My Late Summer
di Danis Tanović
Co-produzione fra Bosnia e Croazia sospesa fra la rom-com, il melodramma, il romanzo di formazione e un’inguaribile nostalgia verso la Jugoslavia unita e socialista di Tito, My Late Summer segna il decimo ritorno dietro alla macchina da presa di Danis Tanović, a partire da un brillante soggetto originale dell’attrice protagonista Anja Matković con cui ritrovare su una piccola isola dalmata la propria identità e una pacificazione esistenziale che sembrava impossibile. Fuori concorso, dopo l’anteprima di Sarajevo, al 36mo Trieste Film Festival.
Latte più
Quando Maja arriva su un’isola remota della Dalmazia per risolvere una questione legata a un’eredità familiare, non si aspetta di fermarsi così a lungo. Gli abitanti dell’isola sono abituati a uno stile di vita piuttosto atipico, particolarmente influenzati da Ićo, il sindaco della città, e da Nediljko, suo socio in affari nella coltivazione di eco-marijuana. Sull’isola Maja incontra Saša, e travolta da nuove emozioni e da una serie di eventi inaspettati riuscirà finalmente ad affrontare il suo passato. La ricerca dell’eredità si trasformerà così in una ricerca della propria identità, e in una richiesta di perdono. [sinossi]
«Qui ci sono quattro cose sacre: Tito, la Vergine Maria, l’FC Hayduk Spalato e il British Race Green», che poi sarebbe il caddy da golf del sindaco (e proprietario del solo bar, e parallelamente segreto coltivatore di marijuana bio con cui finanziare la nuova rete fognaria…), unica (pseudo)auto(Papa)mobile in tutta la piccola isola della Dalmazia in cui è ambientato My Late Summer. Un film, ritorno alla regia di Danis Tanović tre anni dopo i ćevapčići di Deset u pola, che parte come una scatenata rom-com fatta di cadute in mare notturne e di risvegli dolcemente avvinghiati, di scooter elettrici che inevitabilmente si scaricano e di dita che inaspettatamente tornano a picchiettare su una tastiera, di nuotate insieme al tramonto e di felicità troppo rapide e totalizzanti per non dovere prima o poi lasciare lo spazio alla malinconia di un improvviso scacco matto, mentre delicatamente emerge il (melo)dramma di una figlia che non ha mai conosciuto il padre e che nemmeno parla più alla madre che l’ha cresciuta da sola, di un amore forzatamente reciso proprio nel pieno del suo sbocciare, e poi ancora di una famiglia porto di mare che ha sopportato tradimenti, diaspore e continui abbandoni, proprio mentre un’altra famiglia già abbandonata cerca forzatamente di riunirsi proprio quando il cuore è ormai da un’altra parte. Elementi di un romanzo di formazione che si intesse fra una risata e una pennellata di umanità, fra un litigio di paese e un abbraccio di famiglia o di perdono, fra l’ardore bruciante di un inaspettato innamoramento e il pianto di quando eventi esterni lo mandano in frantumi come già fu per la generazione precedente. Fino al momento in cui la giovane protagonista Maja, giunta piena di traumi e di rancore solo per pretendere la sua parte di identità dopo la morte di quel padre per lei senza corpo senza volto e senza affetto, ma costretta sin da subito a scontrarsi con i rilassati ritmi del fuori stagione accettando di trascorrere il tempo necessario lavorando (con vitto e alloggio) nel bar del paese, si ritroverà a scoprire su un’isola remota, fra conflitti umani e (dis)illusioni amorose ed esistenziali, le origini della propria identità, e a (ri)trovare finalmente una pace che le sembrava impossibile con cui rimettere almeno un po’ d’ordine nella propria vita e nel proprio nucleo familiare. Una pacificazione che scoprirà essere la stessa di un fratello che nemmeno sapeva di avere, e per il quale il medesimo padre aveva sì un corpo e un volto ma è stato per tutta la vita allo stesso modo un estraneo, una figura ectoplasmica sempre pronta a ripartire e almeno una volta pronta a re-innamorarsi ma mai a crescere i suoi figli nemmeno legittimi, e forse pure la stessa di quell’amore bruciante e doloroso al quale la rinuncia al desiderio (e quindi all’ispirazione, al sogno di una vita alternativa, forse a un’intera carriera letteraria che ha oramai perso la sua musa) permette invece il riscatto, la possibilità inestimabile di essere realmente e forse per la prima volta padre, il (ri)cominciare a crescere e a proteggere e ad amare un figlio. Intrecci emotivi che Danis Tanović delinea e mette in scena con un umorismo almeno a tratti irresistibile, fra personaggi strambi (il goffo amico tuttofare del sindaco, il silenzioso ragazzo con la macchina fotografica, l’insospettabile anziana arrestata per spaccio, l’insegnante di lettere costretto a riciclarsi come operaio, l’avvocatessa dal pollice verde, i poliziotti letteralmente stesi da un ardito «esperimento» non solo alcoolico…), situazioni sempre più parossistiche e fallimentari lavori di restauro nella villa dell’aitante romanziere (mancato?) Saša, passando per le danze coreografate con cui stimolare la crescita dell’erba psicotropa e per le mucche (pazze) che l’hanno mangiata e che ora vagano in stato confusionale per i campi e il paese, da rincorrere e mungere sperando di recuperare almeno in altra forma il principio attivo.
Eppure, senza voler nulla togliere agli aspetti più popolari, divertenti ed emotivi del film, con ogni probabilità la chiave di lettura in assoluto più interessante di questo My Late Summer, presentato in prima italiana fuori concorso al 36mo Trieste Film Festival dopo l’anteprima a Sarajevo, è un’altra, ben più politica. A partire dal suo porsi, sin dalla genesi e poi in ogni singola scelta e battuta, passando per la caratterizzazione tutto fuorché casuale di un’isola il più possibile archetipica e radicata come una sorta di oasi felice che è giusto non sia possibile identificare all’interno di un arcipelago, come un film che non vuole essere solo croato come suggerirebbero l’ambientazione dalmata, la storia, i personaggi e gli attori che lo interpretano (in testa la protagonista Anja Matković, anche soggettista e co-sceneggiatrice), né tanto meno solo bosniaco come il regista che ha riadattato la prima versione dello script e lo ha definitivamente reso racconto per immagini. Fra co-produzioni internazionali e per nulla dissimulata nostalgia titina, My Late Summer vuole semmai essere un film orgogliosamente jugoslavo, ambientato nella (quasi) contemporaneità del 2023 ma in un luogo consapevolmente fuori dal tempo e a suo modo anche dallo spazio, nel quale (quasi) tutto è rimasto come quarant’anni fa. Un luogo puro e incontaminato nella sua vita che segue e rispetta i ritmi della Natura, ancora protetto dalle storture del Capitale proprio perché intriso di una coscienza politica ben precisa e ostinatamente antifascista, socialista e anzi dichiaratamente comunista, vissuta quotidianamente tanto dal sindaco quanto dalla manciata scarsa di abitanti ancora intenti a panificare e a coltivare ortaggi, preoccupati solo che qualche bovino possa scappare dagli steccati. È per questo che, ben al di là dell’unico bar che non smette per un attimo di far risuonare in diffusione dalle casse Bella ciao in italiano, Po Šumama i gorama inno dell’Armata Rossa Jugoslava, Budi se istok i zapad canto rivoluzionario socialista dei Partigiani titini, la Bilećanka scritta dai comunisti prigionieri politici sotto il principe Paolo o il tradizionale Ay Carmela che accompagnava gli antifascisti nella Guerra Civile spagnola, e ben al di là dell’anziana vicina partigiana – «Se non fosse per lei oggi parleresti italiano» – che ancora imbraccia il fucile e spara dal balcone quando sente arrivare qualsiasi cosa da occidente, emergono una serie di discorsi magari provocatori ma nemmeno troppo ironici e tutto fuorché banali sui meccanismi del Sistema, sull’onda nera che se arrivasse anche sull’isola costruirebbe pure lì alberghi-grattacielo sulla spiaggia con cui privatizzare e annullare le (tante) libertà, sul “loro” apparente dare lavoro per guadagnare sul sudore del popolo, non più specificizzato e indipendente nelle sue minuscole attività commerciali, per poi magari licenziarlo sostituendolo con chi chiede meno, mentre «Tito non chiedeva al popolo ignorante cosa volesse. Ha costruito scuole, ospedali e fabbriche per noi, punto e basta. Il debito pubblico dell’intera Jugoslavia era di 17 miliardi e mezzo, ora solo la Croazia supera i 48». Un ben preciso esporsi con sui Danis Tanović, distaccato già da tempo, per lo meno da Death in Sarajevo, dai vestiti a fiori e dai violini tsigani già di Emir Kusturica con il quale nella prima parte di carriera aveva condiviso parte dell’immaginario, cuce insieme un film in cui riconoscersi prima ancora di conoscersi, come fratelli o come amanti, come mancanze e come (non) ricordi, come (in)consapevoli somiglianze e differenze, fino a imparare insieme a capirsi fino in fondo e da lì a guardare avanti con una visione non più semplicemente individuale ma sistemica e collettiva, altruistica, votata all’apertura e al bene comune. Forse proprio quel finale che inizialmente Maja, fra i tanti lettori dell’unico romanzo di Saša l’unica che avrebbe preferito che il protagonista nel finale rimanesse fanciullesco, a vivere fino in fondo quell’infanzia felice e innocente che a lei, costretta a crescere troppo in fretta, in qualche modo era stata negata dalla vita, non avrebbe voluto, e invece così inevitabile e sublime nella sua semplicità, in quella sua decisione inaspettata di rinunciare all’eredità per beneficenza e reale affetto, in quell’incrocio di sguardi mentre la barca si allontana lasciando a ognuno la propria vita e i propri sogni ancora tutti da vivere, ora più che mai vicini dietro l’angolo. E poi in quel telefono su cui finalmente comporre un numero, dire finalmente «ciao mamma», e in un battito di ciglia riuscire dopo tanti anni a perdonarsi a vicenda.
Info
My Late Summer sul sito di Trieste 2025.
- Genere: commedia, melodramma, sentimentale
- Titolo originale: Nakon ljeta
- Paese/Anno: Bosnia-Erzegovina, Croazia, Romania, Serbia, Slovenia | 2025
- Regia: Danis Tanović
- Sceneggiatura: Anja Matković, Danis Tanović, Nikola Kuprešanin
- Fotografia: Miloš Jacimović
- Interpreti: Anja Matković, Boris Ler, Goran Navojec, Ivana Roščić, Luka Juričić, Marija Škaričić, Mario Knezović, Mirela Brekalo, Snježana Sinovčić Šiškov, Uliks Fehmiu
- Colonna sonora: Livina Tanović
- Produzione: Film House Baš Čelik, Obala Art Centar, Propeler Film, Tangaj Production, Tramal Films
- Durata: 98'

Trieste Film Festival 2025
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