September 5 – La diretta che cambiò la storia

September 5 – La diretta che cambiò la storia

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September 5 – La diretta che cambiò la storia di Tim Fehlbaum è un film che imita e anzi mima il cinema d’impegno civile degli anni Settanta nell’affrontare il modo in cui, per la prima volta, un evento tragico fu seguito in diretta televisiva. Tensione, ritmo e riflessione sulle immagini non mancano. Resta il dubbio sulla modalità degli eventuali rimandi all’altrettanto (e ancor più) tragico presente.

La morte in diretta

Olimpiadi di Monaco, 1972. Il team di ABC Sports si ritrova a passare da una tranquilla copertura sportiva alla cronaca in tempo reale dell’omicidio di due atleti israeliani e del sequestro di altri nove da parte di un gruppo terroristico. Geoff, un giovane produttore deciso a farsi strada sotto la guida del leggendario Roone Arledge, si muove tra le sfide tecniche e le scelte morali di una diretta che ha segnato la storia della televisione, coadiuvato dal suo mentore Marvin Bader e dall’interprete tedesca Marianne. [sinossi]

Più che una ricostruzione dei drammatici fatti di Monaco del ’72, quello del regista quarantenne svizzero Tim Fehlbaum in September 5 – La diretta che cambiò la storia è uno studio su come quei fatti sono stati recepiti e diffusi dai media, nello specifico il reparto sportivo della rete statunitense ABC, che era lì per documentare le Olimpiadi e si ritrovò invece per le mani uno dei maggiori attentati terroristici del secondo Novecento. Il primo, per l’appunto, a essere documentato in diretta televisiva. Per l’intera durata del film, e salvo rarissime eccezioni, lo spettatore si ritrova confinato insieme ai giornalisti nella cabina di regia all’interno di un edificio antistante al Villaggio Olimpico, e tutto ciò che vede o sente dell’atto terroristico compiuto da Settembre Nero avviene attraverso i monitor, i comunicati, le telefonate. Come ormai da prassi, September 5 esibisce la “morfologia” di un film seventies. Imita cioè linguaggio e stile dei film della New Hollywood, un po’ come Argo (2012, Ben Affleck). Si imitano e si riproducono le immagini di quegli anni, quando Hollywood stava andando alla deriva e l’America post-kennediana si ritrovava stordita e in piena crisi valoriale, per la prima volta sfiduciata verso le istituzioni, specie dopo il caso Watergate, scoppiato proprio all’inizio di quel decennio. Macchina a mano, panoramiche a schiaffo, una regia nervosa e sempre in movimento, iperrealista, che sacrifica la confezione e il glamour degli aurei decenni precedenti all’immediatezza e alla frammentazione di una realtà dichiaratamente ambigua e schizoide.

Un principio della fisica quantistica opportunamente frainteso e diventato una massima di uso comune, specie negli ambienti New Age, recita che osservare un evento modifica l’evento stesso. A Monaco invece a un certo punto accadde proprio questo, e il film giustamente vi si sofferma: le telecamere della ABC, con la loro diretta, riprendono i cecchini della polizia tedesca che si arrampicano sul tetto per sorprendere gli attentatori. Solo che gli attentatori si trovano nell’edificio degli atleti che ospita, in ogni stanza, una bella TV nuova a colori… Ecco dunque che, onde evitare una tragedia (che purtroppo si verificherà in ogni caso) gli agenti vengono richiamati a terra, il piano fallisce prima ancora di entrare in atto e la polizia irrompe come una furia nella cabina di regia della ABC ordinando la sospensione delle trasmissioni. Questo è il primo quesito morale che la squadra di giornalisti si trova ad affrontare: come fare a informare la gente senza mettere a rischio la vita di altra gente? E scavando ancora di più: cos’è che prevale, nel prendere una simile decisione, la missione di informare e far conoscere oppure la mera ambizione personale, unita al desiderio di battere la concorrenza? È forse il punto più interessante del film, nonostante il quesito sia vecchio come il giornalismo stesso. Quesito che però viene risolto sbrigativamente, riassorbito nel corso (e nella corsa) degli eventi: dopo un momento di buio, infatti, le telecamere vengono riaccese.

Il regista quarantenne svizzero Tim Fehlbaum, che proviene da due operine sci-fi come Apocalypse (Hell, 2011) e Tides (AKA The Colony, 2021), cambia curiosamente rotta, alla Adam McKay, e si dà al cinema “impegnato”. La sua passione per l’argomento è innegabile, data la resa e l’ottima direzione degli attori (su tutti un John Magaro titanicamente sommesso, se ci è concesso di usare questo eufemismo), ma sorge inevitabile una domanda: si tratta soltanto di uno sfoggio di uno stile mimetico che solo per coincidenza va a toccare un argomento e una latitudine che oggi scottano più che mai? Oppure, se c’è la volontà esplicita di riagganciarsi al presente, quali sarebbero di preciso le implicazioni suggerite ma inespresse? Perché di fatto ciò che vediamo sono dei terroristi palestinesi da una parte e delle vittime israeliane dall’altra: se questo piano di lettura è indiscutibile per quanto riguarda l’evento di 53 anni fa, la questione oggi si profila in un modo giusto un tantino più articolato. Vada allora per lo sfoggio di stile.

Info
September 5 – La diretta che cambiò la storia, il trailer.

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