Living the Land

Living the Land

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Ancora un affresco della Cina rurale offerto da Huo Meng con la sua ultima opera, Living the Land. La profonda trasformazione del paese è in atto e se ne odono gli echi anche in quel mondo decentrato. Un’elegia dei campi di grano, della dura vita contadina, in una piccola comunità rurale che ancora vive in accordo al calendario lunare, mentre la vita famigliare e di comunità è scandita da nascite e morti, matrimoni e funerali. In concorso nella Berlinale 2025.

Quella Cina è lontana

È il 1991 e la trasformazione socioeconomica della Cina sta influenzando profondamente la vita delle singole famiglie in tutta la vasta nazione. I contadini devono affrontare sfide e progressi tecnologici che stanno radicalmente rimodellando il loro modo di vivere rurale. In risposta, i genitori di Chuang, un bambino di dieci anni, hanno deciso di trasferirsi per cercare lavoro in città, lasciando il loro terzo figlio a crescere presso la famiglia allargata e i vicini nella loro comunità di villaggio di campagna. [sinossi]

Arriva alla breakdance, partendo dalla cultura musicale maoista, la compagnia teatrale del film Platform di Jia Zhangke. Siamo nel 1989, nel pieno dei vorticosi cambiamenti socioeconomici e culturali del paese. Due anni dopo, nel 1991, è ambientato Living the Land (in originale Sheng xi zhi di), in concorso alla 75° Berlinale, di Huo Meng, autore conosciuto per Crossing the Border, grande successo al Far East 2019, sui cui temi torna anche in questo film. L’esperienza di modernizzazione e trasformazione capitalista arriva anche nel piccolo villaggio rurale dei protagonisti. La Cina si è lasciata alle spalle la Rivoluzione culturale ormai da una quindicina di anni, ed è nel pieno della fase delle riforme socioeconomiche. Due anni prima la brutale repressione della piazza Tienanmen, mentre nella Repubblica Popolare comincia il conto alla rovescia per il ritorno di Hong Kong in madrepatria, che avverrà sei anni dopo. Meng Huo non usa lo schema Platform, come Jia Zhangke ed epigoni, non abbraccia un arco temporale esteso, ma si mantiene fisso su un territorio in un tempo limitato, un concentrato di ciò che il paese sta vivendo. La politica del figlio unico, già iniziata da tempo, viene ora applicata con efficienza. Così assistiamo a tutto un mercanteggiare fraudolento di ‘quote bambini’ o retrodatazioni di certificati, e alla sterilizzazione coatta della zia del bambino attraverso il quale vediamo tutto. Scena che fa il paio con quella della castrazione del maialino che grugnisce disperato. Ma nella vita contadina non ci si può permettere di essere animalisti. Comincia il processo di urbanesimo che si visualizza nell’addio del bambino, Chuang, ai genitori che lasciano il villaggio per trasferirsi in città.

Living the Land è un’elegia rurale che si manifesta nelle grandi distese di grano o di sorgo sotto grandi cieli, il racconto di un mondo che vive ancora seguendo i cicli della natura, delle stagioni, che segue il calendario lunare della tradizione cinese, un villaggio dove tutti sono di fatto imparentati, una comunità le cui vicende sono scandite da ritualità, matrimoni e funerali, vita e morte. Si celebra il capodanno, si gioca al tradizionale gioco della morra. In questo senso la legge del figlio unico appare come una violazione prima di tutto di un connubio ancestrale tra uomo e natura. Huo Meng non ha bisogno di guardare in là nel tempo. I germi della modernità, quelli che porteranno al capitalismo selvaggio e roboante di oggi, sono già tutti presenti, nel bene e nel male. I trattori sostituiscono gli aratri; si diffonde l’energia elettrica cui ci si può allacciare artigianalmente attaccandosi ai cavi dell’alta tensione; la televisione del villaggio trasmette messaggi per guidare le masse al nuovo corso; si diffonde il mito dell’America come paese avanzato, cominciano ad arrivare notizie, diffuse dall’altoparlante, che parlano della Guerra del Golfo. Si acquisisce la consapevolezza di un mondo al di fuori che, nella vita rurale di quel remoto villaggio, trovano una memoria solo nella guerra, nel rievocare, al funerale della nonna e alla sua tumulazione insieme al nonno, che questi aveva combattuto contro gli invasori giapponesi. A tratti emerge una consapevolezza della coscienza storica nazionale, come quando si parla della guerra civile.

Il tutto visto con gli occhi di un bambino di dieci anni che, in questo contesto, scopre la vita, la sofferenza e la morte. La morte è un elemento costante nel film che comincia e finisce con un funerale. Appartiene al ciclo della natura, ma una morte prematura, come quella, forse sognata dal bambino, di un giovane porta comunque sofferenza. La scena onirica di Chuang che vede l’amico morto nel tugurio che alza le sopracciglia, e per questo subisce una sorta di esecuzione, segnala la non accettazione di una dipartita prematura. La morte aleggia anche quando la zia, dopo l’intervento ginecologico, sembra non risvegliarsi dal sonno, facendo temere il peggio. Mettendo a confronto le due inumazioni, all’inizio e alla fine del film, abbiamo il senso ultimo del film. Nella prima i due nonni vengono messi insieme sotto terra, per farli stare uniti per l’eternità. Huo Meng mostra senza filtri, ma è una cosa naturale in quel contesto, le spoglie riesumate del nonno scoperchiando la bara. La bisnonna che muore alla fine viene invece cremata secondo quelle nuove direttive che venivano diramate dagli annunci televisivi. Qui una scena spiazzante: la soggettiva da parte delle ceneri come a reclamare l’esistenza di un corpo che non c’è, nemmeno come cadavere. La famiglia è invitata a raccogliere quegli avanzi, quegli ossicini rimasti e metterli nell’urna. Urna che poi cadrà accidentalmente perdendo le ceneri, come in una necessità di ritorno alla terra, a quella terra che è tutt’uno con la vita di quei contadini.

Info
Living the Land sul sito della Berlinale.

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