Toxic

Già Pardo d’Oro a Locarno 2024, giunge in prima italiana al 36mo Trieste Film Festival (dove vince il premio principale) Toxic, esordio al lungometraggio della lituana Saulė Bliuvaitė che gira attorno agli apprendistati delle giovanissime modelle di provincia per ragionare sullo sfruttamento del corpo. Un coming of age spietato già nelle sue idee di messinscena, magari anche condivisibile nel suo tentativo di denuncia sociale e senza dubbio forte di ottime scelte di cast, ma in definitiva dallo sguardo troppo calcolato, cinico e distaccato per creare reale empatia.

Da grande voglio fare la modella

Abbandonata dalla madre, Marija, 13 anni, è costretta a vivere con la nonna in una squallida città industriale. Dopo un litigio per strada, Marija fa amicizia con Kristina, una coetanea che ambisce a diventare modella. Nel tentativo di avvicinarsi a lei, Marija si iscrive a una misteriosa scuola di moda, dove le ragazze vengono spinte oltre i limiti fisici e psicologici per prepararsi al più grande evento di casting della regione. [sinossi – 36TSFF]

«Questa non è semplicemente una scuola per modelle. È una scuola di sicurezza, in cui imparare ad avere fiducia in se stesse» dichiara ipocrita la spietata insegnante (e imprenditrice, e truffatrice, e manipolatrice, e consapevole schiavista) a capo della scuola di moda, quando la tredicenne Marija, alta magra slanciata e bellissima nonostante la zoppia che la accompagna sin dalla nascita, decide di iscriversi per stare vicino alla coetanea Kristina con la quale ha appena stretto un’amicizia che, dopo i primi attriti ed episodi di bullismo, sembrava del tutto improbabile. Parole al miele che fanno apparire dorata la porta d’ingresso per quello che sarà invece un tunnel di sacrifici e di ossessiva magrezza, di continui controlli del peso e delle misure di seno e girovita, di pressioni fisiche/psicologiche e di continue estorsioni di denaro (con tanto di immancabili clausole scritte in piccolo) per partecipare ai costosi photoshoot, sui quali la appena trentenne lituana Saulė Bliuvaitė, mescolando ricordi (o forse sarebbe meglio dire traumi) di gioventù con una riflessione sui corpi spinti fino ai loro limiti più estremi e pericolosi, forgia il suo esordio al lungometraggio Toxic (in originale Akiplėša, in realtà meglio traducibile come “sfrontato, sfacciato, spudorato”), presentato in prima italiana al 36mo Trieste Film Festival a pochi mesi di distanza dal concorso del Locarno Film Festival in cui la giuria capitanata da Jessica Hausner (con il cui cinema di geometrie, come vedremo, questo film cerca più d’un allele in comune) lo ha (generosamente, tanto vale dirlo subito) premiato con il massimo riconoscimento del Pardo d’Oro. Un film, per stessa ammissione della regista nato dalla visione del documentario Girl Model con cui nel 2011 David Redmon e Ashley Sabin raccontavano la “tratta” delle modelle fra Siberia, Giappone e Stati Uniti, e soprattutto dal suo riconoscere il proprio passato in quelle immagini, in cui il corpo è centro nevralgico e unica reale merce di scambio con la società glaciale e insensibile che lo guarda e lo desidera, in un vortice di dolore e di autodistruzione dal quale non pare intravvedersi via di scampo se non la più ingannevole e nociva delle illusioni, l’utopia per cui annientarsi fino a demolirsi, il risvolto incubale di un sogno che si rivela impossibile. Fra pasti vomitati e vermi solitari con i quali rischiare la vita, gelidi stanzoni e squallidi cessi luridi in cui farsi fare i buchi per i piercing, droghe con cui non provare più appetito e moli su cui risvegliarsi abbracciate a chissà chi, furtarelli assortiti prima del banco dei pegni e misteriosi «massaggi» in appartamento in cambio di soldi. Per una tossicità che è tanto interna, compagna di ogni scelta sbagliata e di ogni dinamica anoressica e autolesionista, quanto esterna, condivisa, generalizzata, probabilmente inevitabile. Una tossicità che è propria dell’ambiente ostile, del mondo, della società, della scuola, della moda, dei retaggi patriarcali, dei rapporti interpersonali, del capitalismo. Una tossicità che è propria delle famiglie (Marija abbandonata dalla madre e spedita in quel paesino sperduto dalla nonna fiorista, Kristina alla quale il padre chiede apertamente di uscire di casa senza nascondere in alcun modo il suo desiderio di fare sesso con la nuova fiamma), che è propria delle dinamiche di gelosia e di crudeltà che si instaurano con le altre ragazze in competizione per lo stesso obiettivo, così come è propria anche dei ragazzi più grandi che le desiderano, e soprattutto degli adulti che vedono le protagoniste solo per la loro bellezza usa e getta, come oggetti da invasare e da sfruttare senza minimamente curarsi dei danni a medio e lungo termine che faranno ai loro corpi e alle loro fragili psicologie.

Eppure, nonostante il ben chiaro e condivisibile afflato sociale che Saulė Bliuvaitė vuole portare sullo schermo, e nonostante l’indubbia e sorprendente bravura delle giovanissime protagoniste Vesta Matulyte e Ieva Rupeikaite, vedendo Toxic sin da subito qualcosa non torna. A partire dall’idea di regia, innegabilmente chiarissima e a partire dall’uso del 16mm in formato 1,66:1 raffinata e prettamente autoriale nei suoi intenti estetici e linguistici, eppure tanto fredda e calcolata nello sguardo, per non dire spesso cinica e volutamente fastidiosa nel torturare senza pietà le proprie protagoniste, da finire per annullare qualsiasi possibile empatia e in definitiva respingere lo spettatore. Una messa in scena con cui guardare alle (cocciute) contraddizioni delle ragazze e allo stesso modo far coesistere due stili, da una parte la geometria distaccata dei grandangoli fissi in leggero plongée e le sospensioni (musical) grottesche e (non sempre) oniriche sulle stanze piene e vuote con cui la regista sembra voler guardare al cinema di Ulrich Seidl (quasi esplicitamente citato nel momento in cui qualche persona obesa si mette a prendere il sole, o nella sequenza totalmente gratuita che vede una delle protagoniste unica con il costume in una sauna piena di matrone nude di mezza età, o ancora quando sullo schermo di un computer appare e si protrae per qualche interminabile secondo un’operazione chirurgica a un occhio), e dall’altra l’ipercinetismo dei pedinamenti a mano che, al contrario, letteralmente si appiccicano alle protagoniste e alle loro insistite decisioni immature e sbagliate, indotte dalla scuola e in generale da una società alienante, disumana e superficiale, che le sfrutta senza nemmeno provare a garantire loro alcun reale sbocco futuro. Immerse in un microcosmo di anfratti sudici fino all’eccesso e di carcasse d’auto abbandonate lungo le strade, a fare il bagno in una foce che sembra una fogna mentre i ragazzi più grandi le spingono verso l’alcool e il crack prendendosi in cambio l’innocenza e l’ingenuità di chi non è ancora pronta per la sessualità, e che credendo di vedere un futuro in fondo al tunnel finisce per inseguire e abbracciare un fantasma che la potrà condurre solo verso l’autodistruzione. Il risultato è un atipico coming of age, necessariamente irrisolto perché non esiste una vera e propria evoluzione possibile ma solo la fuga dalla trappola di un giro a vuoto che non può che riportare alla stessa desolazione di prima, ma con ancora più cicatrici e meno speranze (emblematica in tal senso l’inquadratura finale, con le traiettorie concentriche di un mini-quad che ricordano e concettualmente riportano all’anello chiuso su cui sfrecciava la Ferrari nell’incipit immaginato da Sofia Coppola per Somewhere), nel quale l’unico possibile punto di approdo dei personaggi non potrà che essere la caduta delle illusioni, la definitiva perdita di ogni speranza di poter abbandonare la desolazione di quella provincia, la consapevolezza nichilista che non sempre il fine giustifica i mezzi, e che non sempre conviene fidarsi di chi chiede sacrifici promettendo un futuro migliore. Al punto che anche la mossa di altruismo inaspettata da parte di un padre disfunzionale disposto a vendere la macchina per la figlia, o il tardivo tentativo di protezione da parte di una madre assente, potranno fare nulla per cambiare la situazione. Poi, certo, in mezzo non mancano buone intuizioni. Come quando, ancora prima dei titoli di testa, Marija appena arrivata in città e alla quale sono appena stati rubati i jeans come puro dispetto da parte di Kristina e delle sue amiche viene letteralmente risucchiata nella realtà tossica e sconsolata sfondo e oggetto del film da una carrellata all’indietro che la incornicia nell’armadietto vuoto della piscina. Oppure quando, per la prima volta, Kristina vede e ammette la bellezza della ragazza fino a quel momento presa in giro perché zoppa, quando si allenano insieme a sfilare imparando a nascondere il difetto fisico, e soprattutto quando la misura sarà colma e non ci sarà più spazio per i sogni autolesionistici, ma solo per proteggersi e curarsi a vicenda. Sprazzi di un talento evidente, che non bastano però a coprire i limiti di un film freddo nello stile e a tratti confusionario nello script, fatto di troppe tensioni – si veda quella omoerotica fra le due protagoniste, che si scambiano un singolo bacio o che forse solo lo sognano alla fine di una serata alcoolica – incapaci di trovare un reale sbocco, e di troppe suggestioni che cercano di far convivere durezza e fascino dimenticandosi però l’atto, fondamentale e necessario, di affezionarsi e volere sinceramente bene alla proprie protagoniste.

Info
Toxic sul sito di Trieste 2025.

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