Our Lovely Pig Slaughter
di Adam Martinec
Forte di un umorismo al vetriolo e di un amore genuino verso le radici e le tradizioni più identitarie che stanno forzatamente scomparendo dalla Repubblica Ceca, Our Lovely Pig Slaughter (in originale Mord, “uccisione”) segna l’esordio al lungometraggio del giovane Adam Martinec con un occhio alla Nová Vlna e l’altro all’anatomia contemporanea di una nazione. Una commedia drammatica corale, già premiata a Karlovy Vary e ora presentata nel Concorso Lungometraggi del 36mo Trieste Film Festival, che si tiene alla larga da ogni possibile retorica vegan per mettere al centro il rito antichissimo della macellazione domestica del maiale, e da lì ragionare con uno straordinario cast in gran parte non professionista sul progressivo disfarsi delle dinamiche interpersonali e sulle storture familiari, generazionali e di genere.
Ritratto di famiglia in un porcile (del maiale non si butta via niente)
Karel e la sua famiglia si riuniscono per il tradizionale rito dell’uccisione del maiale. La macellazione, che si svolge ogni anno dai nonni a Osoblaha, è una tradizione familiare molto sentita. Tuttavia, quest’anno si preannuncia diverso dagli altri. Il nonno è alle prese con la difficile decisione di porre fine a questa tradizione, perché allevare un maiale è diventato ormai troppo gravoso. Ciò preoccupa il genero e vedovo Karel, che in questo evento trova conforto alla sua solitudine. Tra tensioni crescenti, il carattere dominante di Karel e il matrimonio in crisi di Lucia si aggiungono alle controversie della famiglia, che deve inoltre fare i conti con un vicino di casa dispettoso. Una sfida ulteriore nasce quando il macellaio Tonda si presenta con delle cartucce umide, mettendo così a rischio la riuscita dell’evento. Nel corso della giornata i legami familiari vengono messi a dura prova ed emergono la forza e la fragilità delle relazioni umane fondate sulla tradizione e sull’amore. [sinossi – TSFF35]
È una tradizione antica quasi come il mondo e comune a qualsiasi zona geografica abbia mai allevato suini, quella della macellazione domestica del maiale. Un rito di festa e partecipazione familiare tanto sentito e radicato da diventare simbolo stesso e secolare della realtà rurale, vero e proprio elemento identitario di un’intera zona e forse di un’intera nazione, eppure come tutte le consuetudini derivate dal folklore una pratica che sta inevitabilmente procedendo verso la via d’estinzione, da qualche anno espressamente vietata dalle norme igieniche europee (per quanto a livello locale ancora garantita e tutelata come patrimonio culturale da regolamentazioni regionali, come nei casi ‘nostrani’ di Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Campania e Calabria) e forse complice il mutare della sensibilità animalista, o magari semplicemente dei tempi costretti a correre dietro al Capitale, sempre meno praticata dagli allevatori e dai loro parenti. Del resto, a causa dell’età troppo avanzata dei capostipiti per continuare con il gravoso compito di crescere e ingrassare per un intero anno il maiale, anche per le quattro generazioni che il trentacinquenne ceco Adam Martinec immagina, all’inizio dell’inverno, riunite nella casa dei (bis)nonni per usare ogni singolo pezzo dei 150 chili dell’animale e preparare provviste e insaccati da dividersi per i mesi successivi, quella di Our Lovely Pig Slaughter è sin da (quasi) subito dichiaratamente l’ultima volta. Un’ultima occasione per uccidere insieme, quasi biblicamente, il vitello grasso (che vitello non è, ma poco cambia), rispettando una per una le fasi tradizionali dalla mattina delle preparazione delle cipolle alla sera inoltrata in cui riempire l’ultimo budello, ma soprattutto in cui vedersi e confrontarsi tutti insieme, nonni, genitori, figli e nipotini, ma anche cognati, generi e nuore (e un vicino delatore come già probabilmente lo fu durante il regime, villain forse narrativamente necessario ma in fin dei conti unico personaggio realmente debole dell’intreccio), mentre tornano alla superficie tutti i rancori e tutti i non detti, tutti i divari di genere e i sempre più incolmabili gap generazionali, tutto il dramma latente e tutta l’ironia tagliente intrinsechi di un’intera società. Un doppio binario simbolico – da una parte un’usanza per molti versi fondativa e ora in declino del popolo ceco, o per lo meno di quello della Moravia settentrionale dove il regista è nato e cresciuto, e dall’altra l’intreccio tragicomico di dinamiche familiari ed esistenziali che allo stesso modo progressivamente si sfaldano o che almeno rivelano tutta la loro fragilità – su cui Martinec cuce il suo lungometraggio d’esordio intersecando ricordi autobiografici e riflessioni paradossali sull’identità personale, familiare, contadina e nazionale, scegliendo di affidare ad attori in gran parte non professionisti (menzione speciale per il padre del regista, Karel Martinec, nel ruolo del suo omonimo) un affresco corale al tempo stesso malinconico e irresistibilmente spassoso, che evita ogni pastoia non prendendo nemmeno in considerazione alcun tipo di retorica vegana (pure il poliziotto che, nello sbiancare del macellaio, dichiara di essere vegetariano, chiuderà tutti e due gli occhi quando chiamato per la macellazione tecnicamente da pochi mesi illegale: l’uccisione rituale e alimentare del maiale sul set è stata solo simulata e anche per questo lasciata appena ai limiti del campo, però non è mai messa in discussione etica, ed anzi è vista come alto valore solenne, culturale ed educativo), e nella giornata di festa innesta la senilità che avanza, l’infelicità maldissimulata dei singoli nuclei familiari, le crisi coniugali, le crisi esistenziali, la nostalgia del vedovo e delle figlie orfane, e poi ancora le incomprensioni, le incomunicabilità, il rinfacciarsi reciprocamente tutti i sensi di colpa. I tempi che passano e che cambiano, lasciando inevitabilmente le proprie cicatrici e i propri fantasmi. Perfino l’auto nuova del macellaio, pur foriera di tanti complimenti, in realtà lascia passare l’acqua nel portabagagli e fa bagnare le cartucce della pistola, dimostrandosi l’ennesimo tassello che finge invano di essere ciò che non è, e che inevitabilmente prima o poi non potrà che svelare la sua reale natura e il suo reale punto di crisi.
Basterebbe forse il momento ai limiti dello slapstick in cui, scivolando con in mano la preziosa bacinella di sangue del maiale appena raccolto con cui i protagonisti avrebbero dovuto/voluto trasformare i macinati in sanguinacci e soppressata, Karel spreca tutto il prezioso liquido tirandoselo letteralmente in testa. Ridicolizzato e ricoperto di sangue, come una novella Carrie depalmiana, mentre attorno a lui la famiglia si riunisce in tutte le sue solitudini paradossalmente acuite dallo stare insieme, in tutte le sue frizioni e in tutte le sue divisioni personali e dialettiche, in tutte le sue infelicità e in tutte le sue contraddizioni, da qualche parte fra l’appartamento in cui il rumeno Cristi Puiu aveva immaginato le insistite sfide dialettiche di Sieranevada e la libertà assoluta (anche formale, come quando irrompono il ralenti e le composizioni secentesche del coro hussita, e in generale nell’umorismo sarcastico, amaro e graffiante che permea ognuna delle continue trovate dello script di Martinec) della Nová Vlna con cui il primo Forman, Věra Chytilová e i vari Menzel, Němec e Jireš, avevano reso grande cinema nella Repubblica Ceca dilaniata degli anni Sessanta. Così come basterebbe il nonno che a ottantotto anni parte alla ricerca di altro sangue suino o addirittura di un altro maiale con cui ripetere il rito parzialmente fallito, basterebbero i dettagli sugli occhi inumiditi dalle cipolle e sul punto giusto del bosco dove coltivare il rafano, basterebbe il macellaio terrorizzato dall’idea che la pistola possa fare cilecca, basterebbe il nipote bambino che fugge nei campi perché non vogliono farlo assistere all’uccisione, basterebbe la divisione netta fra gli uomini ubriachi in cortile unici depositari del suino e le donne relegate a preparare gli altri ingredienti in cucina. Basterebbe quel «per il viaggio» con cui regalare un pezzo di carne al poliziotto che non punirebbe mai l’atto di portare avanti una tradizione così importante e fondativa. Basterebbe il momento di armonia quasi magica in cui i bambini giocano felici col budello e con i macinati, oppure basterebbe quello di felice giovialità in cui vengono riempite le salsicce. Come dall’altra parte basterebbe la continua collera frustrata di Karel, basterebbe il matrimonio in crisi fra sua figlia Lucia e il genero, basterebbe la difficoltà che tutti hanno a trovare le parole giuste per parlarsi senza più rancori. Basterebbe quella (doppia) corsa disperata, più e meno sbronza, verso l’ambulanza. Elementi al contempo comici e tragici, assurdi eppure perfettamente realistici, apparentemente contrari e invece perfettamente compatibili, che in una continua fucina di idee accumulano tensioni, problemi repressi, recriminazioni, imprevisti e incidenti di ogni tipo, permettendo a Our Lovely Pig Slaughter, in prima italiana nel Concorso Internazionale del 36mo Trieste Film Festival dopo la Menzione Speciale portata a casa la scorsa estate da Karlovy Vary, di ergersi a profondo, ma non per questo meno divertente, paradigma di un tempo che fugge portandosi via ben precisi aspetti di un’identità. Ma soprattutto elementi con cui lavorare su più piani, familiari e tradizionali, prettamente cechi e in realtà universali, attraverso i quali da un lato costruire pazientemente la consapevolezza che ogni momento non può prescindere dalla sua inevitabile fine, e dall’altro ritrovare proprio nelle differenze più insanabili un nuovo punto di equilibrio in cui re-imparare ad ascoltarsi, a sorreggersi a vicenda, a essere nuovamente famiglia, a capire che, anche di fronte a una tradizione che appare irrinunciabile, c’è sempre qualcosa di più importante e insostituibile. Passando per i ricordi, per chi e per ciò che non c’è più, per i singoli istanti che rimarranno per sempre tatuati nella memoria, e che verosimilmente le prossime generazioni non potranno vivere se non come racconto nostalgico e consapevole, simbolico e ancestrale, ma non per questo meno importante nella loro formazione e nella loro vita. Come una vibrazione molto simile a un sentimento, magari da ritrovare proprio in un film piccolo e ambizioso, sorprendente tanto per la sua capacità di agitarsi sotto la superficie quanto di controllare poi le infinite direzioni delle increspature, che da polittico frammentario di voci e di situazioni si fa prima mosaico e poi affresco, e infine sguardo verso un futuro forse meno terribile di quanto potesse sembrare. Inevitabilmente diverso, o forse sotto la coltre di neve sempre uguale. Di sicuro non meno poetico.
Info
Our Lovely Pig Slaughter sul sito di Trieste 2025.
- Genere: commedia
- Titolo originale: Mord
- Paese/Anno: Repubblica Ceca, Slovacchia | 2024
- Regia: Adam Martinec
- Sceneggiatura: Adam Martinec
- Fotografia: David Hofmann
- Montaggio: Matěj Sláma
- Interpreti: Albert Čuba, Aleš Bilík, Antonín Budínský, Jan Koloničný, Karel Martinec, Karin Bilíková, Kristina Kaniová, Miloslav Čížek, Pavlína Balner, Zdeněk Pecháček
- Colonna sonora: Jonatán Pastirčák
- Produzione: Česká televize, Breathless Films, FAMU, Filmsomnia, Innogy
- Durata: 85'

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