima per vicinanza, cromatismi, simboli e scansione temporale, con cui scartare da un sostanziale Cinema verité verso gli accenti linguistici della Nouvelle Vague fra le già citate musiche che puntellano la narrazione e l’ancor più inedito assenso di Rohmer, da sempre e per sempre contrario a qualsiasi trucco cinematografico, a manipolare le immagini del raggio verde finale per renderlo ancora più chiaro e visibile. Da una parte l’inevitabile pulsione alla vita, che imperterrita scorre anche quando non succede nulla fra i suoi incontri e le sue piccole e grandi increspature, e dall’altra l’immobilismo in cui temporaneamente cercare di annullarla, chiusi a riccio nelle proprie frustrazioni per cercare di proteggersi dalle sue continue vibrazioni senza ancora nemmeno immaginare il momento dell’epifania. Da una parte i continui spostamenti da un luogo all’altro, girando quasi l’intera Francia vacanziera degli anni Ottanta (nonostante l’impossibilità di Delphine di andare in Costa Azzurra a causa della casa di Antibes occupata dall’ex-fidanzato), e dall’altra la scelta di Rohmer di lasciare i viaggi (e il potenziale road movie) rigorosamente fuori dal campo. Da una parte il rifiuto categorico delle frivolezze e delle avventure di una notte, ma in generale la fuga dai maschi, da parte della protagonista, e dall’altra le sue amiche, i conoscenti, le persone che incontra (basterebbe la disinibita turista svedese, così opposta nella sua ricerca di avventure balneari senza la minima volontà di impegnarsi…), e soprattutto i corteggiatori, che non riescono a capire come dietro alla sua ostinazione morale ci sia in realtà la ricerca di un amore puro e assoluto, ideale, che non ammette forzature ma solo la purezza del caso, del colpo di fulmine, del sentire sin da subito qualcosa, dell’istinto che spinge a compiere un atto apparentemente inspiegabile. Come la decisione improvvisa secondo la quale, dopo aver rifiutato per settimane qualsiasi possibile spasimante, ritrovarsi inaspettatamente a fare il primo passo (e il secondo, e poi chissà quanti altri, o magari no) verso il giovane ebanista incontrato alla stazione. L’unico apparentemente in grado di capirla, sin dal momento in cui le vede in mano L’idiota di Dostoevskij intuendolo in parallelo con la purezza d’animo e sentimentale della lettrice. L’unico che poserà su di lei lo sguardo senza esprimere la superficialità di un desiderio puramente meccanico, ma facendole al contrario percepire l’opportunità di un interesse reale, la possibilità di tornare a innamorarsi, il sogno. L’unico che condividerà con lei la visione del raggio verde, e quindi la reciproca possibilità di leggersi come libri aperti le anime o, per lo meno, la speranza e la magia di poterlo fare, affidando alla Natura e alle rifrazioni del sole sull’atmosfera le scelte sul loro destino. Il momento in cui, come nel verso di Rimbaud, «i cuori si innamorano», colti su quella scogliera e in qualche modo infiammati da quell’ultimo bagliore di fuoco del vespro. Poi, quello che accadrà dopo i titoli di coda non è dato saperlo, ma non è nemmeno importante. Potrà diventare la storia della vita per entrambi, oppure finire nell’ennesima delusione. In ogni caso, quell’attimo non si potrà mai cancellare. Non si potrà mai cancellare quello sguardo, non si potrà mai cancellare quel sorriso, non si potrà mai cancellare quella lacrima, non si potrà mai cancellare quella rivelazione. Non si potrà mai cancellare quella sensazione di essere di nuovo vivi e pronti all’amore, almeno per un momento. Senza bisogno di chissà quale evoluzione personale, anzi rimanendo perfettamente puri, coerenti con se stessi e con la propria idea di sentimento totale e senza compromessi. Forse, per Delphine, era solo questione di vagare apparentemente a vuoto fino a vederlo apparire in una sala d’attesa, proprio quando meno ci pensava. Proprio come, per Éric Rohmer, era solo questione di riguardare un film girato due anni prima senza sapere quale sarebbe stato il suo futuro, e allo stesso modo rimanerne folgorato. (Ri)scoprendolo lieve, eppure profondissimo. Psicologicamente sofferto e malinconico, eppure pregno di assoluta dolcezza. Apparentemente piano e semplice, eppure iper-stratificato in ogni parola e in ogni simbolo. Per molti versi sperimentale, eppure perfettamente coerente con un’intera carriera. Semplicemente perfetto e magnifico nella sua genuina umanità, nella sua inquietudine esistenziale, nella sua intrinseca verità, nella sua esplicita finzione. Nella magia colorata e luminosa in cui nasce un amore.
Info
Il raggio verde, un trailer.
- Genere: commedia
- Titolo originale: Le Rayon vert
- Paese/Anno: Francia | 1986
- Regia: Éric Rohmer
- Sceneggiatura: Éric Rohmer
- Fotografia: Sophie Maintigneux
- Montaggio: Lisa Hérédia
- Interpreti: Amira Chemakhi, Béatrice Romand, Carita, Gérard Quéré, Irène Skobline, Julie Quéré, Lisa Hérédia, Marie Rivière, Rosette, Vincent Gauthier
- Colonna sonora: Jean-Louis Valero
- Produzione: Les Films du Losange
- Distribuzione: Academy Two
- Durata: 94'
- Data di uscita: 28/10/2024






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