La città proibita

La città proibita

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A distanza di tre anni e mezzo da Freaks Out Gabriele Mainetti torna alla regia con La città proibita, omaggio al gongfu hongkonghese rivisto e corretto però in sala capitolina: tra una citazione di Vacanze romane e qualche aspirazione mélo gli unici elementi convincenti sono però proprio gli scontri fisici, mentre lo sviluppo dell’azione narrativa latita.

Spaghetti gongfu

Mei, una misteriosa ragazza cinese, arriva a Roma in cerca della sorella scomparsa. Il cuoco Marcello e la mamma Lorena portano avanti il ristorante di famiglia tra i debiti del padre Alfredo, che li ha abbandonati per fuggire con un’altra donna. Quando i loro destini si incrociano, Mei e Marcello combattono antichi pregiudizi culturali e nemici spietati, in una battaglia in cui la vendetta non si può scindere dall’amore. [sinossi]

«Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!»; tale celeberrimo interludio de La gaia scienza di Friedrich Nietzsche, qui nella traduzione approntata da Ferruccio Masini per l’edizione 1977 della Piccola Biblioteca Adelphi, non ha ovviamente nulla a che vedere con il cinema. Ancor meno con il cinema italiano, e in modo perfino più infinitesimale – se ciò è possibile – con la produzione di “genere” della penisola. Eppure il ricordo del mirabile passaggio è riemerso dalle nebbie della memoria durante la visione de La città proibita, terza regia per quel Gabriele Mainetti che s’è fatto le ossa dapprima con Lo chiamavano Jeeg Robot e successivamente con Freaks Out: non si tratta tanto di un riferimento all’opera del quarantottenne regista romano, quanto dell’abitudine oramai sempre più incistata nella critica italiana di gridare in modo inesausto (ma anche sovente caotico) alla rinascita della produzione di genere in Italia. Già all’epoca dell’esordio di Mainetti, un decennio or sono, l’idea di applicare le dinamiche del cinecomic alla suburra capitolina – con tanto di screziature d’anime – solleticò non poco le sinapsi degli addetti del settore dediti al culto dell’exploitation all’amatriciana. Questo scenario si ripropose a Venezia nel 2021, all’epoca della presentazione in concorso dell’ambizioso Freaks Out, un po’ fantasy un po’ ritratto survoltato dell’occupazione nazi-fascista dell’Italia, e ora torna preponderante con La città proibita, sorta di spaghetti-gongfu che vede le arti marziali messe in pratica non tra i grattacieli di Mong Kok ma tra le rovine romane. In maniera inevitabile la mente corre dalle parti di L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente – e una foto evidentemente falsa del villain Mr. Wang accanto a Bruce Lee sottolinea la “parentela” tra i due film –, e non è con ogni probabilità casuale che in entrambe le opere un ristorante sia uno dei luoghi topici della narrazione. Lì Yen Chen/Bruce Lee partiva da Hong Kong per aiutare una cugina a difendere il ristorante cinese che ha aperto nella Capitale dalle mire della criminalità organizzata, qui invece Mei/Yaxi Liu approda all’Esquilino dalla lontana Cina perché l’amata sorella è scomparsa nel nulla dopo aver lavorato come prostituta al soldo di Mr. Wang (che gestisce il ristorante La città proibita) ed essersi innamorata dell’anziano Alfredo, proprietario della limitrofa trattoria “Da Alfredo”, in cui lavorano anche la moglie abbandonata dell’uomo – Lorena, una Sabrina Ferilli un po’ spaesata – e il loro figlio Marcello, interpretato da Enrico Borello.

Tra un’amatriciana e una zuppa di lā miàn può correre buon sangue? La prima sequenza “romana” del film (dopo un incipit su cui si tornerà in maniera breve più avanti) riassume forse anche il tema centrale dell’opera, quanto allargando il discorso dell’intero approccio stilistico-estetico di Mainetti: una dimostrazione di correttezza coreografica che può anche appassionare se ci si ferma al mero esercizio dell’atto come danza. Il non-luogo in cui si muove Mei – non è chiaro che si tratti della Città Eterna, visto che tutti i personaggi sono cinesi – per combattere l’esercito di nemici con cui deve confrontarsi alla ricerca di notizie sulla sorella maggiore di nuovo si riallaccia all’epopea di Bruce Lee, in qualche modo flirtando con la rilettura occidentale già proposta da Quentin Tarantino nella parte terminale di Kill Bill Volume 1; lì si può mettere in evidenza la qualità di Mainetti, sia per la professionalità con cui affronta i dettami del genere sia per quella volontà ludica che permette di aderire all’atto effimero come si stesse assistendo a un bella piroetta, a un elegante passo di danza. Si perde la misura del contesto, e dunque del credibile, e si volteggia altrove. Questa dimensione viene meno quando Mei “esce” dal luogo in cui si trova – e che altro non è che il ristorante del signor Wang, che funge per l’appunto anche da reclutamento delle prostitute e perfino da bordello – e lo spettatore scopre essere in uno dei quartieri centrali di Roma, la vociante e multiculturale piazza Vittorio (la cui rappresentazione esula da qualsivoglia stilla di “verità”, ma in qualche modo è giusto così). Da questo momento in poi, esclusa la spazialità astratta a favore del caos carnascialesco capitolino, La città proibita deve necessariamente rientrare nel campo del credibile, e non affidarsi più alla suggestione della figura del balletto. Questa sfida si dimostra ardua per Mainetti – che scrive il film con Stefano Bises e Davide Serino – perché la narrazione è confusionaria, priva di reale slancio nella lettura dei personaggi e dunque affossa le ambizioni estetiche. Già il punto di partenza ideale cui si faceva cenno dianzi, vale a dire la requisitoria contro la politica del figlio unico introdotta da Deng Xiaoping nel 1979 e poi protrattasi (con varie modifiche) fino al 2013, appare sfilacciato, un appiglio facile ma anche poco strutturato, ma in generale i rapporti interpersonali tra i vari caratteri in scena vengono sciorinati con una semplificazione eccessiva. Che fine hanno fatto i genitori di Mei, che pure le hanno insegnato così bene le arti marziali? E perché dopo che Alfredo è svanito nel nulla moglie e figlio non hanno fatto nulla per cercarlo, limitandosi a pianti e giaculatorie? Infine, ma la lista potrebbe essere lunga, che senso ha inserire in modo così episodico il personaggio di Maggio, figlio degenere di Wang che disprezza il padre e vuole solo cantare i suoi rap in santa pace?

Questo pressapochismo narrativo, applicato a gran parte della sceneggiatura, costringe Mainetti a ricorrere a scene madri anche quando non ve ne sarebbe bisogno, per di più rincorrendo da un lato la commedia all’italiana – con scarsa vis comica – e dall’altro il mélo di marca orientale. Di quando in quando il mélange riesce, e ci si scopre a trovare conforto in alcune scelte estetiche, ma nella maggior parte dei casi si avverte un senso di disorientamento, al punto che l’omaggio di Mainetti a Vacanze romane, con Marcello e Mei che se ne vanno in giro in motorino per le bellezze della Roma antica – tirato per la giacca in modo abbastanza evidente – sembra più che altro uno stanco ricalco di The Italian Recipe di Hou Zuxin. L’impressione è che sperso tra un romanzo criminale e un gongfu vecchio stile galleggi un film interessante, che non ha però mai davvero l’occasione per venire alla luce (e che è molto meno godibile di quanto sarebbe lecito attendersi), finendo per smarrire la strada troppo presto e per perdersi in rivoli secondari e non necessari, come se nulla avesse davvero importanza, neanche una morte in pieno stile Alfonso Brescia proprio sotto i portici di piazza Vittorio. In tanti probabilmente si assieperanno fuori da quei portici, in attesa com’è ovvio della rinascita del genere, sempre di là da venire.

Info
La città proibita, un trailer.

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