Wolf Man

Wolf Man

di

Seconda rilettura in chiave contemporanea di un classico dell’orrore dopo L’uomo invisibile, Wolf Man sconta non tanto una maggiore schematicità del discorso quanto una maggiore esilità e prevedibilità del racconto. A fronte di tutto, però, Leigh Whannell si riconferma tra i pochi registi veramente dotati della scuderia Blumhouse che da tempo sembra sonnecchiare in una mare di indistinta mediocrità.

Lupus in fabula

Blake, cresciuto col padre in una casa tra i boschi dell’Oregon, ora vive a San Francisco con la moglie Charlotte e la figlia Ginger, che lo adora. Quando riceve una lettera che lo informa della morte del padre, da tempo scomparso, Blake convince la famiglia a trasferirsi per un breve periodo nella sua casa d’infanzia. Con l’occasione spera anche di recuperare il rapporto con Charlotte, da tempo in crisi. Giunti nella località poco prima di sera, i tre si perdono nel bosco. Aggrediti da una misteriosa creatura, i tre riescono a ripararsi nella casa di proprietà di Blake, il quale però inizia ben presto a comportarsi in modo strano. [sinossi]

Proprio come il precedente L’uomo invisibile (The Invisible Man, 2020), Wolf Man è una rilettura contemporanea di uno dei personaggi di punta della prima ondata dei film dell’orrore targati Universal, begli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso. Una rilettura che utilizza nuovamente i codici dell’horror per ragionare su uno dei nervi scoperti della contemporaneità, ovvero le dinamiche del rapporto uomo/donna. Secondo alcuni, a leggere in giro, Leigh Whannell concederebbe sin troppo al movimento woke – al quale proprio in questi giorni la nuova Amministrazione Trump sta iniziando già ad assestare i primi duri colpi – rischiando di banalizzare o comunque di diluire gli elementi propriamente horror dei suoi fim. Ci sono però almeno due considerazioni da fare in merito. La prima. Il mostro, tranne rare eccezioni, è sempre stato uomo, maschio, XY. Perché, nel bene e nel male, è con il genere maschile che l’aggressività, la natura predatoria e la violenza fisica sono state e continuano ad essere in gran parte identificate. Non c’è quindi da stupirsi se oggi il discorso viene maggiormente in primo piano. Whannell in questo dimostra, sì, di essere perfettamente al passo coi tempi, ma non in modo servile e opportunista, bensì riaggiornando la fabula alle fisime del presente. E rendendolo più ambiguo di quanto non sembri. Come da sempre fa il miglior cinema dell’orrore.

Tanto per cominciare, il protagonista, Blake – interpretato in modo convincente e phisique du rôle da Christopher Abbott – è uno scrittore in crisi, frustrato; di contro, sua moglie Charlotte (Julia Garner) è una donna di successo, totalmente assorbita dal lavoro. È lui che passa la maggior parte del tempo con la figlia, mentre la moglie latita e ne è consapevole, si sente in colpa. La donna qui non è la vittima, ma è parte del problema ed è la prima ad ammetterlo. A ciò si aggiunge il fattore “mutante”, che è lo spostamento – il ritorno – dalla città ai boschi, dalla civiltà alla wilderness, in primis interiore. Da qui la seconda considerazione. Whannell l’horror lo sa fare. Sa giocare con gli elementi primari e portarli fino alle loro estreme conseguenze, senza fermarsi prima, al cliché, al trovarobato, senza accontentarsi dell’effettaccio, del salto sulla poltrona. Ne L’Uomo invisibile la questione verteva sul vedere, o meglio, sul non vedere: soltanto la protagonista femminile da un certo punto in poi vedeva chiaramente come stavano le cose, mentre tutti gli altri no e di conseguenza non le credevano. In Wolf Man la questione slitta principalmente sull’udito (quello amplificato dell’uomo lupo, che però ci vede anche bene al buio) e da lì, in modo traslato, sulla (in)capacità di ascoltarsi, di capirsi. Sul (non riuscire più) a comunicare. Ed è curioso e significativo il fatto che la trovata migliore in sede di scrittura – il fatto cioè che a un certo punto marito e moglie parlino letteralmente due lingue diverse – sia proprio quello che traghetta maggiormente il film verso l’ovvio: la metafora si fa sin troppo scoperta, il messaggio emerge un po’ troppo increspando la superficie delle immagini e rischiando pertanto di indebolirle. Perché le immagini, per essere vitali e durature nel tempo, per essere significanti, dovrebbero sempre conservare un certo grado di ambiguità, di imprendibilità. Il punto debole di Wolf Man, dunque, rispetto al film precedente – che invece per chi scrive, pur essendo più “ideologico” è comunque riuscitissimo e migliora a ogni visione – è la minore sottigliezza del testo, a fronte di un sottotesto forte ed evidente in entrambi. A partire dalla frase refrain della piccola Ginger, ogni volta che posa la mano sulla fronte del padre giocando a indovinargli il pensiero, e cioè che il padre le vuole bene. Siamo di nuovo nel territorio – elementare, americanissimo – della centralità della famiglia e del pericolo esterno ma anche (soprattutto) interno che minaccia di distruggerla, come in Stephen King, come in Spielberg. Solo che in Wolf Man, come già detto, tutto questo si fa ovvio, conclamato, prevedibile. La critica più lucida che gli si possa muovere, probabilmente, è che manca di stupire. Emoziona, a tratti commuove persino, ma non stupisce. Pur affondando gli artigli nei gangli del dramma familiare, lo fa con meno inventiva del suo “cugino” invisibile, e perciò va meno a segno. Ciononostante gli elementi primari dell’horror cui si accennava prima – il bosco, il buio, la tensione, la paura – non vengono mai meno e Whannell dimostra ancora una volta di saperli maneggiarli alla perfezione.

Le trasformazioni sono mento eclatanti di altri film del filone (ancora oggi sono insuperate quelle dei due film coevi di Joe Dante e John Landis del lontano 1981), e così l’aspetto delle creature (sì perché, come da tradizione, ce ne sono più d’una). In questo caso però si tratta di una scelta ben precisa: Whannell è un lewtoniano/tourneriano, preferisce la sottrazione all’eccesso, il veder meno alla sovraesposizione. Allo stesso modo il film si libera di tutti gli orpelli più esotici e vistosi, quindi niente zingari e maledizioni, luna piena o amuleti, tutti topoi che, a partire dal capostipite (L’uomo lupo, The Wolf Man, 1941, di George Waggner) sopravvivevano ancora – passando per Terence Fisher e la Hammer – in tardi epigoni come Wolf – La belva è fuori (Wolf, 1994), di Mike Nichols) o Wolfman (The Wolfman, 2010, di Joe Johnston). Soprattutto, niente reversibilità: una volta lupo, resti lupo, non vuoi più vedere l’alba. Non vuoi più tornare uomo, sapendo cosa sei diventato, di cosa sei capace e ciò che rischiano le persone che ti sono più vicine. In ultima analisi, pesando i pro e i contro, si può concedere anche stavolta al regista australiano non solo la competenza nel gestire il registro horror, ma anche l’adesione al genere, e con molte meno ansie elevated di altri i quali, non appena possono, se ne disfano del tutto, magari già al secondo film, come se esso costituisse una capitis deminutio dell’agognato status di autore. Dopodiché saremmo certo i primi a gioire se Leigh Whannell, esauritosi il filone revivalista dei vecchi horror della Universal, tornasse a fare qualcosa di veramente nuovo e sorprendente, come nel caso del suo secondo film, Upgrade (2018). Ma al riguardo è meglio non farsi troppe illusioni, specialmente se il Nostro se ne rimane di casa alla Blumhouse, sempre più macchina omologante all’interno della quale Whannell, a suo modo, brilla come una perla rara in mezzo a troppi fondi di bottiglia.

Info
Il trailer di Wolf Man.

  • wolf-man-2025-leigh-whannell-02.webp
  • wolf-man-2025-leigh-whannell-01.webp

Articoli correlati

Array
  • In sala

    wolfkin recensioneWolfkin

    di Wolfkin, che si muove in territori licantropici con sguardo fortemente autoriale, segna il ritorno alla regia per il lussemburghese Jacques Molitor a sette anni di distanza dall'esordio Mama's Boy. Un lavoro forse a tratti asettico ma mai privo di fascino.
  • In sala

    hai mai avuto paura recensioneHai mai avuto paura?

    di In un'annata in cui gli esordi italiani si sono confrontati in più di un'occasione con il “genere” ecco che Ambra Principato lega il suo Hai mai avuto paura? a un rapido ripasso psico-emotivo di una delle figure chiave dell'arte italiana ed europea: Giacomo Leopardi.
  • S+F 2022

    dog soldiers recensioneDog Soldiers

    di Nel 2002, a trentadue anni, il britannico Neil Marshall esordisce alla regia con Dog Soldiers, che dimostra da subito una delle peculiarità che lo contriddistingueranno negli anni: la capacità di mescolare generi diversi tra loro con estrema naturalezza. Al Trieste S+F in occasione di una masterclass del regista.
  • In sala

    non sarai sola recensioneNon sarai sola

    di Lo sceneggiatore australiano di origine macedone Goran Stolevski esordisce alla regia con Non sarai sola, e come molti suoi contemporanei si muove nei sentieri del cosiddetto folk-horror. Stolevski riesce a restituire un'atmosfera inquietante e affascinante, utilizzando il genere per un discorso sull'identità.
  • Gdynia 2018

    Werewolf

    di Costruito a partire da un’interessante idea dai contorni orrorifici – otto bambini denutriti, sopravvissuti a un campo di prigionia nazista, vengono assediati in una villa abbandonata da dei cani, a loro volta affamati – Werewolf di Adrian Panek finisce però per non osare abbastanza. In concorso al Polish Film Festival di Gdynia.
  • Mille Occhi 2017

    La lupa mannara

    di Sospeso fra l'horror, l'erotico e il revenge movie, La lupa mannara di Rino Di Silvestro è una rilettura psicologica e patologica della licantropia che mette al centro la donna. Ai Mille Occhi 2017 per l'omaggio a Dagmar Lassander.
  • FFF 2017

    I dincj de lune

    di I dincj de lune, mediometraggio con cui Lorenzo Bianchini iniziò il percorso che l'avrebbe portato a diventare uno dei numi tutelari dell'horror italiano contemporaneo, è un raro esempio di film licantropico nostrano, agghiacciante riassunto delle leggende popolari friulane.
  • Venezia 2016

    Un lupo mannaro americano a Londra

    di Dopo Animal House e The Blues Brothers, all'apice del successo hollywoodiano, John Landis se ne va dall'altra parte dell'oceano per rispolverare oscuri miti perduti, come quello dei licantropi. A Venezia Classici.
  • Archivio

    Insidious 3 RecensioneInsidious 3 – L’Inizio

    di Subentrando in cabina di regia a James Wan, Leigh Whannell dirige un prequel che si rivela fedele alle atmosfere e all'estetica del franchise; pagando però molto a livello di qualità della scrittura e configurandosi come un prodotto dedicato principalmente agli appassionati.
  • Udine 2013

    A Werewolf Boy

    di In apparenza debitore della saga di Twilight, A Werewolf Boy finisce per muoversi in altre direzioni, riuscendo a ben caratterizzare la storia d'amore adolescenziale, ma incappando in schizofrenie stilistico-narrative.
  • Corti

    Versipellis

    di Il tema della licantropia in Versipellis, il cortometraggio diretto da Donatello Della Pepa presentato al XXXII Fantafestival di Roma.
  • AltreVisioni

    Lobos de Arga

    di Juan Martínez Moreno traccia le coordinate per una commedia licantropica spassosa, a tratti irrefrenabile, e dalla risata contagiosa. Alla rassegna Cinema Spagna del 2012.
  • Archivio

    Wolfman RecensioneWolfman

    di Se Wolfman mostra dei limiti è soprattutto per le note difficoltà che si incontrano quando ci si confronta con i classici, mentre ha dalla sua ottime interpretazioni attoriali, in particolare quella di un dolente di Benicio Del Toro.
  • Roma 2009

    The Warrior and The Wolf

    di Per quanto sia doloroso ammetterlo il nuovo film di Tian Zhuangzhuang The Warrior and the Wolf scivola via indolore, muovendo al riso (e alla noia) anche lo spettatore più volenteroso. Al Festival Internazionale del Film di Roma 2009.
  • Archivio

    Licantropia

    di Licantropia è il terzo capitolo della saga sui lupi mannari dedicata alle sorelle Fitzgerald e inaugurata nel 2000 con Ginger Snaps. L'azione, in questo prequel, si sposta nel Canada del Diciannovesimo Secolo. Alla regia Grant Harvey.