Lo sciacallo
di Jean-Pierre Melville
Primo film a colori di Melville e ultima collaborazione del regista con Jean-Paul Belmondo, Lo sciacallo scarta dalle atmosfere del Polar parigino per guardare al road movie psicologico d’oltreoceano, e trarre liberamente dalle pagine di Simenon un ambiguo rapporto di specularità, dipendenza, dominanza e sottomissione.
Cesare e Bruto, Cesare e Ottaviano
Costretto a rinunciare alla carriera di pugile, il giovane Michel viene assunto come segretario e guardia del corpo di un vecchio banchiere che deve lasciare frettolosamente la Francia per sfuggire alla giustizia. [sinossi]
«Ci sono tre tipi di uomini: le pecore, i leopardi e gli sciacalli», risponderà l’ormai anziano banchiere con passato da spietato schiavista Dieudonné Ferchaux al giovane e ambiguo neosegretario Michel Maudet, ex-parà ed ex-pugile da poco assunto per accompagnarlo nella sua frettolosa fuga dalla giustizia francese lungo le strade secondarie degli Stati Uniti. Eppure, a partire dal fatto che Lo sciacallo, scelto ai tempi della distribuzione italiana, non è il “vero” titolo di L’Aîné des Ferchaux – letteralmente Il primogenito dei Ferchaux con cui è invece stato tradotto il libro di Georges Simenon dal quale Melville ha molto liberamente tratto questo suo omonimo e primo lavoro a colori –, a latere delle metafore animali potrebbe esistere una quarta via con cui riscoprirsi semplicemente umani, non più costretti a dover necessariamente scegliere fra subire, attaccare o tradire approfittando dell’ipocrisia, della violenza e delle occasioni, ma liberamente contraddittori nei propri desideri, nelle proprie scelte e nei propri rimorsi. Magari ancora confusi su quelli che saranno la propria identità e il proprio futuro, ma finalmente consapevoli, per lo meno, di che cosa non si vuole diventare.
Una via, a ben vedere semmai ben più vicina ai due titoli in inglese Magnet of Doom, Calamita di sventure, e ancor di più An Honorable Young Man con cui il film è da sempre noto sui mercati internazionali, attraverso cui Melville scarta dalle più luciferine conseguenze del romanzo e paradossalmente proprio per questo riesce a essergli ancor più fedele nella rappresentazione delle reciproche dinamiche di dipendenza, (im)potenza e dominio dei due protagonisti, così diversi e così uguali nello specchiarsi l’uno nell’altro e reciprocamente riconoscersi fino a schiacciarsi e poi affezionarsi. L’anziano si rivede giovane nell’insubordinazione e nell’arrivismo del segretario, e il giovane si vede proiettato in avanti nel potere e nella spietatezza dell’anziano, in un rapporto enigmatico e via via sempre più oscuro fra due uomini che, nel frequentarsi fra la stima e la sfida – o se si preferisce fra seduzione, idillio, rottura e legami (in)dissolubili dell’ennesima tensione omoerotica mancata del cinema melvilliano –, scoprono sempre più a fondo loro stessi, i propri lati oscuri, il proprio essere né felini né sciacalli ma qualcosa di ancora differente, moltiplicato all’infinito nel (letterale) gioco di specchi, dominanze e sottomissioni di una bettola gestita da un ex-malavitoso, fra le lenzuola di una nuova fiamma (o schiava), o ancora davanti a un juke-box con cui chiudere il cerchio del pellegrinaggio sotto la casa natale di Frank Sinatra.
Del resto non è casuale che nella sequenza iniziale del fallimento sul ring di Michel Maudet, che diciassette anni dopo Martin Scorsese riprenderà molto simile nell’incipit di Toro scatenato, Melville presenti il primo protagonista di spalle, con una doppia M cucita sul retro del suo accappatoio. Come se la schiena di Belmondo, impegnato nei teatri di posa che ricostruiscono a Parigi il viaggio da New York a New Orleans (girando solo i camera car, senza attori, sulle vere route americane) e come voce fuori campo che tiene le fila (a)morali della narrazione, volesse sin da subito richiamare tanto la doppiezza quanto la mostruosità di quelli che saranno i due personaggi principali, ripetendo due volte quella stessa lettera su una spalla con cui già nel ’31 Lang aveva incastrato M – Il Mostro di Düsseldorf dopo averlo nascosto dietro l’aria bonaria e fanciullesca di Peter Lorre. Una M per l’aitante scapestrato che insegue il profumo del denaro lasciando indietro senza (troppi) rimpianti donne innamorate e amanti occasionali (con tanto di gustoso cameo in inglese di una bionda e sbarazzina Stefania Sandrelli), e l’altra per un vecchio faccendiere in declino che non ha mai avuto un cuore ma che ha sempre avuto tanti soldi, e che adesso si consuma prepotente e inacidito come un re che non riesce ad accettare la propria deposizione, via via sempre più stanco, malato e dipendente dalla figura di quel suo segretario ribelle che (nello stesso anno in cui fu realizzato anche Il servo di Losey) non si fa alcuno scrupolo (o forse sì) a ribaltare i ruoli. Protagonisti di un film dalle atmosfere Polar ma per molti versi più vicino alla Nouvelle Vague e anticipatore del road movie di Easy Rider, da sempre considerato minore e invece fra i preferiti di Melville che lo ha sempre pensato come una sorta di personale testamento artistico. Di certo un film che, a livello critico, è sempre più urgente rivalutare, riportandolo all’altezza che ha sempre meritato.
Info
Lo sciacallo, un trailer.
- Genere: noir
- Titolo originale: L'Aîné des Ferchaux
- Paese/Anno: Francia, Italia | 1963
- Regia: Jean-Pierre Melville
- Sceneggiatura: Jean-Pierre Melville
- Fotografia: Henri Decaë
- Montaggio: Monique Bonnot
- Interpreti: André Certes, Andrex, Barbara Sommers, Billy Kearns, Charles Bayard, Charles Vanel, Delia Kent, Dominique Zardi, E.F. Médard, Ewa Swann, Jean-Paul Belmondo, Jerry Mengo, Maurice Auzel, Michèle Mercier, Pierre Leproux, Stefania Sandrelli, Todd Martin
- Colonna sonora: Georges Delerue
- Produzione: Sicilia Cinematografica, Spectacles Lumbroso, Ultra Film
- Durata: 105'




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